domenica 30 novembre 2014

Le lunghe notti di Anna Alrutz

Le lunghe notti di Anna Alrutz è la storia di una braune Schwester, cioè una delle infermiere di Hitler che tra le due guerre attuarono la circolare del 13 luglio del 1933 per la sterilizzazione delle donne portatrici di handicap. “…La sterilizzazione è un atto d’amore verso il prossimo. E verso le generazioni future. Per pulire il corpo della nazione da malate e delinquenti” – pag. 15.
L’autrice usa il punto di vista di un fantasma, quello della braune Schwester Anna Alrutz, una strategia narrativa non da poco che ha l’effetto, direi anche il pregio, di dipingere tutto il romanzo in scale di grigi e di renderlo al lettore incontaminato nell’epoca che gli appartiene. La protagonista è nata nel 1907, quindi ha potuto assistere a due guerre, “…dalla prima fui salvata per una sorta di incoscienza infantile… Poi nella seconda, quando Hitler attacca la Polonia, io avrei compiuto trentadue anni, ma ero già cibo per i vermi” – pag 30.
Gli Alrutz sono una famiglia benestante in una Germania sprofondata in una terribile crisi economica. Mentre le strade delle grandi città sono letteralmente messe a ferro e fuoco dagli scontri tra i manifestanti, le forze dell’ordine e le prime squadracce naziste, il medico Johann Alrutz e sua moglie Elisabeth riescono a dare ai propri tre figli – Anna, Hedwin e Wilhelm – una vita più che dignitosa assicurando loro ogni estate una vacanza a Bad Salzgitter, la stazione termale ai piedi del massiccio dello Harz. Qui la piccola Anna conoscerà il pastore Heinrich Rudinski del quale ben presto si innamorerà. Una storia d’amore destinata a fallire per tre motivi: la differenza d’età, il pastore è già sposato e inoltre, come le dirà il padre “…Le cose a Bad Salzgitter… non sono andate nel migliore dei modi. Ma… sono diverse da come le hai immaginate tu”. E poi l’autrice continua facendo dire alla protagonista: “Chiusi il libro e augurai buonanotte. Sono pronta a giurare, ancora oggi, che mio padre avesse gli occhi lucidi” – pag. 124.
I rapporti di Anna con il fratello e la sorella sono burrascosi. Il fratello risulta simpatico a tutti, ma lei non gli perdona il suo appetito e la sua pigrizia. La sorella invece soffre di una malattia ereditata dalla madre ed è sua tutta l’attenzione dei genitori. Anna ne prova gelosia. A riguardo della relazione con il fratello, il padre le dirà: “Ho pensato che la causa della tua furia con Willi potrebbe nascere dall’ordine che hai in testa: vuoi che tutto sia perfettamente pulito e classificato. Sei sempre stata così, anche da bambina. E Willi è l’esatto opposto: non ha paura delle malattie, non ha paura di morire o di ferirsi, mangia e beve allegramente” – pag 86. In questa breve e concisa descrizione che Johann Alrutz fa del rapporto tra Anna e Willi, si delinea una prima bozza della tragedia che di lì a poco avrebbe bruciato la Germania. Non un popolo che sopprime un altro popolo, bensì un fratello che elimina suo fratello. L’opera della Fabiani, quindi, ci dà un’altra prospettiva riguardo all’orrore delle leggi razziali e all’ossessione della conservazione della razza – e qui si percepisce una certa eco della tesi di Arthur Koestler nel libro La Tredicesima Tribù. Fabiani comunque va oltre.
Anna Alrutz si ribella alla sua famiglia e abbraccia la missione del Führer, ma dopo le prime esperienze di vera e propria violenza sulle donne, prende coscienza che “…se mia madre avesse vissuto i suoi anni fertili qualche decennio più tardi, sotto il Terzo Reich, sarebbe stata con certezza sterilizzata” – pag 149. Il male che lei cerca di estirpare è nei suoi stessi geni. E come lei, anche altri personaggi del romanzo hanno qualcosa da nascondere agli occhi paranoici del regime. Non ci troviamo più di fronte a una parte di popolo che elimina un’altra parte del medesimo popolo, bensì ci troviamo di fronte a un individuo che se volesse seguire in maniera certosina la propria logica nazista, dovrebbe eliminare una parte di sé, la propria capacità di procreare, in ultima analisi un “suicidio parziale”.
Il libro di Ilva Fabiani è un romanzo duro e a volte di un lirismo travolgente. Riporto un altro esempio della potenza comunicativa della penna di Ilva Fabiani: “Non ho mai visto una donna che si facesse sterilizzare di propria volontà, per il bene della nazione. Proteggevano il ventre fino all’ultimo, come per un istinto sacro, sordomute, cieche, storpie, zoppe. Tutte lottavano” – pag 229.
Di fronte all’orrore di perdere la possibilità di procreare, tutte le donne reagivano alla stessa maniera, cadevano le barriere dei vari handicap, tutte diventavano “normali” nelle grida, nel pianto, nella disperazione.
Io consiglio vivamente questo romanzo anche perché ha avuto una storia particolare. Dopo essere giunto primo a un importante premio letterario di Napoli, misteriosamente nessun editore l’ha preso in considerazione. L’autrice è una “selfista”, cioè ha reso pubblico il libro in un sito di self-publishing, ha partecipato al concorso indetto dal sito che prevedeva per il vincitore la pubblicazione da parte de La Feltrinelli, e oggi queste preziose pagine sono tra le nostre mani. Le siamo grati, quindi, per due motivi: perché l’ha scritto e perché non ha mollato. 


Gianpaolo Ferrara



"Per i sentieri dove cresce l’erba" di Knut Hamsun



Knut Hamsun è un contadino, nel senso nobile del termine. Aveva una fattoria, tutti sanno quanto amasse la natura. “Pan” è il suo capolavoro a riguardo. Come ogni contadino, Hamsun trascorreva molto tempo a osservare la natura e la sua logica. Non posso dire se materialmente affondasse le mani nel terreno, ma dalla sua scrittura trasuda l’approccio esistenziale del contadino alla natura. Molte osservazioni, tanti pensieri, pochissime parole, centellinate ma messe nel punto giusto e al momento esatto, conferendo loro una potenza che ha solo l’aratro quando solca il terreno, a fondo, costantemente, fino a segnare per sempre la letteratura del Novecento. Un maestro come Hemingway ha detto che dalla sua opera ha capito come dover scrivere. Quel mattacchione di John Fante, in una buffa esclamazione, compara Hamsun al Padreterno (“Per favore Dio, per favore Hamsun, non abbandonatemi adesso!”). Piaceva a Montale, e la sua grandezza era riconosciuta anche da Isaac Singer, uno scrittore ebreo, al quale sarà costato molto il riconoscimento giacché Knut Hamsun era stato nazista. Alcuni cercano di ammorbidire le sue posizioni parlando di simpatie per il Nazismo, ma no, lui è stato nazista quando i tedeschi occupavano la sua Norvegia, anche se ha sempre detto di essere stato all’oscuro dei crimini di guerra commessi dagli occupanti e dai filonazisti nella sua amata patria. Facciamo un passo alla volta per comprendere uno degli autori più amati e più imbarazzanti (per chi lo amava) del secolo scorso – aggiungerei dei nostri tempi.
Da adolescente lessi “Fame” su consiglio di Charles Bukowski. Poi mi persi dietro ai santi bevitori americani e solo oggi, a quarant’anni, riprendo il cammino interrotto immergendomi nelle pagine di “Per i sentieri dove cresce l’erba”, editato dalla Fazi. Sono rimasto colpito dalla definizione di Claudio Magris di questo libro: “Diario dell’effimero e della vanità”. Non so se queste parole siano una sentenza a sé stante o se siano estrapolate da un contesto. Posso dire che gettate così, non mi trovano d’accordo. Fermo restando che l’unica fonte della sua vicenda è lui stesso e che per avere un quadro complessivo dovremmo ascoltare anche la versione dei fatti dei suoi accusatori, io reputo “Per i sentieri dove cresce l’erba” un’efferata difesa del suo status di prigioniero politico fatta con un’intelligenza, un’autoironia, una sottigliezza che fanno accapponare la pelle.
Lui si fa passare per vecchio, sordo ed essenzialmente mezzo rimbecillito. La sua disavventura così come la espone lui fa sorgere il dubbio che abbia effettivamente subito un’ingiustizia.
Ripeto siamo di fronte a un contadino. Chi ha avuto la fortuna di vivere la realtà delle campagne, sa che i contadini sono tutti accomunati da un modo di essere che può essere riassunto nel detto “pauca sapientibus”.
Sentite il suo incipit: “È il 1945. Il 26 maggio il capo della polizia di Arendal venne a Norholm e dispose l’arresto domiciliare di trenta giorni per mia moglie e per me. Non ero stato avvisato in alcun modo”.
Poche parole a buon intenditore. E aggiungerei: Kafkiano!
Le istituzioni entrano all’improvviso nella sua vita quotidiana. Viene arrestato, non è stato avvertito di niente, lui cade dalle nuvole. Poi subito attacca con il suo humour da buontempone: “Su sua richiesta mia moglie gli consegnò le mie armi da fuoco. Così in seguito mi sentii in dovere di scrivergli che conservavo anche due grosse pistole dal tempo dell’ultima olimpiade a Parigi: poteva venirle a prendere quando credeva”. Solo qualche rigo dopo, arriva la sua prima mazzata: “Il 14 giugno mi condussero dalla mia casa all’ospedale di Grimstad – un paio di giorni prima mia moglie era stata portata nella prigione femminile di Arendal”. Dopo il lieve sorriso di pocanzi (io mi sono immaginato questo vecchietto agli arresti che si preoccupa di avvertire le autorità di essere armato e che da buon cittadino, un po’ rimbecillito per l’età, consegna le armi), bene, dopo questo lieve sorriso, l’estrema crudeltà: per delle colpe che sono sue, hanno arrestato anche la moglie. Vedete che artigiano dell’effetto psicologico che era Hamsun? A mio avviso questa è arte. E tutto il libro si snocciola così: il paradiso del lieve sorriso seguito subito dall’inferno della consapevolezza, del "macina tutto" burocratico. La descrizione del luogo in cui è rinchiuso, anch’essa magistrale: “Mi aggiro per l’area dell’ospedale. C’è un vecchio edificio sulla cima della collina, e uno più nuovo in basso, l’ospedale vero e proprio. Io sto sulla collina e sono solo. A parte le tre giovani suore che vivono al primo piano non c’è nessun altro nell’edificio”. Lo hanno messo su una collina e lì deve restare, da solo, non deve vedere nessuno, come un appestato – come qualcuno che si possa difendere se gli si dà la possibilità di controbattere. Hamsun sta cercando di dire che lui non si è potuto difendere. Un paio di pagine dopo arriva il primo dialogo, in cui è riassunta tutta la tecnica comunicativa del libro: “A quel punto posso uscire di nuovo oppure mettermi a fare i solitari. Libri da leggere non ne ho portati, e i miei giornali non arrivano. Dopo qualche giorno chiedo alla ragazza: “Ho visto il postino, non aveva per caso dei giornali per me?” Con mia grande gioia, lei mi risponde, e risponde forte e chiaro, ma dice: “A lei non è permesso di leggere i giornali!”, “Ah, e chi l’ha detto?”, “Il capo della polizia di Arendal”, “Capisco. Molte grazie”. Ingiustizia, rassegnazione, ironia. Questi gli ingredienti. Se volessimo tradurre, per intenderci meglio, in una celeberrima frase dialettale nostrana potremmo dire alla Eduardo De Filippo “ha da passà’ ‘a nuttata”. E si vede questo vecchietto che da solo in una stanza girella con le mani dietro alla schiena, unica cosa che può fare, i solitari.
Per comprendere meglio come lui esponga la propria posizione riguardo all’accusa di collaborazionismo con i nazisti, devo riportare un pezzo un po’ più lungo, tra pagina undici e pagina dodici.
“Il giudice mi chiese cosa ne pensassi degli ambienti nazionalsocialisti con cui ero venuto in contatto a Grimstad. Risposi che in quegli ambienti c’erano persone migliori di me. Ma sorvolai sul fatto che in essa c’erano almeno quattro medici, tanto per non nominare che una categoria”. Interrompo il pezzo perché segue una considerazione che il Nobel fa di se stesso che pare veritiera perché molte persone lo hanno confermato e sostenuto. Knut Hamsun era una persona buona. Egli scrive “L’opinione generale era che fossi troppo buono, tutto sommato, per avere partecipato al complotto nazista”, lo dice però con il suo solito humour e subito dopo, la mazzata: “”Ci sono anche dei giudici”, dissi. Sì, purtroppo, e qual era la mia posizione nei confronti delle spaventose azioni compiute dai tedeschi in Norvegia, e che ora sono venute a galla? Dato che il capo della polizia mi aveva vietato di leggere i giornali, non ne sapevo niente. Non sapevo degli omicidi, del terrore, delle torture? No. Ne avevo avuto sentore appena prima d’essere arrestato. “Bene: una canaglia di nome Terboven, che riceveva gli ordini direttamente da Hitler, ha torturato e macellato per cinque anni il popolo norvegese. Ma grazie a Dio abbiamo resistito. Le sembra che i tedeschi siano un popolo civile?”. Non risposi. Ripeté la domanda. Io lo guardai senza rispondere”. Hamsun sta dicendo che lui non ne sapeva niente degli eccidi, ma ha simpatizzato per il nazismo ed è lì pronto ad assumersi le sue responsabilità a differenza di chi all’ultimo momento aveva cambiato bandiera. Ed era a causa di quelle persone che non si erano assunte le proprie responsabilità e che erano passate dalla parte del vincitore, che alla fin fine nulla era cambiato giacché lui e sua moglie erano stati arrestati all’improvviso e senza avere commesso alcun delitto, bensì solo per un’opinione politica, proprio come accadeva sotto il regime nazista. Adesso se questo è un diario dell’effimero, non saprei dire, ma io personalmente l’ho percepito come un calcio tra i denti. Perché alla fine la storia dell’Occidente democratico così è andata. Lo dico da filo americano e fermo sostenitore della democrazia: purtroppo peggio di noi, solo i sovietici e i nazisti. Lo abbiamo fatto per dei validi motivi, certo, non per la razza o per l’ideologia comunista, ma lo abbiamo fatto, punto. Come non trovarsi d’accordo con Knut Hamsun? Questo tema è ripreso e approfondito nel raccontino del passero a pagina 77: “Un passero è su un ramo, lo fa oscillare. Mi fermo di colpo. Su un altro ramo e su un altro albero c’è pure un uccellino. Sembra che fra i due ci sia qualcosa, una coppia di passeri che vola l’uno incontro all’altro, e si uniscono e si separano cinque volte proprio sotto i miei occhi. Tutto succede in aria, insieme fremono per un momento, si lasciano e si ritrovano ancora, per cinque volte. Dopo hanno l’aria di non avere fatto nulla. Il maschio era specialmente spudorato: sembrava volesse gettare tutta la colpa sulla compagna. Io non gridai, no: ma gli spiegai con legittimo sdegno che dimostrava un animo basso e niente affatto cavalleresco. Erano pur stati di comune accordo! Poco dopo la femmina se ne andò per la sua strada, ben gli stava! Chissà cosa ne penserebbe San Francesco”. Si lasciano e si ritrovano ancora, dice Hamsun, per cinque volte: i cinque anni di occupazione! Cosa ne dice la vostra coscienza? Knut Hamsun ne ha per tutti, anche per i suoi editori, che gli correvano appresso perché i suoi libri andavano a ruba, c’erano i soldi dentro come spiega in un’altra storiella. Ma mai con rancore, sempre sorridendo. Racchiude tutta la psichiatria (perché lui viene ricoverato in un manicomio) in cinque righe: “Il tempo contava sempre sessanta minuti in un’ora. Di meglio non si era riusciti a fare. L’ordine e la precisione regnavano dappertutto, dappertutto solo freddezza, spersonalizzazione, regolamenti. E disciplina imposta con il castigo, e religione”. Cioè sta dicendo agli psichiatri: vi considerate scienziati, ma siete preti.   
Ho finito di leggere questa lezione di vita che è “Per i sentieri dove cresce l’erba”, che conclude la sua opera, e ho due convinzioni: primo, Hamsun va letto. Secondo, l’ultimo libro di Knut Hamsun è la migliore introduzione al resto dei suoi romanzi.

Gianpaolo Ferrara








Il posto

Mi sono trovato questo romanzo in mano per puro caso e ne sono rimasto folgorato per il tema, per come il tema è affrontato, per la delicatezza dell’autrice e per lo spessore della sua scrittura. È uno di quei piccoli capolavori di poco più di cento pagine che ha il potere di essere letto e interpretato in tante maniere diverse. Mi è stato presentato come la biografia che una scrittrice fa della vita del proprio padre, ma non so perché nella mia testa si è cementificata una diversa interpretazione. Io vedo questo libro come la storia della “forza lavoro” e di come essa ha tramutato nel giro di tre generazioni la tradizione antropologica di una famiglia: contadino mezzadro carrettiere il nonno, stalliere, operaio e infine piccolo commerciante il padre, per giungere infine alla figlia professoressa e quindi scrittrice. Il protagonista è il “posto”, inteso come il posto di lavoro e di come esso si modifichi nel tempo forgiando con il sudore della fronte una famiglia normanna di tradizione contadina e di riflesso un intero paese. La parte del leone la fa chiaramente la seconda generazione, il padre, anche perché il suo tempo ha coinciso con il lato oscuro della produzione capitalistica, cioè la guerra – e inoltre quella del padre è la vita più vicina all’io narrante della terza generazione, per l’appunto dell’autrice.
La narrazione comincia con il concorso del Capes che l’io narrante affronta in un liceo di Lione. Il Capes è il concorso, nel sistema scolastico francese, che permette di insegnare la propria disciplina nelle scuole secondarie e in alcuni altri istituti. Riesce a diventare “di ruolo” e come dice a pagina 11 “Mio padre è morto esattamente due mesi dopo”. Ma subito dopo ammette che “mi capita spesso, per qualche istante, di non sapere più se la scena al liceo di Lione ha avuto luogo prima o dopo, se quell’aprile ventoso in cui mi vedo aspettare l’autobus alla Croix-Rousse sia precedente o successivo al giugno soffocante della sua morte”.
Da questo preciso istante di vuoto mnemonico, comincia la narrazione. La mancanza di memoria come gancio generazionale. Parte dal funerale, dalla dignità e dalla semplicità con cui si è svolto, per scavare sempre più indietro nel tempo. Quando il funerale finisce, tutti vanno via e si decide cosa fare dei vestiti del padre, di darli magari a chi ne ha bisogno. Ecco che da un taschino della sua giacca salta fuori un ritaglio di giornale con dentro una vecchia fotografia: “Nell’immagine, alcuni operai disposti su tre file guardavano verso l’obbiettivo, ognuno con il suo berretto. Una tipica foto d’epoca  che nei libri di storia viene usata per illustrare uno sciopero o il fronte popolare. Ho riconosciuto mio padre nell’ultima fila, ha l’aria seria, quasi preoccupata. Molti ridono. Il ritaglio di giornale portava i risultati, in ordine di merito, del concorso delle neodiplomate per accedere alla facoltà di Magistero. Il secondo nome era il mio”. In questo passo di una potenza narrativa possente, penetrante, commovente, a tratti estenuante, l’autrice fa una sintesi non solo del libro, ma del senso stesso della vita: lavorare per far sì che la futura generazione possa avere una vita più dignitosa. Emanciparsi dalla produzione di fabbrica. Nelle pagine successive più volte si sottolinea la paura del padre e della madre non tanto di finire sul lastrico, quanto di tornare in fabbrica.   
Da questo momento comincia la storia di questa dinastia di lavoratori. È un susseguirsi di vivide fotografie di una intensità che fa accapponare la pelle: “Mia nonna aveva persino una certa raffinatezza, alla feste portava una crinolina in cartone e non faceva pipì in piedi sotto la gonna come erano solite fare per comodità molte donne di campagna” – pag 24; “Un giorno mio padre è scivolato dalla cima dell’albero della cuccagna senza avere afferrato il cesto delle vettovaglie. La rabbia di mio nonno durò delle ore” – pag 25; “Ogni lunedì, per timore dei parassiti, il maestro esaminava le unghie” – pag 26; “Le bestie sognano, battono le zampe per tutta la notte” – pag 28; “Mia madre la domenica, assieme alle sue sorelle, comprava un cartoccio di briciole di torta dal pasticciere” – pag 32. “Per risolvere il problema dei topi d’acqua ha comprato una cagna a pelo corto che li ammazzava fracassando loro la testa a morsi” – pag 40; “Sono scivolata in quella metà di mondo per la quale l’altra metà è solo un arredo” – pag 90.
Leggendo queste pagine si ha l’impressione di attraversare il corridoio di un museo dove è esposta una rassegna di fotografie d’epoca. Consiglio vivamente questo libro anche perché il finale, che mi sembra ovvio non dovere riportare, non è il semplice funerale del corpo con cui è iniziato il libro. Annie Ernaux si è conquistata un posto speciale nella mia umile biblioteca.
Gianpaolo Ferrara

Il Posto
Annie Ernaux
Casa editrice L’Orma
107 pagine,
10 euro


La nostra storia comincia

Tobias Wolff è uno di quegli stramaledetti maghi della parola capaci di racchiudere il mondo in poche pagine, cioè di lavorare al genere della short story che senza alcuna ombra di dubbio è il più grande genere di alchimia letteraria che l’ingegno umano abbia mai potuto concepire. Se un romanzo è un dipinto, la short story è un acquerello! Voglio spiegarmi meglio. Un mediocre può anche azzeccarlo un romanzo su dieci, ma con la short story non si bara: o sei bravo o sei pessimo. E Tobias Wolff è un maestro! Di quelli che quando li leggi – se ami scrivere – maledici il mondo intero perché comprendi subito che a quei livelli non ti basterebbero tre vite per arrivarci. 
“La nostra storia comincia” sono diciannove storie una più bella dell’altra che provengono da diverse pubblicazioni americane. Recensire una raccolta di racconti – racconti così belli – è per davvero un lavoro sporco perché non solo comprendi i limiti che hai come scrittore – se sei uno scrittore – ma anche come scribacchino che vuole recensirli perché non sai da dove cominciare. È come aprire la porta di uno sgabuzzino e trovarsi di fronte centinaia di cose diverse nelle forme e nei colori, e vuoi metterle a posto, ma la massa è troppo grande e ti viene quasi voglia di chiedere scusa per l’intrusione e chiudere la porta, lasciare tutto così com’è, quasi fosse un tempio sacro e tu un indegno, uno che non deve entrarci. Ma non buttatevi giù perché vale la pena di leggere questo libro. Ad esempio c’è un racconto, “cacciatori nella neve” che parla di un incidente di caccia, causato dalla paranoia di uno dei cacciatori che crede che il compagno – che lui ferisce – voglia farlo secco. Non sto qui a raccontare la storia, ma quel racconto ha un finale che vi rimarrà in testa per il resto dei vostri giorni. Solo per quel finale, vale la pena di comprare il libro. Ma è la capacità di sintesi dell’autore che fulmina il lettore sin dalle prime pagine. Sentite l’incipit di quest’altro capolavoro di short story intitolato “In panne nel deserto”: “Quando attraversarono il Colorado, Krystal dormiva. Mark aveva promesso di fare una sosta per scattate qualche foto, ma al momento buono le diede un’occhiata e proseguì. Aveva la faccia accaldata per l’aria che soffiava nell’abitacolo. I capelli, corti nel taglio estivo, le pendevano umidi sulla fronte. Solo qualche ciocca si levava nella brezza. Teneva le mani incrociate sulla pancia, il che faceva sembrare la sua gravidanza ancora più avanzata”, pag 124. Il Colorado, un viaggio, il caldo, un fotografo, una parola non mantenuta, una gravidanza… ha praticamente detto il passato, il presente, il futuro della coppia.  E subito dopo, lirica pura: “Su un lato come sull’altro si allungava l’azzurro del fiume, gemello del cielo aperto”. E io sono rimasto a bocca aperta. Siamo tutti abbastanza stagionati, credo, per chiederci che fine ha fatto quella ragazzina che ci piaceva tanto, a tal punto da essere “immaginaria”. C’è un racconto che parla anche di questo, un’altra chicca, da non perdere. Tobias Wolff ha preso l’imperfezione della vita per scolpire pagine perfette. È un maestro, va letto.

Gianpaolo Ferrara

Tobias Wolff
La nostra storia comincia
Einaudi
Pagine 297

Euro 21,00

Stoner

Stoner ha avuto sì una vita ordinaria, ma ha sempre fatto ciò che voleva. Non nutriva alcun particolare sogno di gloria, cosa condivisibile – al giorno d’oggi oserei dire sacra, giusto per evitare di essere confusi con gli idioti (c’è un’eco di Mark Twain/Oscar Wilde in questa battuta o no?). D’altro canto, però, questa sua totale assenza di ambizioni era dovuta al fatto che lui aveva tutto ciò che desiderava: insegnava letteratura, e quest’è.
Questa è la fabula del libro, niente di eccezionale. Eppure quando inizierete a leggere Stoner, lo consumerete come quando si beve una birra d’estate. Un solo sorso, esagerando due. Perché?
Da un punto di vista prettamente stilistico, leggendo questo libro vi rendete conto che, come direbbe il poeta Leonard Cohen, “there’s a blaze of light in every word, it doesn’t matter which you heard”. Invece dal punto di vista della vita così “piatta” di Williams Stoner, prenderete coscienza che, sempre come dice il poeta Leonard Cohen, “There is a crack in everything, that’s how the light gets in”.
Egli è un bambino figlio di contadini. Il suo papà decide di mandarlo a studiare agraria per un motivo molto semplice: la terra non rende frutti e magari se il figlio studiasse agraria, potrebbe aiutarlo a strappare qualcosa di più da quell’ingrato fazzoletto di terra di sua proprietà. Il figlio non è convinto di questa cosa e prima di accettare chiede al padre se è proprio il caso di mandarlo, giacché lui, avanti con l’età, si troverebbe a fare tutto da solo. Insomma, alla fine il figlio accetta. Quando però il piccolo Stoner sente dalla bocca del professor Sloane una lezione su Shakespeare, s’innamora della letteratura inglese.
Lui non tornerà mai più alla terra.
In poche parole tradisce le aspettative del padre, il quale comprende e non se la prende a male.
Questo non sarà il suo unico “tradimento”. Una cosa del genere avviene anche nel secondo capitolo, quando John Williams ci parla dei due amici di Stoner: Masters e Finch. Questa è però un’amicizia sui generis come si legge a pagina 37: “I tre – Stoner, Masters e Finch – presero l’abitudine di incontrarsi ogni venerdì pomeriggio in un piccolo bar giù in città, dove bevevano grandi boccali di birra restando a chiacchierare fino a tardi. Anche se quelle sere erano il suo unico svago sociale, Stoner s’interrogava spesso sulla natura della loro relazione. Pur andando d’accordo, non erano divenuti intimi; non entravano mai in confidenza e raramente si vedevano durante il resto della settimana”. Quando il 6 aprile del 16 il Congresso degli Stati Uniti d’America dichiara guerra alla Germania, i due amici di Stoner si arruolano dando per scontato che lo faccia anche lui. Stoner in un primo momento pensa di seguire il loro esempio, poi preferisce rimanere all’università (per studiare!). La sua semplice e al contempo particolare personalità salta fuori il giorno in cui s’innamora della donna che sarà sua moglie, Edith Elaine Bostwick, una persona silenziosa, la cui prima comparsa nel libro può essere paragonata a un acquerello, mirabile da lontano, ma quando ci si avvicina si nota una sorta di sagoma distorta, illeggibile. Io adesso mi permetto di dire una cosa, riguardo alla Bostwick, che appartiene solo ed esclusivamente al mondo delle mie impressioni. Ho avuto la sensazione di essere di fronte a una Madame Bovary in salsa americana – con tutto quello che definizione (salsa americana) possa significare riguardo all’idea del disturbo della personalità come conseguenza di uno sfrenato sistema di consumo o meglio di società del consumo. Mi spiego meglio. Questa donna ha materialmente tutto, quindi è spiritualmente insoddisfatta. Proviene da una famiglia borghese vecchio stampo, in cui l’uomo porta il denaro in casa e procura alla sua compagna, moglie, qualsiasi cosa di cui lei abbia bisogno. In cambio la donna tiene pulita la casa. Una famiglia in cui ci si sorride sempre per buona educazione, ma non si esternano mai i propri sentimenti d’amore. Una famiglia gelata nei suoi ruoli. Voglio esagerare: ho avuto l’impressione di trovarmi davanti alla Bovary, ma vista da un’altra prospettiva. Non che Charles Bovary e William Stoner abbiano qualcosa in comune, assolutamente no! Ma la donna è più o meno la stessa, e in questo libro (in determinati capitoli) parrebbe che la sua vita sia snocciolata dal punto di vista del marito.
Dalle pagine di John Williams, sembra che Edith vada a nozze con Stoner perché è il primo che glielo ha chiesto e lei vuole fuggire dalla sua famiglia di appartenenza, dalla sua insoddisfazione, senza rendersi conto che quei germi del mal di vivere li ha dentro e che altro non potrà fare – come il lettore vedrà – che ricreare un ambiente e una famiglia simili. Mi sono permesso di usare questa pesantissima espressione, disturbo della personalità, perché c’è un passaggio del libro che è agghiacciante. Magari se qualche psichiatra lo leggesse, potrebbe darci una mano a far chiarezza.
Quando lui va a visitarla, “all’improvviso Edith apparve sulla grande porta, pallida e seria”, lei fa un passo indietro, poi due avanti, si stringono la mano e infine si siedono sul divano, senza parlare. Il colloquio che ne esce dopo è di una tristezza unica. Lui cerca un contatto, lei “lo guardò quasi con orrore”. Quando Stoner decide di andare via perché comprende di trovarsi di fronte a un muro di ghiaccio, ecco che Edith si trasforma e gli parla di tutta la sua vita. A pagina 65, si legge il resoconto di quel confronto: “Anni dopo gli capitò di pensare che durante quel primo, lungo incontro con lei, in quell’ora e mezza di una fredda sera di dicembre, Edith gli aveva parlato di sé più di quanto avesse mai fatto in seguito. Quando si congedarono, sentì che erano estranei in un modo per lui impensabile, e capì di essere innamorato”. E ancora: “Ciò che aveva sentito era una specie di confessione, che interpretò come una richiesta di aiuto”. Stoner, che ha indole sensibilissima, ha capito che tipo di persona ha davanti, ma la sua testa è dura e decide che quella sarà sua moglie. Il matrimonio sarà un fallimento, Edith dimostrerà di avere tanti altri lati oscuri che quasi sfiorano una “diversa personalità”. Nelle pagine 66, 67 e 68 si intravede tra l’altro un’influenza della tecnica narrativa che usa Zola in Teresa Raquin, cioè tutto ciò che abbiamo detto fino a ora riguardo al loro primo colloquio, viene “allungato”, arricchito di ulteriori sfumature per giungere allo stesso concetto di pagina 66, ma rafforzato. Infatti leggiamo a pagina 68: “Ora William Stoner s’era intromesso in quella profondissima intimità e qualcosa di insospettato in lei, come una specie di istinto, l’aveva indotta a richiamarlo prima che uscisse dalla porta. E a parlare in modo così rapido e disperato, come non aveva mai fatto prima, e come non avrebbe fatto mai più”. A spaccare questi due momenti di sintesi e spiegazione, vi sono tre righe in cui Stoner chiaramente fa comprendere le due anime che compongono il carattere della futura moglie: “Ricamava trame delicate e inutili, dipingeva paesaggi evanescenti con acquerelli finissimi, e suonava il piano con tocco debole ma preciso”.      
Delicate, ma inutili. Preciso, ma debole.
Rimaniamo però sul carattere di Stoner. Stoner prende quello che vuole. La prima notte di matrimonio è una disfatta, e in seguito egli giungerà a prendere la moglie mentre dorme. Si può immaginare qualcosa di più squallido? Lui lo fa perché non riesce a resistere alla carne. Ma attenzione, Stoner non è un personaggio squallido, tutt’altro. Il suo animo è nobile. È un uomo delicato che realmente si preoccupa della sensibilità di chi gli è di fronte a prescindere se è una brava o un cattiva persona. Nel capitolo 10, il più lungo del libro, la descrizione che John Williams fa della sensibilità del suo Stoner, rimarrà come uno degli affreschi più belli in assoluto della letteratura americana del ‘900. 
Subito dopo avere raggiunto l’apice del suo successo (Stoner per apice non intende riconoscimenti accademici, bensì il semplice fatto che le sue lezioni riscuotano successo tra i giovani), dicevo, raggiunto il “successo”, egli si troverà a combattere la grande battaglia della sua vita. Una battaglia che perderà. Perché? Perché Stoner è un “guerriero” che dopo avere sferrato il suo colpo si preoccupa di avere fatto male al suo avversario. Ecco in cosa consiste la sua sensibilità, la sua nobiltà d’animo. In questo benedetto decimo capitolo c’è uno scontro tra lui e un suo collega, il prof Lomax,  riguardo alla valutazione di uno studente, Walker. Questi è assistente di Lomax e come Lomax è un portatore di handicap. Stoner però ritiene che sia un giovane pigro, incompetente e disonesto – con qualche lieve sfumatura di furbizia, aggiungerei. Stoner non si fa impietosire dallo stato fisico di Walker, lui semplicemente crede che gente così debba essere tenuta alla larga dall’accademia perché se un giorno dovessero avere la possibilità di giungere a una cattedra, potrebbe fare guai seri. Lomax invece lo difende strenuamente, nonostante i fatti (la commissione che interroga Walker) diano ragione a Stoner.
Stoner è un uomo retto a cui non interessa avere ragione. Infatti quando la commissione comincia a interrogare Walker, egli è felice perché Walker non inciampa in una sola parola: “Stoner lo ascoltava, e mentre ascoltava il suo stupore cresceva. Non riusciva a capacitarsi che quello fosse lo stesso studente che aveva partecipato al suo seminario e che lui aveva creduto di conoscere. L’esposizione di Walker era lucida, diretta e intelligente, a tratti quasi geniale. Lomax aveva ragione: se la tesi avesse mantenuto le sue premesse, si sarebbe rivelata brillante. Speranza, passione ed entusiasmo gli crebbero in petto e si protese in avanti attentissimo” – pagina 179. Le cose andranno in maniera diversa, Walker si rivelerà un fake e Stoner perderà la sua battaglia contro Lomax (una battaglia che dura per altri venti anni, tutti da leggere!).
Dicevamo, Stoner è un uomo retto. Tradirà la moglie.
Questo piatto succulento, però, lo lascio alla vostra curiosità.
Riguardo a questo tradimento voglio solo riportare un pezzo che a mio avviso tutti gli scrittori nostrani di “meatball love story” dovrebbero leggere: “Quand’era giovanissimo, Stoner pensava che l’amore fosse uno stato assoluto dell’essere a cui un uomo, se fortunato, poteva avere il privilegio di accedere. Durante la maturità, l’aveva invece liquidato come il paradiso di una falsa religione, da contemplare con scettica ironia, soave e negativo disprezzo, e vergognosa nostalgia. Arrivato alla mezza età, cominciava a capire che non era né un’illusione né uno stato di grazia: lo vedeva come una parte del divenire umano, una condizione inventata e modificata momento per momento, e giorno dopo giorno, dalla volontà, dall’intelligenza e dal cuore” – pagina 226. E aggiungerei un altro pezzo che consiglio con tutto l’affetto e la simpatia di questo mondo a quegli studenti che perdono tempo dietro ai “richiami della primavera” chiudendo anticipatamente i libri di scuola. Se le cose vanno come dice Stoner, allora è il partner giusto, in caso contrario… è solo una perdita di tempo: “Facevano l’amore, restavano sdraiati per un po’ e tornavano a studiare, come se l’amore e lo studio fossero un unico processo” – pagina 250.
A Carver non piacevano i furbi. Diceva che i cosiddetti sperimentalismi letterari spesso erano frodi. Lo Stoner di Williams è la dimostrazione che Carver aveva ragione. È una scrittura classica, semplice, lineare e allo stesso tempo profonda. C’è tutto da imparare. Ma lo stile di John Williams è qualcosa in più. Non so come dire, ma questo suo libro è decisamente “globale”. A mio avviso si potrebbe collocare nella tradizione americana come in quella europea, senza alcun problema. È magico.
Un’ultima cosa sul nome Stoner. Abbiamo visto che ci troviamo di fronte a una persona che preferisce la letteratura alla realtà e allo stesso tempo è una testa dura. Ho pensato che il nome Stoner rimandi a stone, pietra. Ma “stoner” nello slang odierno vuol dire anche stare con la testa tra le nuvole e si usa per i fumatori di marijuana. Il dialetto è più antico della lingua che si parla e lo slang al contrario è l’evoluzione della lingua – esiste lo slang degli anni ’50, degli anni ’60 e così via dicendo fino ad oggi. Io non so se negli anni di John Williams esistesse nello slang una parola come “stoner”. Sta di fatto che oggi per il buon vecchio professore Willy, quel cognome è decisamente azzeccato. Potremmo farlo entrare nella nostra lingua per quelli come noi, che amano la letteratura e non hanno nessuna intenzione di mollare.
Sei uno stoner!
Di Gianpaolo Ferrara
Stoner
Di John Williams
Fazi editore
Euro 17.50
Pagina 322     








Narciso negazione di Ulisse

Narciso negazione di Ulisse,
uniche colonne i lineamenti
del tuo volto, solo e scevro.
Vivi di conquista, immune,
incolume, intorpidito e
neghi la pancia della terra.
Non vuoi conoscere ma farti
adorare, gradire come una spezie.
Temi ogni forma di comunicazione
e vivi di impressione e sì imprimi
l’icona tua e sacra vuota
poco cristallina ma stellare – spettacolo.
Con la lingua cattiva uccidi.
Il narcisismo ci seppellirà tutti.




Gianpaolo Ferrara

Il segreto del Mandylion (All’ombra dell’Impero, volume 1)

È un romanzo di genere che non si può classificare. Riunisce in sé tre tradizioni letterarie: romanzo storico, romanzo fantastico, romanzo d’avventura. È scritto tra l’altro in maniera fluente e chiara, ed è solo il primo capitolo di una saga che va tenuta sottocchio perché Alberto Custerlina ha dimostrato in questa prima puntata di essere una penna magistrale. Desidero sottolineare da subito l’originale intuizione nell’avere scelto il luogo e il tempo: anno 1902, Triste, Impero Austroungarico. Un luogo e un tempo mitici nella memoria almeno quanto Londra, agli inizi del secolo scorso – un altro impero però, quello britannico. Nell’immaginario collettivo, probabilmente europeo, si fa coincidere il mistero, l’idea stessa del detective e dell’investigazione con la suddetta capitale inglese. Ma Custerlina del suo romanzo fa di Trieste una degna concorrente. È una città etnicamente italiana, certo, ma centro importante dell’impero, quindi un viavai di popoli, culture e misteri di tutto il mondo. 
Viene trovato morto e con il volto sfigurato un ufficiale dell’esercito austroungarico. Poco prima è stata rubata una reliquia cristiana, il Mandylion, la sacra sindone, quella originale, preservata attraverso i secoli da una sorta di ordine di cui l’armeno Artan Hagopian, commerciante di cineserie a Trieste e accanito fumatore di oppio, ne è l’ultimo custode. Chiunque poggi il Mandylion  sul proprio volto, se è un uomo puro di cuore, può ricevere una grazia. Questo avviene al giovane Davorin Paternoster – praticamente adottato da Anton Adler, commissario di Polizia – che quella notte si trova sulla scena del delitto.  L’ufficiale morto, però, ha un losco passato, qualcosa da nascondere, ed ecco che per occultare questo ulteriore segreto interviene nelle indagini il maggiore Ettore Gortan. La grazia ricevuta da Davorin si concretizza il giorno dopo, è Ariel, una bambina che solo lui può vedere, una creatura molto speciale. Chi ha tentato il furto della reliquia? Per rispondere a questo quesito, l’autore si sposta su di un secondo livello di narrazione, centrato sull’armeno, sul suo ordine, sui suoi viaggi in Estremo Oriente e soprattutto sulla sua amata donna cinese Xiexia, probabilmente il personaggio più introverso e affascinante di questa prima puntata. È in questo secondo livello di narrazione che comincia a delinearsi il personaggio cattivo, il barone Van Der Borg.
Avete mai visto la lavorazione del tombolo? Si usano più fili per formare una medesima figura. Questo fa Custurlina, che saccheggia i misteri della storia con una nonchalance unica, arrivando a parlare anche degli Yazidi, sì, gli stessi che stanno rischiando oggigiorno di essere sterminati dall’Isis, portando alla luce un pregiudizio di cui questo popolo è vittima sa secoli. È un’avvincente lettura, un grande botta di ossigeno o, per dirla all’Artan Hagopian, una bella palla di oppio! Lo consiglio vivamente. Non è un caso che sia stato selezionato al Bancarella 2014!
Di Gianpaolo Ferrara


Sguardi dal novecento

“Sguardi dal novecento” di Nicola Vacca è un libro necessario. Nicola Vacca raccoglie in questo piccolo saggio gli “eretici” del secolo scorso componendo per ognuno di loro un ritratto breve ma profondo. E’ una sorta di mappa, un’antologia di input per chiunque volesse dare uno sguardo indietro e capire come sono andate certe cose e perché sono andate in quel verso – che non fanno molto onore alla intellighenzia di quella sinistra italiana che continua ancora oggi nel suo percorso di totale smantellamento di una cultura che possa essere onesta, trasparente e disinteressata.
Il nostro è un paese di consorterie e marchettari di professione. Lo è sempre stato. Prima venivano messe all’indice tutte quelle opere che non fossero in linea con l’ortodossia comunista, oggi al contrario mandano avanti scrittori le cui opere sono a tutti gli effetti dei prolungamenti cartacei di programmi televisivi di pessimo gusto e privi del benché minimo contenuto.   
L’ho già ammesso una volta e non ho alcun problema ad ammetterlo ancora. Chi se ne frega se il peccato di ignoranza può tagliarmi le gambe in un paese in cui l’unico valore di un intellettuale di successo è quello “paninaro” dell’apparenza. Io leggendo questo libro ho imparato cose che ignoravo. Non conoscevo la storia del poeta Edgardo Marani. Diciamocelo subito, era fascista. Ma io che credo fermamente nei valori della democrazia, non posso accettare che questo poeta sia stato assassinato e gettato in una fossa comune e che solo di recente sia venuta fuori la sua storia che non ha nulla a che invidiare in termini di “disumanità” alla Notte delle Matite Spezzate.
Ma altre vittime di questa censura culturale che non posso che definire medievale sono stati Giorgio Bassani, Carlo Cassola e lo stesso Calvino quando cercò di parlare della resistenza in termini diversi da quelli imposti dalla propaganda di partito. E che dire delle bellissime pagine che Nicola Vacca dedica ad Alda Merini, Rocco Scotellaro, Mario Luzi?
Dicevo, questo di Nicola Vacca è un libro necessario, che deve essere presente tra i nostri libri, a casa nostra. E nelle nostre teste.
Le ultime quattro pagine sono un attacco diretto agli attuali detentori del potere culturale, con tanto di nome e cognome! Non ne voglio parlare perché è un finale che dovete scoprire da soli!
Gianpaolo Ferrara

Sguardi dal Novecento
Galaad Edizioni
133 pagine

13,00 euro

Le rockstar non sono morte

Non ridevo così dai tempi di Bar Sport. Valerio Piperata è una bomba atomica. Il suo “Le rockstar non sono morte” è una divertentissima storia che rimarrà – e chiunque ne abbia oggi la prima edizione… tra venti anni avrà un tesoro tra le mani. Io non so da quale clinica sbuchi questa brillante mente, ma posso dirvi che i 14 euro che ho speso per le sue 160 pagine… è stata la cosa migliore che io abbia fatto quest’anno.
La fabula è molto semplice: un adolescente vuole diventare una rockstar. No, non un musicista, anzi non sa neanche suonare, ma come spesso si ripete nel libro, saper suonare non è importante. È un giovane che sogna a occhi aperti maree di ragazzine sotto il suo palco e incessanti fucilate di flash che possano documentare ogni singolo spostamento del suo corpo. L’incipit del libro gioca proprio su questa sfrenata fantasia adolescenziale e bisogno di affermazione del proprio ego: è in camera sua, fa finta di suonare e immagina se stesso al proprio concerto… fin quando la madre non sbraita il suo nome.
Come si chiama il nostro eroe? Davide Fagiolo! Piperata conosce molto bene le tecniche per suscitare un sorriso a cominciare proprio da nomi improbabili se non proprio buffi. “Davide Fagiolo” sarà il leader della rock band “I Vecchi” che hanno come cavallo di battaglia l’hit “Libertà” e suoneranno in luoghi dai nomi ancora più “stupidi” quale la Ciociara (Pecoraro Romano, Lazio), Lu cane, lu gatto e lu somaru (Montecacio, Marche), bar Da Franco (Santa Maria Cosciona, Toscana), Bar Bettola (Cecio Marittimo, Emilia Romagna), La Tana dell’Ultrà (San “Pizzino”, Campania).
Il gruppo messo su da Davide Fagiolo è un’accozzaglia di squinternati: il suo compagno di infanzia Tommasso Sciarra con problemi di peso e molto timido (sarà il cantante); il criminale di borgata Adriano Trota, tra l’altro accanito fumatore di hashish; il cantante neomelodico napoletano Marco Pannocchia, l’unico con un po’ di fama dopo il deplorevole spettacolo dato a X Factor. La formazione finale è descritta nel suo abbigliamento usuale a pagina 49, ed ha il retrogusto di un elenco epico delle armi e degli eroi: “abbigliamento di Tommy: felpona nera con la stella rossa dei Clash al centro, pantaloni jeans di quattro taglie più grandi da rapper nero di Detroit anni Novanta, scarpone di tela grosse come ferri da stiro. Abbigliamento di Trota: tuta del Manchester United da coatto discotecaro, Nike ai piedi, brillocco sull’orecchio sinistro, zuccotto Adidas. Abbigliamento di Pannocchia: non potete capire. Giacca bianca da trafficante di droga colombiano, camicia rosa, pantalone nero lucido, scarpe scamosciate imitazione Hogan, medaglione con il crocifisso d’oro giallo, lo stesso al provino di X Factor. Abbigliamento mio: maglietta bianca della salute, blue jeans, Converse rosse squarciate ai lati e i miei occhiali con la montatura da secchione”.
Piperata è eccellente con i dialoghi. Il più riuscito in assoluto è pagina 43, che riporto per intero perché è roba da antologia: “<> disse Trota. <>. Silenzio. <> disse Pannocchia. <> disse Tommy. <> Chiese quasi sottovoce Trota. <> risposi. <>. <>, <> gridò Trota”.
Riporto anche la scaletta della serata, per dare un’idea di quanto semplice e forte sia la tecnica di Piperata, che consiste nel mettere sullo stesso piano il MITO e la realtà dei fatti, una vera e propria miscela esilarante: Pezzo numero uno, “Knockin’on Heaven’s Door” di Bob Dylan, pezzo numero due “Help” dei Beatles, pezzo numero tre “Smells Like Teen Spirit” dei Nirvana, e infine la celeberrima “Libertà” dei celeberrimi I Vecchi.
Qui e lì ogni tanto c’è anche qualche chicca di saggezza da stampare sulle magliette, come ad esempio a proposito di Arianna che piace tanto al Fagiolo: “Ragazzi, neanche ci conoscevamo che già mi prendeva per il culo. Non poteva che essere la donna della mia vita”.
Vi sembrerà incredibile, ma I Vecchi faranno strada o meglio riusciranno a raggiungere l’ultimo scalino prima del palco, ma purtroppo succederà qualcosa… chi li vuole lanciare, Claudio, che lavora per la più importante casa discografica del paese, è ancora più squinternato di loro. Ci sarà la caduta, l’inferno della consapevolezza, la fine del sogno… ma non sarà la fine del libro perché nonostante tutto I Vecchi resisteranno. Un libro bellissimo sull’adolescenza e il suo grande mistero: la totale perdita della testa fra le nuvole. Lo consiglio vivamente.

Gianpaolo Ferrara

Le rockstar non sono morte
Valerio Piperata
Edizioni E/O
Pagine 158

Prezzo 14,00

martedì 30 settembre 2014

L'invenzione dei giovani




Il saggio di Jon Savage parla della giovinezza, della “sua creazione” o meglio della nascita di un concetto, l’adolescenza, che era estraneo al mondo classico. Ho scoperto il libro per caso, su di una bancarella. L’ho aperto e al primo capitolo ho letto il titolo “Marie Bashkirtseff e Jesse Pomeroy”.
Ignoravo completamente chi fosse la donna, ma conoscevo perfettamente Jesse Pomeroy, un pluriomicida di Boston che alla sola età di quattordici anni aveva torturato e violentato sette coetanei e ucciso altri due. Il giovane assassino non raggiunse il fatidico numero quattro per essere considerato un omicida seriale, ma oggi viene lo stesso considerato un serial killer. Questo è stato il motivo per cui ho comprato il libro giacché di Pomeroy stavo traducendo la sua autobiografia datata 1874 e che poi ho reso pubblica online.
In pratica cercavo nuove notizie su di una delle storie criminali che di più ha “appassionato” l’opinione pubblica statunitense, e mi sono ritrovato tra le mani un saggio prezioso che qualsiasi genitore dovrebbe avere in casa. Perché? Perché parla di come i sistemi politici degli ultimi due secoli abbiano usato la giovinezza per i loro scopi politici, militari ed economici.
La giovinezza è la più ghiotta delle torte per chiunque volesse governare la massa – e di questo ne sono coscienti tutti coloro che propagandano idee o vendono merce, da sinistra a destra, passando per le mafie, le chiese e come dimostra la cronaca degli ultimi giorni anche per le moschee e per certi bizzarri centri di ortodossia ebraica.  
Quando il sistema capitalistico prese coscienza che la giovinezza era un pozzo di San Patrizio, inventò una parola, “teenager”, che stava a indicare i giovani dai 14 ai 18 anni ed era un termine specifico del marketing. Questa invenzione coincise con la vittoria degli Usa nella Seconda guerra mondiale. Da quel momento in poi, i Teenager americani e la loro cultura giovanilistica presero il sopravvento in tutto l’Occidente, un processo che continua ancora oggi sotto i nostri occhi.
Ma torniamo al titolo del primo capitolo. Chi era Marie Bashkirtseff? Era una adolescente che scrisse un diario in cui per la prima volta vennero a delinearsi tutti i caratteri salienti di quella età che oggi conosciamo come adolescenza: il bisogno di divertirsi, il bisogno di ballare, il bisogno di sentirsi importanti, la voglia di bere vino e fare baldoria, l’odio nei confronti del vecchio e dei vecchi, l’amore impossibile, il desiderio di diventare una “stella” (non nel senso di stella cinematografica, siamo nel 1875, probabilmente lei intendeva stella come luce che brilla e tutti possono ammirare), volere affermare il proprio ego a tutti i costi, l’impero di Narciso.
La ricerca di Jon Savage sull’origine dell’adolescenza parte quindi con due testi fondamentali e di una attualità incredibile: il primo è il diario moderno di una adolescente che vuole essere bella, una stella; il secondo è l’autobiografia di un adolescente che ha ucciso per piacere, per divertimento – un sadico. Non sono forse da sempre queste… le due facce della medesima gioventù? The beautiful and the Damned, per citare un altro libro.
Il giovane durante la sua pubertà ha una energia in eccesso, e le nuove libertà sociali che si andavano delineando nelle democrazie capitalistiche fungevano da miccia per una vera e propria esplosione che ben presto avrebbe visto il nascere di gang che avrebbero messo letteralmente a soqquadro dapprima le grandi metropoli, poi gli altri centri di grandezze più modeste. Jon Savage non lo dice esplicitamente ma fa intendere che probabilmente le scuole pubbliche siano nate proprio per incanalare questa energia in politiche militari giacché la nascente psichiatria stava dimostrando che il giovane non aveva paura della morte ed era potenzialmente un ottimo soldato. La scuola però alfabetizzò questi giovani i quali cominciarono a mostrare dei loro gusti. Nascevano così le prime riviste giovanili, la prima letteratura giovanile, la prima musica giovanile.
I giornalisti come sempre ci "nzupparono" il pane alla grande, e tentarono di indirizzare questi giovani con una nuova terminologia che andava a “confondersi” con gli slang di strada. Nasceva il “cool”.
Nel 1899 Clarence Rook diede alle stampe il romanzo “TheHooligan Nights”, in cui definiva il suo eroe come un diciassettenne (Alf!) pronto alla battaglia per strada e delineava anche il suo vestiario: “Intorno alla gola portava il fazzoletto azzurro con pallini bianchi che mi farà pensare sempre a lui e più sotto una giacchetta leggera, il robusto cinturone di cuoio” e sotto la giacca aveva mica un coltello, no, aveva una mannaia!
Alf disprezzava gli stranieri e anche se considerava gli sbirri in maniera positiva, alla fine non si fidava neanche di loro “fino alla prova del sangue”.
Altri due elementi importanti – che si riproporranno negli anni successivi, almeno una volta per ogni generazione – erano la musica e la droga. Nel 1900 vennero venduti due miliardi di spartiti della canzone “Afterthe Ball” di Charles K. Harrisl. Scrive Jon Savage: “una componente essenziale del sogno vitalistico americano era la nascente industria musicale. Dopo lo strepitoso successo milionario nel 1892 di After the Ball di Charles K. Harris, la Tin Pan Alley ,la via dei musicisti cominciò a espandersi in fretta…  Le canzoni popolari diventarono una parte importante della nuova identità nazionale americana. In questo universo, l’abilità musicale in senso stretto era meno importante dell’intensità espressiva e del senso del ritmo…”
L’autore di questo strabiliante e informatissimo saggio continua a riguardo delle droghe a pagina 73: “Le droghe erano una parte integrante della vita americana, il tonico ideale per i cittadini di un paese che esigeva doti sovrumane nella sua corsa a perdifiato verso la crescita economica. La guerra di Secessione aveva introdotto l’uso della morfina su scala nazionale, mentre gli immigrati cinesi avevano portato l’oppio nelle città. In quei giorni la cocaina era considerata la droga più povera di tutte, riservata a prostitute, gangster e bambini del ghetto, adatta alle loro vite dure, visto che aveva effetti sia stimolanti sia analgesici e rendeva immuni al dolore e scattanti. Comunque ai quei tempi la droga non era associata a un’ideologia critica generazionale, faceva piuttosto parte di una cultura del ghetto caratterizzata dalla dissolutezza estrema, che tutto sommato aderiva ai valori americani, anche se visti attraverso una lente deformante”.
Nella Coca-cola c’era la cocaina, e il medicinale Ryno’s contro il catarro era praticamente  cocaina pura da sniffare. “L’uso di queste droghe potenti era quanto mai adatto all’ambiente sovreccitato  della metropoli americana, oltre a rafforzare il desiderio smodato di sogni di ogni genere…” pag 74.  
La nuova economia del desiderio aveva iniziato a scavare nel mondo degli adolescenti, ma anche in quello dei bambini, nascevano infatti i cartoons.
Questo è un libro che io consiglio tantissimo. Reputo interessantissimi i capitoli dove Jon Savage spiega la maniera in cui i regimi fascisti, nazisti e comunisti hanno usato la gioventù, ma non nego che la mia attenzione è stata morbosamente attratta soprattutto dalle sue ricerche nell’ambito delle mode giovanili.
Quando nascono le mode dei metallari, dei Paninari, degli Indiani Metropolitani, dei Punk? E la roba? Ve la ricordate la roba?
Negli anni 60? Negli anni 70? Negli anni 80?
Ne siete proprio sicuri?
È minestra vecchia di almeno cento anni!

Ma soprattutto consiglio questa lettura a chi volesse scoprire musiche, libri, riviste dell’inizio del secolo scorso che hanno fatto saltare per aria intere generazioni, materiale elettrizzante per un vecchio fumatore di cannabis come me (in pensione!), roba che magari non aveva alcun valore artistico o letterario, ma che oggi sono comunque molto interessanti in quanto documenti storici che provano come…. “giri realmente la giostra”.    

mercoledì 24 settembre 2014

Breve trattato sulle coincidenze



Il “Breve trattato sulle coincidenze” è un libro magico. Per spiegare questa magia, niente di meglio che citare il pezzo a pagina 233: “… mancava la piccola lente d’ingrandimento… L’aveva trovata bambino in una scatola di scarpe ammucciàta sotto un comò. Per il bambino era un vetro strano, che da una parte ingrandiva le cose e dell’altra le rimpiccioliva, magico come tutti gli oggetti che recano in sé una proprietà e il suo contrario: possedere le estremità di una cosa, di un fatto, di un concetto, è come possederlo completamente, e la lente, che coglieva in sé il più vicino e il più lontano, possedeva lo spazio intiero”.  
A mio modesto avviso, questa è la chiave di lettura del romanzo perché questo lavoro contiene in sé tante estremità di tante cose. La fabula del libro è molto semplice: è la storia di un postino che legge la posta dei suoi compaesani. Nonostante ciò, il breve trattato è tante cose allo stesso tempo, dipende da come lo si vede, lo si legge, lo si sente: è una poetica riflessione sulla vita (“…non provò né odio né rancore, che la causa di tutto era un uomo sofferente e solo come lui, schiacciato anch’esso dalle ruote del Caso, le cui gioie la vita le aveva strappate una per una come petali di una margherita…”, pag 269), è una storia d’amore, è un giallo su di un antico misfatto che pende sulla comunità alla guisa di un peccato originale. 
Il teatro della vicenda è un paesino calabrese con tutte le caratteristiche di un Macondo nostrano, dove si consumano le esistenze e soprattutto i segreti di tanti personaggi diversi tra loro che hanno in comune una sola cosa: il postino. Il postino è un uomo molto particolare che ha fatto del suo mestiere non tanto una missione, quanto una filosofia di vita… per sopravvivere… che ha come epicentro le coincidenze. È un uomo che non rispetta il codice deontologico del proprio mestiere, legge la corrispondenza degli altri, un comportamento da biasimare. Tra l’altro fa cose ancora più strane, del tipo che si porta a casa le mutandine di una compaesana e ci dorme insieme sognandola (“E così come tante altre volte, la giornata del postino si concludeva là dove era iniziata, nel mezzo del sogno di una vita che apparteneva ad altri – pagina 241”). Ci troviamo di fronte a una persona dal comportamento morboso, fa venire i brividi, eppure proviamo simpatia per lui perché non è mosso da una semplice curiosità. Leggere i segreti degli altri per lui ha un significato molto più profondo, appartiene alla sua personalissima filosofia che ha come epicentro la coincidenza e che troviamo espresso perfettamente a pagina 57: “Al postino era sempre piaciuta la fiaba di Pollicino, soprattutto la trovata dei sassolini lasciati sul sentiero per trovare la strada di ritorno. Assillato dal dubbio se la vita che viveva era quella autentica, anche a lui gli sarebbe piaciuto rinvenire sulla strada i sassolini della giustezza. Di pietruzze, letteralmente parlando, non ne aveva trovate, tuttavia andò studiando e ponderando a cosa corrispondessero nella vita reale, quali fossero cioè gli indizi, le tracce, i segni che indicassero la strada da percorrere. ..  Il postino stabilì che i sassolini che tracciano e indicano il giusto cammino della nostra vita si chiamano coincidenze. La coincidenza è il sassolino lasciato sul sentiero per indicare la via del ritorno, l’incontrovertibile prova che noi ci troviamo nel punto in cui avremmo dovuto essere..”.        

Di fronte a un libro come quello di Domenico Dara una qualsivoglia recensione o definizione è un atto di violenza perché, come avrebbe detto Alberto Moravia, “ogni definizione equivale a un’amputazione”. Non è un caso, infatti, che io abbia usato tante citazione prese dal libro per rendere solo lontanamente la sua bellezza, la sua profondità. Comunque dovendo perpetrare necessariamente questa violenza perché è mio grande desiderio promuovere la lettura di questo capolavoro, posso dire in qualità di lettore che si è veramente appassionato a queste pagine, che il “Breve trattato sulle coincidenze” è forse uno dei romanzi più potenti in assoluto degli ultimi anni.  Appartiene a quegli strani oggetti frutto dell’ingegno umano che allo stesso tempo creano sentimenti opposti i quali per sussistere necessariamente devono andare a braccetto. 

La signora Rosetta

Tiziana Sferruggia è una chirurga della narrazione. Il suo stile mi ha ricordato lontanamente la Messina, ma ciò che mi ha davvero colpito è la serrata divisione concettualistica in brevi capitoli della storia di Rosetta, una donna molto particolare, una madre che “non era una madre, era solo un giudice che aveva un suo codice etico che applicava alla lettera”. Ogni capitolo ha un titolo che indica al lettore di cosa si parlerà: la giovinezza, il padre, il matrimonio, la maternità e così via dicendo, una tecnica avvincente, perché il lettore si sente realmente preso per mano e portato in quei luoghi in cui vuole l’autrice, senza possibilità di staccarsi. Un talento non comune. Calamita, magnete, un centro di gravità permanente per dirla alla Battiato – e d’altro canto è anche quello che cerca la protagonista, anche se in maniera discutibile.

La signora Rosetta Drago è una donna impossibile che non si augurerebbe in moglie al peggior nemico. Aspirante borghese ma “borghesissima” nella mentalità, bigotta, classista, una donna che ha preso marito non per amore, bensì per migliorare il suo status sociale giacché lei è la figlia di un fioraio, proviene da un quartiere popolare e per tutta la sua vita non ha desiderato altro che fuggire la gente del popolo, la sua maleducazione, i suoi cattivi odori. Sin dalla più tenera età lei non ha nutrito soltanto questo bisogno, ma ha anche sognato il denaro come testimonia un compito svolto in classe che lei ritrova quando oramai il sogno conquistato della ricchezza si è frantumato: “Io verso i venticinque anni m’immagino così: sarò certamente già sposata, una signora con molti gioielli perché mi piacciono tanto e avrò anche bei vestiti e scarpe e borse di vera pelle (…) Ecco io sarò così, poi mio marito ci raggiungerà con l’auto di lusso”. Non ci sono errori di grammatica in quel tema, ma solo una nota a piè di pagina dell’insegnante – una donna dalla Drago descritta come una “femminista degli anni Cinquanta, polentona e massiccia come una mula” – una nota che dice: “Perché tutto questo si realizzi, ci vuole almeno un industrialotto della Brianza. E qui chi ce lo porta? Studia e lavora e non avrai brutte sorprese”. La giovane Drago non capisce l’amaro sarcasmo e il genuino consiglio dell’insegnante, ma la vita sarà con lei crudele e solo alla fine comprenderà. La Drago è una donna che ha avuto da sempre una grande paura della miseria e questa paura condizionerà non solo la sua esistenza, ma le impedirà di vedere chi è realmente suo marito, le renderà impenetrabile la figlia che “non è una ragazza come le altre”, ma soprattutto questa paura ergerà un muro fra lei e il figlio che la signora arriverà a detestare profondamente considerandolo un uomo privo di virtù come il padre. E proprio l’essere vittima di questa paura fa della Drago un personaggio per il quale alla fine il lettore nutrirà una certa simpatia. Quando tutto sarà finito, quando gli eventi scaraventeranno la donna nei miseri quartieri da dove proviene, ecco che succede qualcosa, che se non proprio apre la sua mente, almeno… come dire, fa sperare in un minimo cambiamento. Prima che tutto ciò accada, però, sono tante le delusioni che la Drago dovrà avere, e una delle tante, forse la più toccante, è il dovere assistere al ritorno del figlio nei quartieri popolari prima che avvenga a lei. Non è forse quello che sta succedendo oggi in Italia? Quanti genitori che hanno raggiunto la dignità di una laurea grazie alla generazione dei nonni che hanno ricostruito questo paese, sono costretti oggi a vedere i propri figli alla stregua di reduci di un’ulteriore guerra perduti come sono nell’inferno del precariato e dei lavori più umili? È un libro che fa riflettere e ne consiglio vivamente la lettura. Non è un caso che sia stato segnalato alla XXVI edizione del Premio Calvino. 

sabato 20 settembre 2014

I suoi occhi erano come spugne




I suoi occhi erano come spugne
in un lavandino, assorbivano tutto
e prosciugavano il corpo.            

In non condivido i suoi valori

In non condivido i suoi valori
Non ho i suoi obiettivi
Non so fare i suoi calcoli
Non vedo con i suoi occhi
Non sento con le sue orecchie
Non provo con la sua pelle, bocca, cuore
Io non appartengo a questa società.

E forse neanche a questo tempo. 

Dove mi sono incamminato

Dove mi sono incamminato
non c’è aria e non c’è uscita
non c’è calore e non c’è montagna.
Dove mi sono incamminato
il rancore impasta il ricordo
la solitudine spezia la speranza.
Dove mi sono incamminato
non c’è strada né piazza né panchina,

bensì caduta libera e perpetua

venerdì 19 settembre 2014

TRE CROCI di Federigo Tozzi



È la storia dei fratelli Gambi, tre uomini che, a modo loro, commerciano nel mondo della cultura: Giulio ha una libreria antiquaria, Niccolò commercia dei falsi, ed Errico che è il fratello rilegatore. Tre caratteri ben distinti. Il fratello Giulio si assume tutte le responsabilità e mantiene in pratica la famiglia, compresa quella di Niccolò. Questi è invece il classico toscanaccio dal sarcasmo tagliente e con il naso per gli affari. Infine Errico che non gli va di lavorare e beve. Questi tre fratelli, però, non sono assolutamente degli stinchi di santo, anzi organizzano una truffa ai danni di un loro cliente, falsificando periodicamente la sua firma e prelevando così dei soldi sul suo conto in banca. È Giulio l’artefice di tutto ciò. Gli altri non sono propriamente d’accordo ma continuano comunque a mangiare nel piatto in cui sputano.
Da un punto vista stilistico il libro pare avere due anime. Fin quando la truffa funziona, il Tozzi riesce con la sua forte parlata toscana a creare degli ambienti, dei colori, delle situazioni che a me personalmente hanno ricordato il teatro pirandelliano. La sua vena narrativa è marcata però da un maggior sarcasmo, ne è prova questo simpaticissimo scambio di battute:
- Non capisco come si possano buttare via i denari per comprare la carta stampata! Io sto qui dentro, sacrificato tutto il giorno; non vedo mai di che colore è il cielo; m’è venuto a noia perfino a toccarli, i libri! Bella cosa sarebbe mandarli tutti al macero!
- ma lei è così intelligente, e parla sul serio a questo modo?
- Sono stato intelligente. Ora è finita. Ho quarant’anni.
Quando la truffa viene scoperta, la tonalità della narrazione cambia del tutto. Da quel momento in poi il testo diventa più cupo, triste, introspettivo. Giulio si ammazzerà impiccandosi nella libreria. Niccolò morirà poco dopo di un colpo apoplettico, mentre il terzo fratello diventerà un barbone.  Il libro è stato pubblicato nel 1920 dall'editore Treves. L'autore muore il 21 marzo di quell'anno e il suo valore non sarà mai riconosciuto dalla critica. Una copia del suo romanzo appena stampato fu messo nella sua bara al momento della sepoltura. Io considero questo libro una bella lettura e il Tozzi una grande riscoperta. Lo consiglio. 

Vorrei anche precisare che nel libro del Tozzi c'è un riferimento al Berenson e a un suo studio sul Sassetta. Chi volesse approfondire può cliccare qui

sabato 13 settembre 2014

Appunti sul whiskey/y e sul mito in generale

Qualche anno fa avevo un pub e mi misi a vendere whisky, o whiskey che dir si voglia. Feci una ricerca, una cosa simpatica. Ne feci un'altra anche sulla birra. La prima l'ho ritrovata per caso. L'altra purtroppo l'ho perduta. Grazie a questa ricerca ho venduto un sacco di whisky chiacchierando con gli avventori al bancone. Una buona parte però, l'ho tracannato, infatti poi il pub è andato a carte 48. E' chiaro che quando si cerca di vendere, non è importante la precisione, ma il mito. Il mito è sempre importante, a dire il vero, questa è la mia convinzione.Partii dagli egiziani e dalla Mezzaluna. Mi ascoltavano. Ero abbastanza bravo, soprattutto dopo il primo bicchierino.Volevo condividerla con voi:


Una delle parole più antiche in Egitto è il termine “kamt”, che vuol dire “nero”. E nera era la terra di ambedue le sponde del fiume Nilo, dopo che le acque annualmente sfociando lasciavano su esse il limo. Gli antichi, convertitesi al Cristianesimo, tramandarono questo termine ai Greci e ai Romani variato in “kheme”.
Secondo gli antichi autori greci, gli Egizi separavano l'oro e l'argento dal minerale originale. Da queste operazioni veniva fuori una polvere nera detta Kheme, ovvero una sostanza che si credeva possedesse i poteri più straordinari e contenesse le peculiarità dei vari metalli; in questa polvere nera si riconosceva misticamente il corpo che il dio Osiride possedeva nell'Aldilà, quindi a queste polveri venivano attribuite qualità magiche. L'arte di lavorare i metalli era consequenzialmente un'arte magica, detta khemeio. In seguito gli arabi apposero a questa parola l'articolo “Al”. Nasceva l'alchimia così come oggi la conosciamo noi. 
Cosa ha in comune l'alchimia con il whisky? E in generale con la distillazione dell'acqua di fuoco?
Pare abbiamo in comune uno strumento che gli arabi chiamavano al-anblq, cioè l'alambicco. E l'alambicco, come tutti sanno, è uno strumento usato dagli alchimisti nel Medioevo per ricercare   la “quinta essenza”, che doveva portali al dominio sulla materia, producendo, invece, un'acqua di fuoco. Già nell'articolo precedente sulle origini della birra, abbiamo riflettuto sulla possibilità che la birra possa essere più antica del vino. Lo stesso ragionamento lo si potrebbe fare confrontando whisky e grappa, essendo il primo un distillato d'orzo, il secondo di vinacce.   Abbiamo già visto, sempre nell'articolo precedente,  come la preparazione della birra fosse scritta nei testi sacerdotali e nelle legislazioni sumere, babilonesi ed egiziane.
La tradizione, però, vuole che il whiskey nasca il  tra il IV e V secolo dopo in Cristo in Irlanda per opera di San Patrizio. Tant'è vero che il termine deriverebbe dal gaelico usquebeaugh o uisge beatha. Queste parole si sarebbero poi trasformate in uisge o usque, che all'orecchio degli inglesi sarebbe suonato come uiski (da cui l'attuale whisky, dizione diffusa per i distillati britannici e canadesi), mentre agli irlandesi come uiskei (da cui l'odierno whiskey per i distillati dell'Eire e degli Usa). Che il whiskey possa essere d'origine egiziana o del Medio Oriente è una pura associazione di idee, una ipotesi debole. Che sia stata creata da un santo della tradizione cristiana, è indubbiamente anch'essa una forzatura, un tentativo di cristianizzazione di usanze pagane. La cosa certa, però, è che il whiskey – come la birra – è parte integrante della tradizione contadina, e risale al tempo in cui l'uomo uscì dalle foreste per passare alle pianure coltivabili, e questo perché il whiskey deriva dall'orzo.
Nel corso dei secoli il processo di distillazione è rimasto pressoché invariato. In questo processo l'importanza dell'alambicco è rimasto altrettanto immutata. Gli alambicchi hanno forme diverse, poiché la forma influisce sulla distillazione finale,  concentrando alcuni composti chimici piuttosto che altri. Ogni fabbrica, quindi, custodisce gelosamente il segreto della forma del suo alambicco.
Oltre agli alambicchi, esiste anche il distillatore a colonna che sarebbe un lungo cilindrico metallico per la distillazione continua soprattutto dei blended whiskey (cioè una miscelazione di whiskey di cereali diversi).
Parliamo ora del whiskey per antonomasia, il malt whisky, la cui attuale varietà è frutto di un  malcostume sociale: l'evasione fiscale. Nel 1707, durante il regno di Anna Stuart, l'Inghilterra e la Scozia si unirono in un solo stato: non vi furono più dogane, si stabilì un'unica moneta e tutti i nobili e la classe dirigente in generale confluirono in un solo parlamento con sede a Londra. Ma tra i due popoli ancora oggi vi è una fiera rivalità.
Quando a Londra si stabilì che solo i nobili potessero distillare senza essere tenuti a versare delle tasse, in tutto il paese, soprattutto in Scozia, si sviluppò una notevole attività clandestina. Per combattere questo fenomeno,  il governo decise di offrire una ragguardevole taglia a chi fornisse informazioni utili per scoprire le distillerie clandestine. E questa somma bastava per cambiare la serpentina di refrigerazione dell'alambicco, cioè il pezzo di facilmente soggetto ad usura e che spesso doveva essere sostituito. Gli stessi produttori clandestini, allora, quando avevano bisogno di una nuova serpentina, la smontavano, la sotterravano e denunciavano poi il falso ritrovamento dell'oggetto, intascando la taglia, comprando il pezzo nuovo e riprendendo la distillazione. Il prodotto finale di questa distillazione era spesso ruvido, aggressivo, e realmente vario da produttore a produttore.
La situazione mutò alla fine del XVIII secolo, quando il contrabbandiere George Smith cominciò a fare pressioni affinché la produzione venisse liberalizzata e soggetta a una tassazione equa. Nel 1824 il governo emanò una legge che permise di distillare in modo legale. Usciti dalla clandestinità, i distillati di whiskey conquistarono una maggiore fetta di mercato, migliorarono la propria qualità e conservarono la propria diversità da distilleria e distilleria. Ma anche se il malt whiskey migliorò di molto, il processo di distillazione rimaneva complesso, lungo e dispendioso. Fu l'ingegnere scozzese Enea Coffey a portare a termine una piccola rivoluzione che il suo paese di origine pagò a  caro prezzo permettendo agli Americani di irrompere nel mercato internazionale coi loro distillati. Enea Coffey inventò la distillazione continua. I due alambicchi collegati furono sostituiti da un'unica colonna che al suo interno conteneva lastre orizzontali perforate, posizionate in prossimità delle altezze corrispondenti alle temperature di evaporazione  dei vari tipi di alcool. In tal maniera si impediva  il passaggio a quelle sostanze che non potevano raggiungere temperature più elevate e che quindi erano costrette a condensarsi di nuovo.  Sicché, nel punto che corrispondeva alla temperatura di evaporazione dell'alcool etilico , veniva collegato un tubo di presa che, attraverso una serpentina refrigerata, condensava il distillato. Il vantaggio era nel fatto che si raccoglieva il prodotto finale partendo da una massa idroalcolica condensata senza interrompere e intervenire sulla produzione, tagliando tempi e costi. Il distillato così ottenuto si chiamò grain whiskey (grain sta indicare anche che si cominciò a usare cereali diversi dll'orzo). Il grain whisky risultò meno complesso, più delicato ma anche più alcolico. 
L'invenzione di Enea Coffey ebbe da subito un grande successo in America mettendo in discussione il primato dello scotch whisky. In Scozia il grain whisky non soppiantò il malt, ma ad esso fu miscelato, fu così che nacque il blended whisky. Oggi in Scozia sono tredici le distillerie che producono blended whisky di grande successo.


Quindi abbozzando una prima catalogazione  si può parlare del malt whisky, proveniente dalla maltazione di un solo tipo di orzo. Grain whisky che è la distillazione di diversi tipi di cereali. Il blended whisky, invece, è la miscela tra il malt e il grain. Poi abbiamo anche il blended malt whisky, che è la miscela di vari whisky provenienti dalla maltazione di un unico orzo, ed è detta anche vatted malt whisky. Premesso ciò, ci sono le scuole o tradizioni di whisky, che sono in linea generale quattro: la scozzese, la irlandese, la statunitense e la canadese.