sabato 15 agosto 2015

"Il sapere piccolo" di Normanna Albertini



“Il sapere piccolo” di Normanna Albertini, Garfagnana Editrice, è un libriccino di 119 pagine (12 euro) che può essere definito uno scrigno in cui sono riposte graziose fotografie di una Emilia che in gran parte non esiste più, un tentativo, tra l’altro magistralmente riuscito, di conservare la tradizione e allo stesso tempo i propri ricordi che per l’appunto appartengono a un tempo che via via si è andato sbriciolando. La penna della Albertini, come una paziente mano materna, raccoglie queste briciole di pane dalla tovaglia per evitare che vengano gettate nel rusco, per lanciarle invece nella stia così da salvarle in un ciclo che alimenti l’anima non solo dei figli di quella terra, ma un po’ di tutto il nostro bistrattato paese. Un’immagine per davvero bucolica, poetica, ed è questo lo stato d’animo in cui si troverà il lettore che voglia affrontare questa piacevole lettura.     
Questi racconti sono dieci dipinti, dieci storie di una tradizione contadina in cui il rapporto tra l’uomo e la terra assumeva il sapore e le sembianze di una ritualità arcaica, da una parte, e di una vera e propria epica,  dall’altra. Ad esempio, l’uccisione del porco viene riportata non solo in tutti i suoi passi rituali, ma introdotto dal racconto dell’arrivo dei maslin “non era il padrone del signor maiale a dargli la morte, erano i “maslin”, esperti macellatori che, in quel periodo dell’anno, andavano di casa in casa con tutto il loro armamentario di macchine da macinare (a mano), coltellacci, coltelli per scannare (“al burcaj”), che poi era un lungo punteruolo, coltelle e coltellini per tagliare e radere, perché il maiale andava pure depilato!” – pagina 25.

Il talento e la sensibilità della Albertini rendono piacevole questa lettura al più convinto degli animalisti.

Questo fantastico recupero della memoria viene effettuato – quasi si snocciola con magistrale eleganza – su di un tesoro di conoscenza che si potrebbe definire binaria: il sapere e il sapore. Scrive l’autrice a pagina 14: - Come non ricollegare, a questo punto, il nome “sapa” al concetto classico del verbo latino “sapio?” Dal latino volgare “sapere”, dal latino classico “sapere”, “sapere” significa, infatti, etimologicamente, “avere sapore”. Il sapere è qualcosa che, dall’esperienza dei sensi, dal sapore, dalla bocca, dalla lingua, sale fino alla mente e diventa pensiero, notizia, riflessione; tuttavia: “Il sapere partito dalla lingua, alla lingua deve poter ritornare, e chi non può esprimere bene quello che sa è come se non sapesse” (Giuseppe Manno). Quante volte ho sentito i vecchi dire “non sa né di me né di te”, che significa persona insulsa, di poca sostanza e poco interessante; una persona che non solo non ha sapore (né saperi) ma è pure incapace di stringere e coltivare relazioni, amicizie, amori.

L’Albertini non si è limitata a registrare le usanze del passato, bensì anche i primi cambiamenti di quella società. Ed è qui che forse la sua penna diventa un po’ più graffiante, comunque esilarante. “E per fortuna che li avevano  escogitati, i collant, e ci avevano liberate, noi ragazze, dal tormento del reggicalze; che sarà stato anche sexy, però fastidioso e scomodo lo era da morire” – pagina 127. “Andavamo in giro in minigonna con assoluta naturalezza come, con altrettanta naturalezza, quando arrivò l’atroce novità dei pantaloni a vita bassa, strettissimi, tanto stretti che dovevi sdraiarti sul letto per chiudere la cerniera lampo, uscimmo tutte con la pancia nuda e la maglietta striminzita toccante appena la cintura”.  Con i maschietti è andava anche più a fondo: “… e i maschi, fasciati nei pantaloni a zampa d’elefante beige (i colori del periodo erano nocciola chiaro, il grigio cenere, il marrone cammello, l’avana), sempre a vita bassa, incollati alla pelle fino all’assurdo, probabilmente rischiavano di autoevirarsi ogni volta che si piegavano, poveretti” – pagina 108.    

È veramente un bel libriccino e ne consiglio la lettura.  

"Storie di Amsterdam" di Nescio



Japi non si dimentica facilmente. È il protagonista de “Lo scroccone” il primo racconto de “Le storie di Amsterdam” un libriccino di poco meno di duecento pagine scritto da Jan Hendrik Frederik Gronlob pubblicato nel 1933 sotto lo pseudonimo di Nescio, che in latino vuol dire “non lo so”.
Ed è stata una frase con un messaggio del genere che la casa editrice Iperborea ha stampato nell’edizione italiana in quarta di copertina ad attrarre la mia attenzione: “La vita, grazie a Dio, non mi ha insegnato quasi niente”. Questo è il nocciolo della filosofia di vita di Japi prima che gli venisse la folle idea di spezzarsi la schiena a lavorare come un dannato. Japi per buona parte della sua vita è stato un scroccone e non ha mai voluto essere niente di più di quel che era, un corpo che vive, che gode del sole, del venticello, di qualche fantastico panorama, ma possibilmente senza pensare.
“Lei è di Amsterdam?” domandò Bavink. “Sì, grazie a Dio” rispose Japi. “Anch’io” rispose Bavink. “Lei non dipinge?” gli chiese poi. Era una strana domanda piccolo borghese, ma Bavink continuava a chiedersi che tipo fosse mai quello. “No, grazie a Dio” rispose Japi, “E non compongo nemmeno poesie, non sono un amante della natura né un anarchico. Grazie a Dio non sono assolutamente niente” – pagina 12.
Qualsiasi cosa scegliesse di fare, non era motivata da niente:  “… domani parto in viaggio”. “Con Bavink?” domandai. “No, non con Bavink, da solo. Vado in Frisia”. “In pieno inverno?” Japi annuì. “A fare cosa?” Si strinse nella spalle. “Fare? A fare niente! Siete sempre così terribilmente ragionevoli, voialtri: tutto deve avere un motivo e uno scopo. Vado in Frisia a non fare niente, senza nessun motivo. Senza una ragione. Perché ne ho voglia!” – pagina 40.
Non era di peso al padre, e tutto quello che aveva o usava era dei suoi amici. E così viveva, vagabondando, parlottando, osservando il mondo che lo circonda senza intervenire, senza criticare, dicendo qualche battuta ogni tanto, ma finiva lì. 
Japi entra nell’immaginario del lettore guardando l’acqua e ne esce fissando il fango.
“Lo si trovava sempre da qualche parte vicino all’acqua. Se ne stava lì per ore, immobile. A mezzogiorno e alle sei rientrava in casa per un’oretta, a mangiare, il resto della giornata lo passava lì seduto” – pag 10.
“Nessuno aveva saputo più niente di lui fino al pomeriggio di novembre in cui lo vidi dietro l’argine di pietra del porticciolo di Wijk bij Duurstede. Era lì in piedi a contemplare il fango” – pagina 47.
Dopo una storia d’amore e un paio di viaggi, Japi cambia profondamente. Quando l’io narrante parla del loro incontro dopo tanti anni, si rende conto che qualcosa si è spezzato nel suo modo di approcciarsi alla vita,  estremamente armonioso. La sua mente non è più libera dai pensieri come una volta.
Nell’atto finale della sua esistenza, però, quando decide di gettarsi in acqua, sembra riacquisire il suo antico modo di essere. Japi non si butta in acqua come farebbe una persona che decide di suicidarsi. Japi fa un passo nel vuoto.
Questo libro composto da quattro titoli scritti in tempi diversi, sembra un unico romanzo poiché i personaggi sono sempre gli stessi, un gruppo di amici. Nella seconda storia, essi sono giovani e vogliono cambiare il mondo, ma anche qui la vita con la sua logica impenetrabile avrà la meglio sulle loro aspettative e ambizioni. Le conseguenze per i Giovani Titani saranno l’integrazione, ma anche la crisi di nervi.  
Molto intrigante è anche la terza storia, “Il piccolo poeta”, in cui il protagonista come il Bavnik dei “Giovani Titani” impazzisce soccombendo alla società borghese.  L’ossessione de “Il piccolo poeta” è: “essere un grande poeta e poi cadere”. Questa ossessione è in realtà una condanna a cui tutti in una maniera o nell’altra siamo destinati, nel bene e nel male, nelle nostre piccole cose e nei nostri grandi obiettivi. Non importano gli affanni, le preoccupazioni, le ambizioni, ma neanche le nostre lotte ideologiche, perché i fiumi continueranno a scorrere anche senza di noi, per millenni, così come hanno fatto in passato. “Fu un’epoca meravigliosa, anche se, a pensarci bene, è un’epoca che deve durare ancora adesso, è un’epoca che durerà finché ci saranno ragazzi di diciannove, di venti anni”.
La storia di questo libro è singolare. Nella sua postfazione del 2014, Cees Nooteboom, scrive qualcosa che rende benissimo  la stranezza del suo primo insuccesso quando apparve nelle librerie: “E’ un paragone un po’ azzardato, ma io la vedo così. Nel 1898 una ragazza in minigonna entra in un salone italiano in cui è riunita una compagnia elegantissima, e nessuno la nota. Questo più o meno è quanto accaduto quando sono apparsi in Olanda nel 1916, i primi tre racconti di Nescio”. Il quarto racconto, “Mene Tekel”, verrà infatti aggiunto in seguito. Delle cinquecento copie, ne vengono vendute solo duecento. Il libro verrà stampato nel 1933, ma l’autore ottiene il suo riconoscimento – con un premio – solo nel 1954. E i racconti di Amsterdam diventano un best seller solo tra gli anni sessanta e settanta. Oggi è un classico della letteratura olandese. Tutti in Olanda conoscono a memoria l’incipit de “Lo scroccone”:
“A parte l’uomo che riteneva Sarphatistraat il posto più bello d’Europa, non ho mai incontrato un tipo più strano dello scroccone”. 
E a proposito di Japi, quando è morto, hanno trovato nel suo appartamento il bastone che era appartenuto a Banvik.
Consiglio la lettura di questo libro.
Storie di Amsterdam
Nescio
Pagine 192
Iperborea

16 euro

venerdì 14 agosto 2015

L'orrore di Cohen e "Il futuro" di De Gregori



Francesco De Gregori ha tradotto The Future di Leonard Cohen e lo ha cantato il 25 marzo del 2015 al Nelson Mandela Forum a Firenze. Prima di interpretare il grande poeta canadese (Cohen nasce come poeta, poi diventa cantante) dice queste testuali parole: “… è stata tradotta da una canzone di Leonard Cohen che si chiama “The future”…. cioè “Il futuro”….. perché ve lo dico…. perché la canzone è una canzone terribile, è una canzone che dice cose abbastanza dure allora non vorrei che voi pensate che queste cose le ha scritte Francesco che è così buono (ride)… di Leonard Cohen… io ho solo tradotto”.
Il Futuro di Leonard Cohen è una canzone pubblicata nel 1992, forse uno dei più bei pezzi della canzone nordamericana, ed è stata usata anche come colonna sonora del film Natural Born Killer di Oliver Stone. È un pezzo apocalittico, la cui narrazione si sviluppa su due livelli, crisi dell’individuo quindi crisi dell’umanità intera – e ancora, da una parte l’artista, dall’altra parte l’assassino, che nel medesimo corpo si alternano come due demoni o magari sono solo frutto di una “più semplice” scissione della personalità.
L’artista, perduti i valori e in balia di un relativismo estremo, confonde l’arte con la morte lasciando spazio all’assassino. Non è un caso che un verso citi Charlie Manson, che si credeva poeta e cantante, profeta, e via dicendo, noi tutti conosciamo la sua storia. L’elemento politico in Cohen è sempre molto presente assieme a quello religioso – lui è un ebreo convertitosi al buddismo.
Cohen proviene da un secolo in cui i colori erano ben distinti. Certo, c’era la guerra fredda, c’erano i nazisti, i comunisti, c’erano state due guerre mondiali ma esisteva comunque un ordine di valori. In questi giorni, invece, i nostri giorni, pare che questo ordine sia caduto e abbia trasformato la guerra tra nazioni in guerra tra persone. Eravamo ragazzi quando il male assoluto percepito dalle masse, almeno qui da noi in Italia, era il nazista… che uccideva i popoli. Oggi c’è il serial killer… che seleziona gli individui. La grandiosità di questo pezzo sta nel fatto che dai suoi versi scaturiscono sempre due immagini.
Il primo verso, “Give me back my broken night” che ricorda la frase idiomatica “broken sleep” sta ad indicare una notte in cui non si è dormito bene, quindi da una parte la nottataccia dell’individuo perverso e dall’altra un riferimento agli anni passati della Guerra Fredda. “Restituiscimi la mia nottataccia”, restituiscimi il mio tempo, con un riferimento agli specchi e alla vita segreta, cioè alla ricerca di sé e del senso segreto della vita, ma allo stesso tempo è la descrizione del luogo oscuro dove l’assassino agisce e soddisfa le sue pulsioni omicidiarie.
“It’s lonly here”, vuole indietro il suo tempo andato perché adesso si sente solo. Si passa dai ricordi del passato alla scena attuale in cui non riesce a vivere e vuole uccidere. La fine del secolo scorso, e dei suoi sistemi, ha lasciato un buco che lui cerca quotidianamente di colmare con il suo lavoro che – vivendo noi in una società capitalistica che si ciba del mondo – non può che essere sporco: “there's no one left to torture”.
La consapevolezza che non ci sia più nessuno da torturare, risveglia in lui l’istinto di volere di più… il perpetuo desiderio di ogni cosa… e nella sua follia (della quotidianità) sembra quasi invocare il diavolo: “Give me absolute control over every living soul”. Non è forse questo il fine ultimo di ogni rispettabilissimo businessman di questo mondo (occidentale)? Il controllo totale delle anime, dei loro desideri, con una lucidità estrema, cioè una mancanza di sentimento che è tipica dell’omicida seriale, psicopatico per definizione.
Nella scena in cui lui vive questa sofferenza, questo vuoto, immagina un’anima, che chiama baby, è una donna, e le ordina di stendersi al suo fianco e di farlo perché, per l’appunto, è un ordine, il suo ordine, che controlla le anime del mondo. E ancora le dice di dargli il suo crack e il sesso anale e di afferrare (un bellissimo riferimento al problema della deforestazione) l’ultimo albero rimasto con un chiaro riferimento al proprio sesso e finisce con un intraducibile e precisissimo “and stuff it up the hole in your culture”.
Il contenuto politico di cui abbiamo parlato all’inizio è chiarissimo nei seguenti versi: “Give me back the Berlin wall, give me Stalin and St Paul, I've seen the future, brother: it is murder”. Lui vede il mondo oggi come gira e chiede indietro il muro di Berlino, addirittura Stalin ma soprattutto San Paolo che è per gli ebrei un po’ come Giuda per i cristiani, il grande traditore. E li vuole indietro perché ha visto il futuro: è un assassinio perpetuo e ormai insensato perché il nostro Occidente non uccide più per sopravvivere, bensì per soddisfare desideri superflui: cellulari, vacanze, macchine superpotenti. E ciò per Cohen è come gli omicidi dei serial killer i: essi uccidono perché provano piacere, un piacere per davvero superfluo, che non ha senso, il sangue degli altri.
A questo punto Cohen usa un verbo inglese molto bello, che significa sia “scorrere” che “cadere” : to slide.
“Things are going to slide, slide in all directions, Won't be nothing, Nothing you can measure anymore”. Tento una traduzione: le cose scorreranno, cadranno in tutte le direzioni… e non ci sarà più niente che tu possa misurare.
Il relativismo assoluto ha vinto. Il grande freddo ha penetrato l’uscio, è dentro di noi, e ha capovolto i nostri valori, ha dilaniato l’anima. “E quando mi chiedono di pentirmi”, infatti, “non capisco a cosa si riferiscano”. Ecco, l’individuo non comprende il proprio delitto, proprio perché la vita dell’altro ha perduto ogni valore, è semplicemente un prodotto per soddisfare i suoi bisogni sessuali.
Qui agisce di nuovo una sorta di doppio: “You don't know me from the wind
you never will, you never did”.
Ogni qualvolta ha tirato questo vento, tu non mi hai mai riconosciuto, non hai mai capito cosa stesse accadendo.
C’è forse qualcuno di noi che riconosce o sente la terza guerra mondiale che ci circonda?
Ci siamo nel mezzo, ma nessuno la vede.
“I'm the little jew who wrote the Bible”… e risponde che lui è il piccolo ebreo che ha scritto la Bibbia, quasi a dire “io di queste cose me ne intendo, la puzza di morte, il suo vento, la sento”. Io, in qualità di ebreo – dove ebreo a mio avviso non sta più a indicare solo l’ebreo, ma la vittima in generale – io ho veduto nascere e cadere nazioni, ho sentito le loro storie, e mi hanno raccontato che l’amore è il solo motore della sopravvivenza (“I've seen the nations rise and fall, I've heard their stories, heard them all, but love's the only engine of survival).
E allora ecco che l’artista che si era smarrito torna in sé: “Al tuo servo è stato detto di dirlo chiaramente”.
Cosa? “Che il vento sta arrivando”. Ma l’assassino prende di nuovo il sopravvento: “It's over, it ain't going any further, And now the wheels of heaven stop, you feel the devil's riding crop, Get ready for the future: it is murder”.
È finita, le strada che porta al paradiso è chiusa, puoi sentire il frustino del diavolo. Preparati per il futuro… è solo omicidio.
E continua dicendo: “L’antico codice occidentale – che è un codice di guerra – prenderà il sopravvento su tutto, entrerà nella tua vita privata, in essa esploderà all’improvviso, e ci saranno spettri e fuochi in strada…. ed ecco l’uomo bianco danzare mentre tu vedrai la tua donna appesa a testa in giù, i suoi lineamenti coperti da una vestaglia e tanti piccoli poeti fastidiosi tutti intorno che si atteggeranno in squalificanti imitazioni di Charlie Manson. Quindi ridatemi il muro di Berlino, Stalin, San Paolo, Cristo, ma anche Hiroshima – e distruggilo ora un altro feto! Fallo! Tanto a noi i bambini non piacciono più. Ho visto il futuro, è solo omicidio.
Ci sono ritornelli, e poi la canzone finisce. Vediamo invece come è stato tradotto da Francesco De Gregori:
Give me back my broken night / Prendimi la mia sigaretta
my mirrored room, my secret life
it's lonely here, / e stanza, la mia vita vuota
there's no one left to torture / Senza niente più da torturare
Give me absolute control
over every living soul / Dammi un’assoluta maestà su tutti
And lie beside me, baby, / E stenditi vicino a me
that's an order! / e fa come ti ho detto!
Give me crack and anal sex / Dammi fumo sesso estremo
Take the only tree that's left / e che mi resti pulito
and stuff it up the hole
in your culture / E ficcalo nel buco del tuo ego
Give me back the Berlin wall / Prendimi Berlino, il Muro,
give me Stalin and St Paul / Stalin con il suo breviario
I've seen the future, brother: / Il futuro
it is murder / è tutto nero
Things are going to slide, / È tutto, tutto sempre
slide in all directions / perdersi del tutto
Won't be nothing / E niente, niente
Nothing you can measure anymore / si può misurare più
The blizzard, the blizzard of the world / E tutto il tempo
has crossed the threshold / bussa alla finestra e
and it has overturned / la tempesta non la
the order of the soul / puoi fermare più
When they said/ Tutti dicono pentiti
REPENT REPENT / pentiti, pentiti
I wonder what they meant / Ma cosa dicono?
When they said / Tutti dicono pentiti
REPENT REPENT / pentiti, pentiti
I wonder what they meant / Ma cosa vogliono?
When they said /…
REPENT REPENT /…
I wonder what they meant /…
You don't know me from the wind / Tu non puoi
you never will, you never did / confondermi con il vento
I'm the little jew / Tu lo sai che io sono l’angelo
who wrote the Bible / del vecchio testamento
I've seen the nations rise and fall / Ho visto il mondo nascere e cadere
I've heard their stories, heard them all / so la storia,
but love's the only engine of survival / il motore della vita è l’amore
Your servant here, he has been told / …
to say it clear, to say it cold: /…
It's over, it ain't going /…
any further /…
And now the wheels of heaven stop /…
you feel the devil's riding crop / …
Get ready for the future: / …
it is murder / …
Things are going to slide / ...
There'll be the breaking of the ancient / Vederla forte e chiaro quella
western code / nostra civiltà
Your private life will suddenly explode / La privacy fra poco esploderà
There'll be phantoms / …
There'll be fires on the road / ci saranno fuochi accesi
and the white man dancing / Per la via ed un bianco ballerino
You'll see a woman / Vedrai una donna
hanging upside down / appesa a testa in giù
her features covered by her fallen gown / La faccia non si riconosce più
and all the lousy little poets / E giovani poeti
coming round / tutti intorno fare
tryin' to sound like Charlie Manson / Il verso all’assassino
and the white man dancin' / …
Give me back the Berlin wall / Prendimi Berlino, il Muro
Give me Stalin and St Paul / Stalin con io suo rosario
Give me Christ / Dammi Cristo
or give me Hiroshima / e dammi il suo calvario
Destroy another fetus now / Uccidi un’altra vita,
We don't like children anyhow / l’occasione è il tuo lavoro
I've seen the future, baby: / Il futuro l’ho veduto
it is murder / è tutto nero
Io adesso mi rendo conto che per necessità anche musicali, quando si traduce una canzone, ci debbano essere delle forzature. Oltre a far notare che lì dove vedete i puntini i versi non sono stati tradotti, devo aggiungere che ci sono due punti, a mio avviso due errori grossi, che fanno crollare del tutto questo tentativo di riprodurre in italiano il pezzo di Cohen. Un errore riguarda il messaggio del testo, un altro il pensiero di Cohen.
Il pensiero di Cohen riguardo all’aborto è il seguente: non è d’accordo. Per lui ogni scintilla di vita è sacra. Lui in fatto dice: “Destroy another fetus now” e non destroy another life now. Se ami Cohen tanto da tradurlo non puoi toccare un punto essenziale del suo percorso religioso.

Il significato della canzone è il seguente: oggi l’orrore si snocciola senza una motivazione, il secolo scorso almeno aveva una motivazione, dei valori, quindi dammi indietro il Muro di Berlino, Stalin, San Paul, Hiroshima e non “prendimi” come ha tradotto De Gregori perché così casca tutto, crei un altro significato, quindi un’altra canzone.
Consequenzialmente , questa terribile canzone (la traduzione) non l’ha scritta Cohen, bensì Francesco De Gregori.

"Il genio dell’abbandono" di Wanda Marasco

Ci sono delle regole per scrivere una recensione. Io non scrivo recensioni. Io scrivo storie e sento i libri dentro di me, come le voci. Sì, i libri io li sento perché sono voci. Mi riscaldano, mi fanno sognare, mi fanno arrabbiare, a volte piangere, mi danno i consigli, mi fanno un sacco di cose. Intendo dire che mi fanno vivere. Quando leggo un libro – un libro! – io sono. Poi c’è l’intrattenimento. Io posso averlo, un intrattenimento, possederlo, ma non posso esserlo, salvo che non decida di fare il clown, l’attore, il politico. Ed è così che io divido i libri che reputo buoni da quelli che reputo non buoni. Alla fine del libro, se sono quel libro, per me quel libro ha funzionato. Alla fine del libro, se io non sono quel libro, ho semplicemente un oggetto in più in casa a testimoniare che non produciamo solo immondizia, ma siamo anche dei compulsivi raccoglitori della medesima. Questa introduzione è doverosa perché stiamo parlando di un delitto e voglio che sia da subito ben chiaro che non voglio partecipare a questo misfatto.
Io dico no.
Mi rendo conto che l’Italia ha una lunga tradizione di delitti, in tutti i campi. La nostra letteratura ad esempio parte con Dante, scacciato da Firenze, la sua patria, preso a calci nel sedere, morto a Ravenna, poi divenuto sommo poeta e papà di tutti. Pare che in Italia debba essere proprio questa la strada. Non un semplice “nemo profeta in patria”… qualcosa di più… qualcosa che abbia a che fare con l’umiliazione. 
Perché Wanda Marasco è stata umiliata e ci dobbiamo vergognare tutti. Parlo de “Il Genio dell’Abbandono”, settimo, è arrivato settimo! Poi dice che non è vero che un qualsiasi diritto al voto non debba essere legittimato da un lungo periodo di studi! (Sto facendo sarcasmo, lasciatemelo spiegare, sennò passo per esaltato – che un po’ ci sta pure).
La sorte del “Il genio dell’abbandono” al premio Strega, o meglio la maniera in cui l’opera della Marasco è stata accolta nella manifestazione dello Strega, è stata parzialmente e profeticamente descritta dal libro stesso, un’opera d’arte di valore inestimabile declassata da dei libri neanche lontanamente paragonabili. Lo Strega ha agito come Vicienzo stesso, quando cade il telone e si rovina il dipinto: “Il disastro lo avrebbe spacciato come moda di un’arte nuova”. Un po’ come dire: “E la pagina bianca fu chiamata mainstream”. 
Nonostante ciò, noi vogliano bene a quelli del Premio Strega (questa è ironia), vogliamo bene ai giurati, ai vincitori ma soprattutto ai perdenti… perché se il vincitore vince, alla fine è il vinto che conquista! E a Vicienzo Gemito lo immaginiamo che ci fa il segno dell’ombrello, mentre la sua fantastica storia resa magistralmente immortale dalla penna della Marasco, tornerà a conquistare la Francia, e poi giungerà in Germania e nel resto d’Europa, mentre noi saremo ancora qui, nel triste bianco del nostro mainstream nazionale (altro che reddito di cittadinanza; mainstream di cittadinanza per tutti! Bianco, piatto, asettico e senza avverbi).  
“Il genio dell’abbandono” rimarrà, mettetevelo in testa. È letteratura pura e se l’ha capito un asino come me, ci può arrivare anche un mulo.
Il libro narra la storia dell’artista napoletano Vincenzo Gemito, quasi illetterato, autodidatta, pazzo e geniale. Che guarda caso sentiva le voci (libri scritti nell’aria). Figlio di enne enne, quindi di un abbandono, quest’uomo farà del suo stato di necessità una virtù giacché, dalla consapevolezza del suo abbandono, nascerà quel genio che tramuta lo squallore, la miseria, le avversità… in arte, bellezza. Gli scrittori partenopei spesso fanno coincidere la vita del protagonista con la vita dell’intero popolo napoletano e della città tutta.  Lo aveva già spiegato egregiamente Curzio Malaparte nel suo celebre “La pelle”; la Marasco lo conferma, ma con una prosa che ha delle altissime punte di lirica, come ad esempio alle pagine 129/130: “A Napoli, dai secoli dei secoli, il primo buio è preceduto da una malattia dei colori. Nascono screziatura viola ‘e ffenestre, strisciate blu sopra gli astici, macule rossigne a ogni purtone. S’appìcciano fanali e lumi (…) In cielo la luna cresce continuamente, come un pane largo e appiattito. Iesceno ‘e vizius, ‘e mariuole, ‘e femminielle, le ronde ubriache (…). Stanno in uno squilibrio di collera, malaffare e debolezza. Con mani, cosce, sanghe, sforzo dei muscoli, purchiacchie, mascelle, rabbiosamente a mostrare affetto per questa luce ammiscata ‘o nniro, sotto minaccia. A Napule l’ultima luce mescola morte e resurrezione”. Ecco, la “luce che mescola morte e resurrezione”, in questa frase è sintetizzata tutta la tragedia del protagonista giacché la sua luce, l’arte, è anche la sua follia.
La follia del Gemito, però, è qualcosa di serio. Non è una semplice schizofrenia che gli fa sentire voci. La sua malattia rasenta quasi la scissione della personalità. Inoltre è luetico. Non è facile comprendere come funzioni una mente fuori del normale, come si snocciolino i pensieri, i sentimenti, ma neanche le altre funzioni legate ai cinque sensi. Grazie alla potenza dell’espressività della Marasco, al “buio di quella lingua napolitana” che sembra essere stata creata proprio per scavare nell’animo del protagonista (dell’uomo!) è possibile farsi un’idea abbastanza precisa su certi meccanismi psichici che aggrovigliano Gemito.  Questa folgorazione la si comincia a subire proprio all’inizio del libro, quando Vicienzo scappa dal manicomio: “Aveva ragionato per fuggire. Se invece di risalire la collina fosse sceso per la via dei Pontirossi, lo avrebbero subito acchiappato e riportato al manicomio. In quella direzione non vi erano vichi e palazzi in cui nascondersi, solo burroni e campagna scoscesa dove s’acquattavano i mastini liberati di notte. Bestie alla catena per tutto il giorno, affamate di libertà”. Questa non è la descrizione di un narratore esterno, bensì il ragionamento di Gemito. Lui sta pensando ai mastini tenuti in catena tutto il giorno e che sono affamati di libertà. Io qui ho letteralmente subito l’immagine, l’impressione, di una fortissima dissolvenza: il mastino messo in libertà nella notte e Vicienzo fuggitivo alla stessa maniera ora è in libertà nella notte, ma è la notte del suo animo. Vicienzo vuole scappare, ma ha paura non del mastino, bensì di sé tenuto in catene e affamato di libertà. Tanto è vero che: “Quella era una notte senza proibizioni per l’inferno. L’inferno poteva venire all’attacco sotto forma di bava e di mandibole spalancate”. Ecco, questa è l’immagine del pazzo, che a differenza di una persona normale, è paradossalmente consapevole dei luoghi più oscuri del proprio animo…. “una notte senza proibizioni per l’inferno”, e teme prima di tutto se stesso, ma è un timore che dura una frazione di secondo, un timore profondo quanto la colpa perché lui sa cosa è stato capace di fare: ha quasi ucciso la figlia per averla sbattuta contro un muro. Per lui non può esserci che il manicomio ed è dal manicomio, come già detto, che comincia la sua storia, una fuga rocambolesca, il ritorno a casa, i parenti lo accolgono, lui comincia a pensare alla vita passata.
Questo libro è il preciso specchio dell’animo del suo protagonista, e allora ecco che a pagine tragiche si alternano momenti di tutt’altra natura in cui è concentrato il meglio dell’humour partenopeo, che nella sua tradizione più nobile è sempre caratterizzato dalla tenerezza che non provoca la risata, bensì il sorriso. Ad esempio, dopo che Giuseppina Baratta prende il Vicienzo in fasce alla Ruota dell’Annunziata e lo porta a casa, ha una breve discussione riguardo al bambino con il marito Bes che è qualcosa di unico. Per lei il figlio adottato è già suo, carnale, l’ha fatto lei: “Giosefì’, secondo te è napolitano o straniero?”, “Straniero, napolitano, e che me ne ‘mporta? È figlio a me”. “Giosefì’, qua ci sta la descrizione, te la leggo?”, “E liegge, liegge” (…), “Dice che è maschio”, “E ce mancava!”, “Tiene il colore olivastro”, “Ma qua’ olivastro. L’auliva o è nera o è verde. Vicienzo tiene carne dorata”, “Occhi castani…”, “E chesta è n’ata fessaria! ‘O culore ‘e ll’uocchie si deve ancora fare. A me me parano verde e celeste ammiscate. Vicie’, a’ mammà, na monaca ‘mbriaca t’ha pittato?” – pagine 113.     
La bravura della Marasco sta anche nell’essere riuscita a ricreare con le parole, la grandezza dell’arte scultorea del Gemito. Riguardo alla celebre opera che l’artista fece di Giuseppe Verdi con la testa inclinata, scrive l’autrice partenopea a pagina 156: “Vicienzo c’era riuscito. Dietro giorni di abbattimento aveva creato il pensiero nel bronzo, la sintesi tra genio e concentrazione nella fronte del Maestro, colta mentre si abbassava sulla partitura diventando quello che era, movimento delle idee, movimento intimo in posa titanica”. Riguardo alle pagine in cui Gemito esprime il proprio pensiero sulla moglie di Verdi, le lasciamo alla curiosità del lettore – sono esilaranti!
Interessante è da sottolineare, invece, il contrasto che i due maestri ebbero riguardo al denaro. “Il maestro Verdi se credeva ca Gemito Vicienzo ieva a caccia ‘e denare? Ora gli avrebbe dimostrato di che cosa è capace uno nato povero, cresciuto annanz’ o sciuscio del genio dell’abbandono, gli avrebbe fatto capire che l’arte non ha prezzo e che l’artista vero dona più che vendere” – pagina 158. 
Ed è il danaro il problema di tutto. In un paese in cui vige la regola non scritta (ma fra poco diventa legge, secondo me – non è sarcasmo, non è ironia, questa è profezia) dicevo, la regola non scritta della raccomandazione, dell’inciucio, dell’amico dell’amico, il danaro non premia chi merita come nei paesi anglosassoni, bensì incorona il furbo. I grandi libri in America hanno successo e vendono, qui da noi c’è il mainstream… e l’opera d’arte, per la grande opera… ci sono solo umiliazioni e mortificazioni. Lo Strega ha avuto l’opportunità di uscire da quello stabbiolo in cui si è conficcato negli ultimi anni. Non ha gettato nel cesso il genio dell’abbandono che, ripeto, resterà. Ha gettato al cesso se stesso. Complimenti. 
(Se qualcuno di voi mi potesse spiegare cosa cavolo significhi mainstream, gliene sarei grato)


Gianpaolo Ferrara

American Sniper (L’età del cecchino).

Ho visto “American Sniper” ieri sera, ho visto il vuoto. Pensateci un attimo, quando si è nel vuoto, come si fa a tornare indietro? Il vuoto è assenza di tutto, direzioni, oggetti, cos’è sopra, cos’è sotto.
Ne ho sentite di tutti i colori riguardo all’ultima patacca di Eastwood,  un film di guerra, un film patriottico, un film di destra, il nuovo Rambo, ma non ho sentito la verità. Adesso mi salta qualcuno a chiedermi cos’è la verità. Io sono uno di quelli che crede nella verità. Se esiste un fatto perché accaduto, esso esiste indipendentemente dalle valutazioni di noi umani. È un fatto, non è una opinione, e quel fatto ha in sé una verità: è successo. Punto. Avete mai notato come funziona una clessidra? Lo sappiamo tutti a cosa serve, granello dopo granello quel piccolo aggeggio tenta di contare il tempo. Ma come funziona? Funziona con il capovolgimento della stessa. L’atto e l’oggetto sono simbolici: capovolgere per andare avanti. Questo è American Sniper: il capovolgimento della realtà e dei valori umani per permettere a una società che oramai ha perduto agli occhi della storia di perpetrarsi nel suo unico rito o ultima religione che gli è rimasta: il consumo per il rimpiazzo dell’oggetto consumato. Ora, sull’ara metteteci quello che volete, il rito non cambia: una vettura, una birra, un proiettile. L’importante è che venga consumato perché se non viene consumato il sistema si inceppa. Questo è l’unico motivo per cui ci sono le guerre nel mondo. American Sniper serve a nascondere questa verità, a capovolgere le cose come sono realmente andate. Fate attenzione perché con questo film la propaganda militare è andata oltre. Fino ad oggi si è sempre parlato di interpretazione o versione dei vincitori. America Sniper è diverso, America Sniper serve a nascondere la storia. E dal momento che il 9/11 ha inaugurato una serie di guerre diffuse, un fronte liquido asperso nel mondo, il cui fine ultimo è solo ed esclusivamente la vendita delle armi, preparatevi alla scomparsa della storia. Lo abbiamo visto con l’Isis: a un certo punto l’Occidente è andato nel panico perché nei paesi arabi non c’era un nemico degno d’essere chiamato nemico, quindi il senatore Macain (ci sono online le sue foto con quelli dell’Isis) è andato lì giù a creare un esercito per salvare almeno la facciata di una guerra agognata (non ci sono più nemici!) perché ormai queste nuove guerre consistono nel tiro al piccione: passa il civile, bang, proiettile consumato, posso sentire il registratore di cassa.
Ma veniamo al film. Dal punto di vista della sceneggiatura, credo che l’apice sia stata una battuta, l’unica cosa degna di essere sottolineata e ricordata. Lei dice: “ho paura che mi porti al bar”, lui risponde: “credo che sia il bar ad avere paura di te”. Più o meno queste le parole e questo è il massimo che lo sceneggiatore sia stato capace di espellere dalle sue cervella per andare a stuzzicare un eventuale intelletto del telespettatore ma non per farlo pensare, bensì solo per faro leggermente sorridere. Clint Eastwood in passato ha girato capolavori in cui è riuscito a creare personaggi sempre in bilico tra il bene e il male, personalità combattute. Niente di tutto ciò in American Sniper. Il protagonista è un cowboy che decide di salvare la patria e va in guerra per salvare soldati americani. Ed è qui che si capovolge la clessidra: lo strizzacervelli gli chiede se prova rimorsi per le uccisioni, lui risponde che prova rimorsi per quelle vite americane che non è riuscito a salvare. Questo è un capolavoro, se proprio vogliamo usare questa parola, di propaganda militare. Occhio, qui non si parla della Seconda guerra mondiale dove c’era un nemico Nazista. Qui parliamo di un paese che è stato ingiustamente invaso dall’esercito militare con prove che farebbero ridere i polli (ve la ricordate la fialetta di crac alle Nazioni Unite? Vi ricordate le buste con l’antrace partite da basi americane per far credere che fossero attacchi terroristici non di Al Qaeda ma di SADDAM HUSSEIN? Vi ricordate che questo losco individuo – Saddam – spedì all’Onu tutta la documentazione possibile per dimostra che in Iraq non si produceva antrace e le i militari americani circondarono il palazzo dell’ONU per sequestrare la documentazione? Vi ricordate tutte le porcate che sono state fatte per far credere al mondo – ai futuri telespettatori del film – che l’Iraq andava invasa?)
Bene. La domanda è semplice: come si può fare un film patriottico su una infame vicenda del genere?
Ma poi dico io, un cecchino! Quando ero ragazzino io, e si giocava al campetto del GS, per offendere qualcuno lo si chiamava cecchino, cioè uno che colpisce di nascosto se rischiare il culo, è questo un cecchino, uno che non si sporca le mani (cioè se le sporca, ma in maniera diversa). Bene, questo film fa di un cecchino (il diavolo di Ramadì, mi pare lo chiamassero) un eroe nazionale, cosa che la dice lunga sullo stato dei valori negli Stati Uniti d’America, un popolo che ahimé (e lo dico da cittadino statunitense) cresce la maggior parte dei suoi bambini senza scuola pubblica e con i video games. Il cecchino come traslazione della ludopatia nel campo di guerra. FANTASTICO!!!!! Clint Eastwood ha dimostrato in questo film di essere talmente tagliato fuori dal Real World (cioè tutto ciò che è al di fuori dei confini degli Stati Uniti d’America) da non rendersi conto che è veramente poco credibile la scena del bimbo con le cervella frullate da trapano per mandare il messaggio agli abitanti di Bagdad che con il nemico il nemico non si parla. Chiaramente il terribile trapanatore di teste infantili si chiama…..THE BUTCHER… il macellaio (piccolo contributo al True Crime e all’Horror in generale) e sia ben chiaro che non trapana solo teste, ma anche la sua celletta frigorifera zeppa di teste, arti, e via dicendo (cazzo il nemico è un serial killer!)
E ancora a parlare? E ancora a dire stronzate sugli orrori di guerra?
Ho la vaga impressione che molte persone intorno a noi siano cecchini, gente che non ha il coraggio di mettere in discussione, che campa di nascosto sulle malefatte degli altri. Richard Wright ci ha insegnato che una parola può essere un’arma. Clint Eastwood ci ha fatto capire che il Novecento dei diritti civili e delle guerre di liberazione si è tramutato nell’èra dei cecchini.
Voglio dare sfogo alla mia strisciante vena mistica/bipolare: possiate essere maledetti fino alla terza generazione!

PS: avrei potuto parlare anche della International Craft con il teschietto di Punisher presente ovunque nel film (altro che messaggi subliminali, è chiaro, alla luce del sole). Ma tutti i calzini hanno un limite. I miei sono pure bucati.  

domenica 30 novembre 2014

Le lunghe notti di Anna Alrutz

Le lunghe notti di Anna Alrutz è la storia di una braune Schwester, cioè una delle infermiere di Hitler che tra le due guerre attuarono la circolare del 13 luglio del 1933 per la sterilizzazione delle donne portatrici di handicap. “…La sterilizzazione è un atto d’amore verso il prossimo. E verso le generazioni future. Per pulire il corpo della nazione da malate e delinquenti” – pag. 15.
L’autrice usa il punto di vista di un fantasma, quello della braune Schwester Anna Alrutz, una strategia narrativa non da poco che ha l’effetto, direi anche il pregio, di dipingere tutto il romanzo in scale di grigi e di renderlo al lettore incontaminato nell’epoca che gli appartiene. La protagonista è nata nel 1907, quindi ha potuto assistere a due guerre, “…dalla prima fui salvata per una sorta di incoscienza infantile… Poi nella seconda, quando Hitler attacca la Polonia, io avrei compiuto trentadue anni, ma ero già cibo per i vermi” – pag 30.
Gli Alrutz sono una famiglia benestante in una Germania sprofondata in una terribile crisi economica. Mentre le strade delle grandi città sono letteralmente messe a ferro e fuoco dagli scontri tra i manifestanti, le forze dell’ordine e le prime squadracce naziste, il medico Johann Alrutz e sua moglie Elisabeth riescono a dare ai propri tre figli – Anna, Hedwin e Wilhelm – una vita più che dignitosa assicurando loro ogni estate una vacanza a Bad Salzgitter, la stazione termale ai piedi del massiccio dello Harz. Qui la piccola Anna conoscerà il pastore Heinrich Rudinski del quale ben presto si innamorerà. Una storia d’amore destinata a fallire per tre motivi: la differenza d’età, il pastore è già sposato e inoltre, come le dirà il padre “…Le cose a Bad Salzgitter… non sono andate nel migliore dei modi. Ma… sono diverse da come le hai immaginate tu”. E poi l’autrice continua facendo dire alla protagonista: “Chiusi il libro e augurai buonanotte. Sono pronta a giurare, ancora oggi, che mio padre avesse gli occhi lucidi” – pag. 124.
I rapporti di Anna con il fratello e la sorella sono burrascosi. Il fratello risulta simpatico a tutti, ma lei non gli perdona il suo appetito e la sua pigrizia. La sorella invece soffre di una malattia ereditata dalla madre ed è sua tutta l’attenzione dei genitori. Anna ne prova gelosia. A riguardo della relazione con il fratello, il padre le dirà: “Ho pensato che la causa della tua furia con Willi potrebbe nascere dall’ordine che hai in testa: vuoi che tutto sia perfettamente pulito e classificato. Sei sempre stata così, anche da bambina. E Willi è l’esatto opposto: non ha paura delle malattie, non ha paura di morire o di ferirsi, mangia e beve allegramente” – pag 86. In questa breve e concisa descrizione che Johann Alrutz fa del rapporto tra Anna e Willi, si delinea una prima bozza della tragedia che di lì a poco avrebbe bruciato la Germania. Non un popolo che sopprime un altro popolo, bensì un fratello che elimina suo fratello. L’opera della Fabiani, quindi, ci dà un’altra prospettiva riguardo all’orrore delle leggi razziali e all’ossessione della conservazione della razza – e qui si percepisce una certa eco della tesi di Arthur Koestler nel libro La Tredicesima Tribù. Fabiani comunque va oltre.
Anna Alrutz si ribella alla sua famiglia e abbraccia la missione del Führer, ma dopo le prime esperienze di vera e propria violenza sulle donne, prende coscienza che “…se mia madre avesse vissuto i suoi anni fertili qualche decennio più tardi, sotto il Terzo Reich, sarebbe stata con certezza sterilizzata” – pag 149. Il male che lei cerca di estirpare è nei suoi stessi geni. E come lei, anche altri personaggi del romanzo hanno qualcosa da nascondere agli occhi paranoici del regime. Non ci troviamo più di fronte a una parte di popolo che elimina un’altra parte del medesimo popolo, bensì ci troviamo di fronte a un individuo che se volesse seguire in maniera certosina la propria logica nazista, dovrebbe eliminare una parte di sé, la propria capacità di procreare, in ultima analisi un “suicidio parziale”.
Il libro di Ilva Fabiani è un romanzo duro e a volte di un lirismo travolgente. Riporto un altro esempio della potenza comunicativa della penna di Ilva Fabiani: “Non ho mai visto una donna che si facesse sterilizzare di propria volontà, per il bene della nazione. Proteggevano il ventre fino all’ultimo, come per un istinto sacro, sordomute, cieche, storpie, zoppe. Tutte lottavano” – pag 229.
Di fronte all’orrore di perdere la possibilità di procreare, tutte le donne reagivano alla stessa maniera, cadevano le barriere dei vari handicap, tutte diventavano “normali” nelle grida, nel pianto, nella disperazione.
Io consiglio vivamente questo romanzo anche perché ha avuto una storia particolare. Dopo essere giunto primo a un importante premio letterario di Napoli, misteriosamente nessun editore l’ha preso in considerazione. L’autrice è una “selfista”, cioè ha reso pubblico il libro in un sito di self-publishing, ha partecipato al concorso indetto dal sito che prevedeva per il vincitore la pubblicazione da parte de La Feltrinelli, e oggi queste preziose pagine sono tra le nostre mani. Le siamo grati, quindi, per due motivi: perché l’ha scritto e perché non ha mollato. 


Gianpaolo Ferrara



"Per i sentieri dove cresce l’erba" di Knut Hamsun



Knut Hamsun è un contadino, nel senso nobile del termine. Aveva una fattoria, tutti sanno quanto amasse la natura. “Pan” è il suo capolavoro a riguardo. Come ogni contadino, Hamsun trascorreva molto tempo a osservare la natura e la sua logica. Non posso dire se materialmente affondasse le mani nel terreno, ma dalla sua scrittura trasuda l’approccio esistenziale del contadino alla natura. Molte osservazioni, tanti pensieri, pochissime parole, centellinate ma messe nel punto giusto e al momento esatto, conferendo loro una potenza che ha solo l’aratro quando solca il terreno, a fondo, costantemente, fino a segnare per sempre la letteratura del Novecento. Un maestro come Hemingway ha detto che dalla sua opera ha capito come dover scrivere. Quel mattacchione di John Fante, in una buffa esclamazione, compara Hamsun al Padreterno (“Per favore Dio, per favore Hamsun, non abbandonatemi adesso!”). Piaceva a Montale, e la sua grandezza era riconosciuta anche da Isaac Singer, uno scrittore ebreo, al quale sarà costato molto il riconoscimento giacché Knut Hamsun era stato nazista. Alcuni cercano di ammorbidire le sue posizioni parlando di simpatie per il Nazismo, ma no, lui è stato nazista quando i tedeschi occupavano la sua Norvegia, anche se ha sempre detto di essere stato all’oscuro dei crimini di guerra commessi dagli occupanti e dai filonazisti nella sua amata patria. Facciamo un passo alla volta per comprendere uno degli autori più amati e più imbarazzanti (per chi lo amava) del secolo scorso – aggiungerei dei nostri tempi.
Da adolescente lessi “Fame” su consiglio di Charles Bukowski. Poi mi persi dietro ai santi bevitori americani e solo oggi, a quarant’anni, riprendo il cammino interrotto immergendomi nelle pagine di “Per i sentieri dove cresce l’erba”, editato dalla Fazi. Sono rimasto colpito dalla definizione di Claudio Magris di questo libro: “Diario dell’effimero e della vanità”. Non so se queste parole siano una sentenza a sé stante o se siano estrapolate da un contesto. Posso dire che gettate così, non mi trovano d’accordo. Fermo restando che l’unica fonte della sua vicenda è lui stesso e che per avere un quadro complessivo dovremmo ascoltare anche la versione dei fatti dei suoi accusatori, io reputo “Per i sentieri dove cresce l’erba” un’efferata difesa del suo status di prigioniero politico fatta con un’intelligenza, un’autoironia, una sottigliezza che fanno accapponare la pelle.
Lui si fa passare per vecchio, sordo ed essenzialmente mezzo rimbecillito. La sua disavventura così come la espone lui fa sorgere il dubbio che abbia effettivamente subito un’ingiustizia.
Ripeto siamo di fronte a un contadino. Chi ha avuto la fortuna di vivere la realtà delle campagne, sa che i contadini sono tutti accomunati da un modo di essere che può essere riassunto nel detto “pauca sapientibus”.
Sentite il suo incipit: “È il 1945. Il 26 maggio il capo della polizia di Arendal venne a Norholm e dispose l’arresto domiciliare di trenta giorni per mia moglie e per me. Non ero stato avvisato in alcun modo”.
Poche parole a buon intenditore. E aggiungerei: Kafkiano!
Le istituzioni entrano all’improvviso nella sua vita quotidiana. Viene arrestato, non è stato avvertito di niente, lui cade dalle nuvole. Poi subito attacca con il suo humour da buontempone: “Su sua richiesta mia moglie gli consegnò le mie armi da fuoco. Così in seguito mi sentii in dovere di scrivergli che conservavo anche due grosse pistole dal tempo dell’ultima olimpiade a Parigi: poteva venirle a prendere quando credeva”. Solo qualche rigo dopo, arriva la sua prima mazzata: “Il 14 giugno mi condussero dalla mia casa all’ospedale di Grimstad – un paio di giorni prima mia moglie era stata portata nella prigione femminile di Arendal”. Dopo il lieve sorriso di pocanzi (io mi sono immaginato questo vecchietto agli arresti che si preoccupa di avvertire le autorità di essere armato e che da buon cittadino, un po’ rimbecillito per l’età, consegna le armi), bene, dopo questo lieve sorriso, l’estrema crudeltà: per delle colpe che sono sue, hanno arrestato anche la moglie. Vedete che artigiano dell’effetto psicologico che era Hamsun? A mio avviso questa è arte. E tutto il libro si snocciola così: il paradiso del lieve sorriso seguito subito dall’inferno della consapevolezza, del "macina tutto" burocratico. La descrizione del luogo in cui è rinchiuso, anch’essa magistrale: “Mi aggiro per l’area dell’ospedale. C’è un vecchio edificio sulla cima della collina, e uno più nuovo in basso, l’ospedale vero e proprio. Io sto sulla collina e sono solo. A parte le tre giovani suore che vivono al primo piano non c’è nessun altro nell’edificio”. Lo hanno messo su una collina e lì deve restare, da solo, non deve vedere nessuno, come un appestato – come qualcuno che si possa difendere se gli si dà la possibilità di controbattere. Hamsun sta cercando di dire che lui non si è potuto difendere. Un paio di pagine dopo arriva il primo dialogo, in cui è riassunta tutta la tecnica comunicativa del libro: “A quel punto posso uscire di nuovo oppure mettermi a fare i solitari. Libri da leggere non ne ho portati, e i miei giornali non arrivano. Dopo qualche giorno chiedo alla ragazza: “Ho visto il postino, non aveva per caso dei giornali per me?” Con mia grande gioia, lei mi risponde, e risponde forte e chiaro, ma dice: “A lei non è permesso di leggere i giornali!”, “Ah, e chi l’ha detto?”, “Il capo della polizia di Arendal”, “Capisco. Molte grazie”. Ingiustizia, rassegnazione, ironia. Questi gli ingredienti. Se volessimo tradurre, per intenderci meglio, in una celeberrima frase dialettale nostrana potremmo dire alla Eduardo De Filippo “ha da passà’ ‘a nuttata”. E si vede questo vecchietto che da solo in una stanza girella con le mani dietro alla schiena, unica cosa che può fare, i solitari.
Per comprendere meglio come lui esponga la propria posizione riguardo all’accusa di collaborazionismo con i nazisti, devo riportare un pezzo un po’ più lungo, tra pagina undici e pagina dodici.
“Il giudice mi chiese cosa ne pensassi degli ambienti nazionalsocialisti con cui ero venuto in contatto a Grimstad. Risposi che in quegli ambienti c’erano persone migliori di me. Ma sorvolai sul fatto che in essa c’erano almeno quattro medici, tanto per non nominare che una categoria”. Interrompo il pezzo perché segue una considerazione che il Nobel fa di se stesso che pare veritiera perché molte persone lo hanno confermato e sostenuto. Knut Hamsun era una persona buona. Egli scrive “L’opinione generale era che fossi troppo buono, tutto sommato, per avere partecipato al complotto nazista”, lo dice però con il suo solito humour e subito dopo, la mazzata: “”Ci sono anche dei giudici”, dissi. Sì, purtroppo, e qual era la mia posizione nei confronti delle spaventose azioni compiute dai tedeschi in Norvegia, e che ora sono venute a galla? Dato che il capo della polizia mi aveva vietato di leggere i giornali, non ne sapevo niente. Non sapevo degli omicidi, del terrore, delle torture? No. Ne avevo avuto sentore appena prima d’essere arrestato. “Bene: una canaglia di nome Terboven, che riceveva gli ordini direttamente da Hitler, ha torturato e macellato per cinque anni il popolo norvegese. Ma grazie a Dio abbiamo resistito. Le sembra che i tedeschi siano un popolo civile?”. Non risposi. Ripeté la domanda. Io lo guardai senza rispondere”. Hamsun sta dicendo che lui non ne sapeva niente degli eccidi, ma ha simpatizzato per il nazismo ed è lì pronto ad assumersi le sue responsabilità a differenza di chi all’ultimo momento aveva cambiato bandiera. Ed era a causa di quelle persone che non si erano assunte le proprie responsabilità e che erano passate dalla parte del vincitore, che alla fin fine nulla era cambiato giacché lui e sua moglie erano stati arrestati all’improvviso e senza avere commesso alcun delitto, bensì solo per un’opinione politica, proprio come accadeva sotto il regime nazista. Adesso se questo è un diario dell’effimero, non saprei dire, ma io personalmente l’ho percepito come un calcio tra i denti. Perché alla fine la storia dell’Occidente democratico così è andata. Lo dico da filo americano e fermo sostenitore della democrazia: purtroppo peggio di noi, solo i sovietici e i nazisti. Lo abbiamo fatto per dei validi motivi, certo, non per la razza o per l’ideologia comunista, ma lo abbiamo fatto, punto. Come non trovarsi d’accordo con Knut Hamsun? Questo tema è ripreso e approfondito nel raccontino del passero a pagina 77: “Un passero è su un ramo, lo fa oscillare. Mi fermo di colpo. Su un altro ramo e su un altro albero c’è pure un uccellino. Sembra che fra i due ci sia qualcosa, una coppia di passeri che vola l’uno incontro all’altro, e si uniscono e si separano cinque volte proprio sotto i miei occhi. Tutto succede in aria, insieme fremono per un momento, si lasciano e si ritrovano ancora, per cinque volte. Dopo hanno l’aria di non avere fatto nulla. Il maschio era specialmente spudorato: sembrava volesse gettare tutta la colpa sulla compagna. Io non gridai, no: ma gli spiegai con legittimo sdegno che dimostrava un animo basso e niente affatto cavalleresco. Erano pur stati di comune accordo! Poco dopo la femmina se ne andò per la sua strada, ben gli stava! Chissà cosa ne penserebbe San Francesco”. Si lasciano e si ritrovano ancora, dice Hamsun, per cinque volte: i cinque anni di occupazione! Cosa ne dice la vostra coscienza? Knut Hamsun ne ha per tutti, anche per i suoi editori, che gli correvano appresso perché i suoi libri andavano a ruba, c’erano i soldi dentro come spiega in un’altra storiella. Ma mai con rancore, sempre sorridendo. Racchiude tutta la psichiatria (perché lui viene ricoverato in un manicomio) in cinque righe: “Il tempo contava sempre sessanta minuti in un’ora. Di meglio non si era riusciti a fare. L’ordine e la precisione regnavano dappertutto, dappertutto solo freddezza, spersonalizzazione, regolamenti. E disciplina imposta con il castigo, e religione”. Cioè sta dicendo agli psichiatri: vi considerate scienziati, ma siete preti.   
Ho finito di leggere questa lezione di vita che è “Per i sentieri dove cresce l’erba”, che conclude la sua opera, e ho due convinzioni: primo, Hamsun va letto. Secondo, l’ultimo libro di Knut Hamsun è la migliore introduzione al resto dei suoi romanzi.

Gianpaolo Ferrara








Il posto

Mi sono trovato questo romanzo in mano per puro caso e ne sono rimasto folgorato per il tema, per come il tema è affrontato, per la delicatezza dell’autrice e per lo spessore della sua scrittura. È uno di quei piccoli capolavori di poco più di cento pagine che ha il potere di essere letto e interpretato in tante maniere diverse. Mi è stato presentato come la biografia che una scrittrice fa della vita del proprio padre, ma non so perché nella mia testa si è cementificata una diversa interpretazione. Io vedo questo libro come la storia della “forza lavoro” e di come essa ha tramutato nel giro di tre generazioni la tradizione antropologica di una famiglia: contadino mezzadro carrettiere il nonno, stalliere, operaio e infine piccolo commerciante il padre, per giungere infine alla figlia professoressa e quindi scrittrice. Il protagonista è il “posto”, inteso come il posto di lavoro e di come esso si modifichi nel tempo forgiando con il sudore della fronte una famiglia normanna di tradizione contadina e di riflesso un intero paese. La parte del leone la fa chiaramente la seconda generazione, il padre, anche perché il suo tempo ha coinciso con il lato oscuro della produzione capitalistica, cioè la guerra – e inoltre quella del padre è la vita più vicina all’io narrante della terza generazione, per l’appunto dell’autrice.
La narrazione comincia con il concorso del Capes che l’io narrante affronta in un liceo di Lione. Il Capes è il concorso, nel sistema scolastico francese, che permette di insegnare la propria disciplina nelle scuole secondarie e in alcuni altri istituti. Riesce a diventare “di ruolo” e come dice a pagina 11 “Mio padre è morto esattamente due mesi dopo”. Ma subito dopo ammette che “mi capita spesso, per qualche istante, di non sapere più se la scena al liceo di Lione ha avuto luogo prima o dopo, se quell’aprile ventoso in cui mi vedo aspettare l’autobus alla Croix-Rousse sia precedente o successivo al giugno soffocante della sua morte”.
Da questo preciso istante di vuoto mnemonico, comincia la narrazione. La mancanza di memoria come gancio generazionale. Parte dal funerale, dalla dignità e dalla semplicità con cui si è svolto, per scavare sempre più indietro nel tempo. Quando il funerale finisce, tutti vanno via e si decide cosa fare dei vestiti del padre, di darli magari a chi ne ha bisogno. Ecco che da un taschino della sua giacca salta fuori un ritaglio di giornale con dentro una vecchia fotografia: “Nell’immagine, alcuni operai disposti su tre file guardavano verso l’obbiettivo, ognuno con il suo berretto. Una tipica foto d’epoca  che nei libri di storia viene usata per illustrare uno sciopero o il fronte popolare. Ho riconosciuto mio padre nell’ultima fila, ha l’aria seria, quasi preoccupata. Molti ridono. Il ritaglio di giornale portava i risultati, in ordine di merito, del concorso delle neodiplomate per accedere alla facoltà di Magistero. Il secondo nome era il mio”. In questo passo di una potenza narrativa possente, penetrante, commovente, a tratti estenuante, l’autrice fa una sintesi non solo del libro, ma del senso stesso della vita: lavorare per far sì che la futura generazione possa avere una vita più dignitosa. Emanciparsi dalla produzione di fabbrica. Nelle pagine successive più volte si sottolinea la paura del padre e della madre non tanto di finire sul lastrico, quanto di tornare in fabbrica.   
Da questo momento comincia la storia di questa dinastia di lavoratori. È un susseguirsi di vivide fotografie di una intensità che fa accapponare la pelle: “Mia nonna aveva persino una certa raffinatezza, alla feste portava una crinolina in cartone e non faceva pipì in piedi sotto la gonna come erano solite fare per comodità molte donne di campagna” – pag 24; “Un giorno mio padre è scivolato dalla cima dell’albero della cuccagna senza avere afferrato il cesto delle vettovaglie. La rabbia di mio nonno durò delle ore” – pag 25; “Ogni lunedì, per timore dei parassiti, il maestro esaminava le unghie” – pag 26; “Le bestie sognano, battono le zampe per tutta la notte” – pag 28; “Mia madre la domenica, assieme alle sue sorelle, comprava un cartoccio di briciole di torta dal pasticciere” – pag 32. “Per risolvere il problema dei topi d’acqua ha comprato una cagna a pelo corto che li ammazzava fracassando loro la testa a morsi” – pag 40; “Sono scivolata in quella metà di mondo per la quale l’altra metà è solo un arredo” – pag 90.
Leggendo queste pagine si ha l’impressione di attraversare il corridoio di un museo dove è esposta una rassegna di fotografie d’epoca. Consiglio vivamente questo libro anche perché il finale, che mi sembra ovvio non dovere riportare, non è il semplice funerale del corpo con cui è iniziato il libro. Annie Ernaux si è conquistata un posto speciale nella mia umile biblioteca.
Gianpaolo Ferrara

Il Posto
Annie Ernaux
Casa editrice L’Orma
107 pagine,
10 euro


La nostra storia comincia

Tobias Wolff è uno di quegli stramaledetti maghi della parola capaci di racchiudere il mondo in poche pagine, cioè di lavorare al genere della short story che senza alcuna ombra di dubbio è il più grande genere di alchimia letteraria che l’ingegno umano abbia mai potuto concepire. Se un romanzo è un dipinto, la short story è un acquerello! Voglio spiegarmi meglio. Un mediocre può anche azzeccarlo un romanzo su dieci, ma con la short story non si bara: o sei bravo o sei pessimo. E Tobias Wolff è un maestro! Di quelli che quando li leggi – se ami scrivere – maledici il mondo intero perché comprendi subito che a quei livelli non ti basterebbero tre vite per arrivarci. 
“La nostra storia comincia” sono diciannove storie una più bella dell’altra che provengono da diverse pubblicazioni americane. Recensire una raccolta di racconti – racconti così belli – è per davvero un lavoro sporco perché non solo comprendi i limiti che hai come scrittore – se sei uno scrittore – ma anche come scribacchino che vuole recensirli perché non sai da dove cominciare. È come aprire la porta di uno sgabuzzino e trovarsi di fronte centinaia di cose diverse nelle forme e nei colori, e vuoi metterle a posto, ma la massa è troppo grande e ti viene quasi voglia di chiedere scusa per l’intrusione e chiudere la porta, lasciare tutto così com’è, quasi fosse un tempio sacro e tu un indegno, uno che non deve entrarci. Ma non buttatevi giù perché vale la pena di leggere questo libro. Ad esempio c’è un racconto, “cacciatori nella neve” che parla di un incidente di caccia, causato dalla paranoia di uno dei cacciatori che crede che il compagno – che lui ferisce – voglia farlo secco. Non sto qui a raccontare la storia, ma quel racconto ha un finale che vi rimarrà in testa per il resto dei vostri giorni. Solo per quel finale, vale la pena di comprare il libro. Ma è la capacità di sintesi dell’autore che fulmina il lettore sin dalle prime pagine. Sentite l’incipit di quest’altro capolavoro di short story intitolato “In panne nel deserto”: “Quando attraversarono il Colorado, Krystal dormiva. Mark aveva promesso di fare una sosta per scattate qualche foto, ma al momento buono le diede un’occhiata e proseguì. Aveva la faccia accaldata per l’aria che soffiava nell’abitacolo. I capelli, corti nel taglio estivo, le pendevano umidi sulla fronte. Solo qualche ciocca si levava nella brezza. Teneva le mani incrociate sulla pancia, il che faceva sembrare la sua gravidanza ancora più avanzata”, pag 124. Il Colorado, un viaggio, il caldo, un fotografo, una parola non mantenuta, una gravidanza… ha praticamente detto il passato, il presente, il futuro della coppia.  E subito dopo, lirica pura: “Su un lato come sull’altro si allungava l’azzurro del fiume, gemello del cielo aperto”. E io sono rimasto a bocca aperta. Siamo tutti abbastanza stagionati, credo, per chiederci che fine ha fatto quella ragazzina che ci piaceva tanto, a tal punto da essere “immaginaria”. C’è un racconto che parla anche di questo, un’altra chicca, da non perdere. Tobias Wolff ha preso l’imperfezione della vita per scolpire pagine perfette. È un maestro, va letto.

Gianpaolo Ferrara

Tobias Wolff
La nostra storia comincia
Einaudi
Pagine 297

Euro 21,00

Stoner

Stoner ha avuto sì una vita ordinaria, ma ha sempre fatto ciò che voleva. Non nutriva alcun particolare sogno di gloria, cosa condivisibile – al giorno d’oggi oserei dire sacra, giusto per evitare di essere confusi con gli idioti (c’è un’eco di Mark Twain/Oscar Wilde in questa battuta o no?). D’altro canto, però, questa sua totale assenza di ambizioni era dovuta al fatto che lui aveva tutto ciò che desiderava: insegnava letteratura, e quest’è.
Questa è la fabula del libro, niente di eccezionale. Eppure quando inizierete a leggere Stoner, lo consumerete come quando si beve una birra d’estate. Un solo sorso, esagerando due. Perché?
Da un punto di vista prettamente stilistico, leggendo questo libro vi rendete conto che, come direbbe il poeta Leonard Cohen, “there’s a blaze of light in every word, it doesn’t matter which you heard”. Invece dal punto di vista della vita così “piatta” di Williams Stoner, prenderete coscienza che, sempre come dice il poeta Leonard Cohen, “There is a crack in everything, that’s how the light gets in”.
Egli è un bambino figlio di contadini. Il suo papà decide di mandarlo a studiare agraria per un motivo molto semplice: la terra non rende frutti e magari se il figlio studiasse agraria, potrebbe aiutarlo a strappare qualcosa di più da quell’ingrato fazzoletto di terra di sua proprietà. Il figlio non è convinto di questa cosa e prima di accettare chiede al padre se è proprio il caso di mandarlo, giacché lui, avanti con l’età, si troverebbe a fare tutto da solo. Insomma, alla fine il figlio accetta. Quando però il piccolo Stoner sente dalla bocca del professor Sloane una lezione su Shakespeare, s’innamora della letteratura inglese.
Lui non tornerà mai più alla terra.
In poche parole tradisce le aspettative del padre, il quale comprende e non se la prende a male.
Questo non sarà il suo unico “tradimento”. Una cosa del genere avviene anche nel secondo capitolo, quando John Williams ci parla dei due amici di Stoner: Masters e Finch. Questa è però un’amicizia sui generis come si legge a pagina 37: “I tre – Stoner, Masters e Finch – presero l’abitudine di incontrarsi ogni venerdì pomeriggio in un piccolo bar giù in città, dove bevevano grandi boccali di birra restando a chiacchierare fino a tardi. Anche se quelle sere erano il suo unico svago sociale, Stoner s’interrogava spesso sulla natura della loro relazione. Pur andando d’accordo, non erano divenuti intimi; non entravano mai in confidenza e raramente si vedevano durante il resto della settimana”. Quando il 6 aprile del 16 il Congresso degli Stati Uniti d’America dichiara guerra alla Germania, i due amici di Stoner si arruolano dando per scontato che lo faccia anche lui. Stoner in un primo momento pensa di seguire il loro esempio, poi preferisce rimanere all’università (per studiare!). La sua semplice e al contempo particolare personalità salta fuori il giorno in cui s’innamora della donna che sarà sua moglie, Edith Elaine Bostwick, una persona silenziosa, la cui prima comparsa nel libro può essere paragonata a un acquerello, mirabile da lontano, ma quando ci si avvicina si nota una sorta di sagoma distorta, illeggibile. Io adesso mi permetto di dire una cosa, riguardo alla Bostwick, che appartiene solo ed esclusivamente al mondo delle mie impressioni. Ho avuto la sensazione di essere di fronte a una Madame Bovary in salsa americana – con tutto quello che definizione (salsa americana) possa significare riguardo all’idea del disturbo della personalità come conseguenza di uno sfrenato sistema di consumo o meglio di società del consumo. Mi spiego meglio. Questa donna ha materialmente tutto, quindi è spiritualmente insoddisfatta. Proviene da una famiglia borghese vecchio stampo, in cui l’uomo porta il denaro in casa e procura alla sua compagna, moglie, qualsiasi cosa di cui lei abbia bisogno. In cambio la donna tiene pulita la casa. Una famiglia in cui ci si sorride sempre per buona educazione, ma non si esternano mai i propri sentimenti d’amore. Una famiglia gelata nei suoi ruoli. Voglio esagerare: ho avuto l’impressione di trovarmi davanti alla Bovary, ma vista da un’altra prospettiva. Non che Charles Bovary e William Stoner abbiano qualcosa in comune, assolutamente no! Ma la donna è più o meno la stessa, e in questo libro (in determinati capitoli) parrebbe che la sua vita sia snocciolata dal punto di vista del marito.
Dalle pagine di John Williams, sembra che Edith vada a nozze con Stoner perché è il primo che glielo ha chiesto e lei vuole fuggire dalla sua famiglia di appartenenza, dalla sua insoddisfazione, senza rendersi conto che quei germi del mal di vivere li ha dentro e che altro non potrà fare – come il lettore vedrà – che ricreare un ambiente e una famiglia simili. Mi sono permesso di usare questa pesantissima espressione, disturbo della personalità, perché c’è un passaggio del libro che è agghiacciante. Magari se qualche psichiatra lo leggesse, potrebbe darci una mano a far chiarezza.
Quando lui va a visitarla, “all’improvviso Edith apparve sulla grande porta, pallida e seria”, lei fa un passo indietro, poi due avanti, si stringono la mano e infine si siedono sul divano, senza parlare. Il colloquio che ne esce dopo è di una tristezza unica. Lui cerca un contatto, lei “lo guardò quasi con orrore”. Quando Stoner decide di andare via perché comprende di trovarsi di fronte a un muro di ghiaccio, ecco che Edith si trasforma e gli parla di tutta la sua vita. A pagina 65, si legge il resoconto di quel confronto: “Anni dopo gli capitò di pensare che durante quel primo, lungo incontro con lei, in quell’ora e mezza di una fredda sera di dicembre, Edith gli aveva parlato di sé più di quanto avesse mai fatto in seguito. Quando si congedarono, sentì che erano estranei in un modo per lui impensabile, e capì di essere innamorato”. E ancora: “Ciò che aveva sentito era una specie di confessione, che interpretò come una richiesta di aiuto”. Stoner, che ha indole sensibilissima, ha capito che tipo di persona ha davanti, ma la sua testa è dura e decide che quella sarà sua moglie. Il matrimonio sarà un fallimento, Edith dimostrerà di avere tanti altri lati oscuri che quasi sfiorano una “diversa personalità”. Nelle pagine 66, 67 e 68 si intravede tra l’altro un’influenza della tecnica narrativa che usa Zola in Teresa Raquin, cioè tutto ciò che abbiamo detto fino a ora riguardo al loro primo colloquio, viene “allungato”, arricchito di ulteriori sfumature per giungere allo stesso concetto di pagina 66, ma rafforzato. Infatti leggiamo a pagina 68: “Ora William Stoner s’era intromesso in quella profondissima intimità e qualcosa di insospettato in lei, come una specie di istinto, l’aveva indotta a richiamarlo prima che uscisse dalla porta. E a parlare in modo così rapido e disperato, come non aveva mai fatto prima, e come non avrebbe fatto mai più”. A spaccare questi due momenti di sintesi e spiegazione, vi sono tre righe in cui Stoner chiaramente fa comprendere le due anime che compongono il carattere della futura moglie: “Ricamava trame delicate e inutili, dipingeva paesaggi evanescenti con acquerelli finissimi, e suonava il piano con tocco debole ma preciso”.      
Delicate, ma inutili. Preciso, ma debole.
Rimaniamo però sul carattere di Stoner. Stoner prende quello che vuole. La prima notte di matrimonio è una disfatta, e in seguito egli giungerà a prendere la moglie mentre dorme. Si può immaginare qualcosa di più squallido? Lui lo fa perché non riesce a resistere alla carne. Ma attenzione, Stoner non è un personaggio squallido, tutt’altro. Il suo animo è nobile. È un uomo delicato che realmente si preoccupa della sensibilità di chi gli è di fronte a prescindere se è una brava o un cattiva persona. Nel capitolo 10, il più lungo del libro, la descrizione che John Williams fa della sensibilità del suo Stoner, rimarrà come uno degli affreschi più belli in assoluto della letteratura americana del ‘900. 
Subito dopo avere raggiunto l’apice del suo successo (Stoner per apice non intende riconoscimenti accademici, bensì il semplice fatto che le sue lezioni riscuotano successo tra i giovani), dicevo, raggiunto il “successo”, egli si troverà a combattere la grande battaglia della sua vita. Una battaglia che perderà. Perché? Perché Stoner è un “guerriero” che dopo avere sferrato il suo colpo si preoccupa di avere fatto male al suo avversario. Ecco in cosa consiste la sua sensibilità, la sua nobiltà d’animo. In questo benedetto decimo capitolo c’è uno scontro tra lui e un suo collega, il prof Lomax,  riguardo alla valutazione di uno studente, Walker. Questi è assistente di Lomax e come Lomax è un portatore di handicap. Stoner però ritiene che sia un giovane pigro, incompetente e disonesto – con qualche lieve sfumatura di furbizia, aggiungerei. Stoner non si fa impietosire dallo stato fisico di Walker, lui semplicemente crede che gente così debba essere tenuta alla larga dall’accademia perché se un giorno dovessero avere la possibilità di giungere a una cattedra, potrebbe fare guai seri. Lomax invece lo difende strenuamente, nonostante i fatti (la commissione che interroga Walker) diano ragione a Stoner.
Stoner è un uomo retto a cui non interessa avere ragione. Infatti quando la commissione comincia a interrogare Walker, egli è felice perché Walker non inciampa in una sola parola: “Stoner lo ascoltava, e mentre ascoltava il suo stupore cresceva. Non riusciva a capacitarsi che quello fosse lo stesso studente che aveva partecipato al suo seminario e che lui aveva creduto di conoscere. L’esposizione di Walker era lucida, diretta e intelligente, a tratti quasi geniale. Lomax aveva ragione: se la tesi avesse mantenuto le sue premesse, si sarebbe rivelata brillante. Speranza, passione ed entusiasmo gli crebbero in petto e si protese in avanti attentissimo” – pagina 179. Le cose andranno in maniera diversa, Walker si rivelerà un fake e Stoner perderà la sua battaglia contro Lomax (una battaglia che dura per altri venti anni, tutti da leggere!).
Dicevamo, Stoner è un uomo retto. Tradirà la moglie.
Questo piatto succulento, però, lo lascio alla vostra curiosità.
Riguardo a questo tradimento voglio solo riportare un pezzo che a mio avviso tutti gli scrittori nostrani di “meatball love story” dovrebbero leggere: “Quand’era giovanissimo, Stoner pensava che l’amore fosse uno stato assoluto dell’essere a cui un uomo, se fortunato, poteva avere il privilegio di accedere. Durante la maturità, l’aveva invece liquidato come il paradiso di una falsa religione, da contemplare con scettica ironia, soave e negativo disprezzo, e vergognosa nostalgia. Arrivato alla mezza età, cominciava a capire che non era né un’illusione né uno stato di grazia: lo vedeva come una parte del divenire umano, una condizione inventata e modificata momento per momento, e giorno dopo giorno, dalla volontà, dall’intelligenza e dal cuore” – pagina 226. E aggiungerei un altro pezzo che consiglio con tutto l’affetto e la simpatia di questo mondo a quegli studenti che perdono tempo dietro ai “richiami della primavera” chiudendo anticipatamente i libri di scuola. Se le cose vanno come dice Stoner, allora è il partner giusto, in caso contrario… è solo una perdita di tempo: “Facevano l’amore, restavano sdraiati per un po’ e tornavano a studiare, come se l’amore e lo studio fossero un unico processo” – pagina 250.
A Carver non piacevano i furbi. Diceva che i cosiddetti sperimentalismi letterari spesso erano frodi. Lo Stoner di Williams è la dimostrazione che Carver aveva ragione. È una scrittura classica, semplice, lineare e allo stesso tempo profonda. C’è tutto da imparare. Ma lo stile di John Williams è qualcosa in più. Non so come dire, ma questo suo libro è decisamente “globale”. A mio avviso si potrebbe collocare nella tradizione americana come in quella europea, senza alcun problema. È magico.
Un’ultima cosa sul nome Stoner. Abbiamo visto che ci troviamo di fronte a una persona che preferisce la letteratura alla realtà e allo stesso tempo è una testa dura. Ho pensato che il nome Stoner rimandi a stone, pietra. Ma “stoner” nello slang odierno vuol dire anche stare con la testa tra le nuvole e si usa per i fumatori di marijuana. Il dialetto è più antico della lingua che si parla e lo slang al contrario è l’evoluzione della lingua – esiste lo slang degli anni ’50, degli anni ’60 e così via dicendo fino ad oggi. Io non so se negli anni di John Williams esistesse nello slang una parola come “stoner”. Sta di fatto che oggi per il buon vecchio professore Willy, quel cognome è decisamente azzeccato. Potremmo farlo entrare nella nostra lingua per quelli come noi, che amano la letteratura e non hanno nessuna intenzione di mollare.
Sei uno stoner!
Di Gianpaolo Ferrara
Stoner
Di John Williams
Fazi editore
Euro 17.50
Pagina 322     








Narciso negazione di Ulisse

Narciso negazione di Ulisse,
uniche colonne i lineamenti
del tuo volto, solo e scevro.
Vivi di conquista, immune,
incolume, intorpidito e
neghi la pancia della terra.
Non vuoi conoscere ma farti
adorare, gradire come una spezie.
Temi ogni forma di comunicazione
e vivi di impressione e sì imprimi
l’icona tua e sacra vuota
poco cristallina ma stellare – spettacolo.
Con la lingua cattiva uccidi.
Il narcisismo ci seppellirà tutti.




Gianpaolo Ferrara

Il segreto del Mandylion (All’ombra dell’Impero, volume 1)

È un romanzo di genere che non si può classificare. Riunisce in sé tre tradizioni letterarie: romanzo storico, romanzo fantastico, romanzo d’avventura. È scritto tra l’altro in maniera fluente e chiara, ed è solo il primo capitolo di una saga che va tenuta sottocchio perché Alberto Custerlina ha dimostrato in questa prima puntata di essere una penna magistrale. Desidero sottolineare da subito l’originale intuizione nell’avere scelto il luogo e il tempo: anno 1902, Triste, Impero Austroungarico. Un luogo e un tempo mitici nella memoria almeno quanto Londra, agli inizi del secolo scorso – un altro impero però, quello britannico. Nell’immaginario collettivo, probabilmente europeo, si fa coincidere il mistero, l’idea stessa del detective e dell’investigazione con la suddetta capitale inglese. Ma Custerlina del suo romanzo fa di Trieste una degna concorrente. È una città etnicamente italiana, certo, ma centro importante dell’impero, quindi un viavai di popoli, culture e misteri di tutto il mondo. 
Viene trovato morto e con il volto sfigurato un ufficiale dell’esercito austroungarico. Poco prima è stata rubata una reliquia cristiana, il Mandylion, la sacra sindone, quella originale, preservata attraverso i secoli da una sorta di ordine di cui l’armeno Artan Hagopian, commerciante di cineserie a Trieste e accanito fumatore di oppio, ne è l’ultimo custode. Chiunque poggi il Mandylion  sul proprio volto, se è un uomo puro di cuore, può ricevere una grazia. Questo avviene al giovane Davorin Paternoster – praticamente adottato da Anton Adler, commissario di Polizia – che quella notte si trova sulla scena del delitto.  L’ufficiale morto, però, ha un losco passato, qualcosa da nascondere, ed ecco che per occultare questo ulteriore segreto interviene nelle indagini il maggiore Ettore Gortan. La grazia ricevuta da Davorin si concretizza il giorno dopo, è Ariel, una bambina che solo lui può vedere, una creatura molto speciale. Chi ha tentato il furto della reliquia? Per rispondere a questo quesito, l’autore si sposta su di un secondo livello di narrazione, centrato sull’armeno, sul suo ordine, sui suoi viaggi in Estremo Oriente e soprattutto sulla sua amata donna cinese Xiexia, probabilmente il personaggio più introverso e affascinante di questa prima puntata. È in questo secondo livello di narrazione che comincia a delinearsi il personaggio cattivo, il barone Van Der Borg.
Avete mai visto la lavorazione del tombolo? Si usano più fili per formare una medesima figura. Questo fa Custurlina, che saccheggia i misteri della storia con una nonchalance unica, arrivando a parlare anche degli Yazidi, sì, gli stessi che stanno rischiando oggigiorno di essere sterminati dall’Isis, portando alla luce un pregiudizio di cui questo popolo è vittima sa secoli. È un’avvincente lettura, un grande botta di ossigeno o, per dirla all’Artan Hagopian, una bella palla di oppio! Lo consiglio vivamente. Non è un caso che sia stato selezionato al Bancarella 2014!
Di Gianpaolo Ferrara