martedì 30 settembre 2014

L'invenzione dei giovani




Il saggio di Jon Savage parla della giovinezza, della “sua creazione” o meglio della nascita di un concetto, l’adolescenza, che era estraneo al mondo classico. Ho scoperto il libro per caso, su di una bancarella. L’ho aperto e al primo capitolo ho letto il titolo “Marie Bashkirtseff e Jesse Pomeroy”.
Ignoravo completamente chi fosse la donna, ma conoscevo perfettamente Jesse Pomeroy, un pluriomicida di Boston che alla sola età di quattordici anni aveva torturato e violentato sette coetanei e ucciso altri due. Il giovane assassino non raggiunse il fatidico numero quattro per essere considerato un omicida seriale, ma oggi viene lo stesso considerato un serial killer. Questo è stato il motivo per cui ho comprato il libro giacché di Pomeroy stavo traducendo la sua autobiografia datata 1874 e che poi ho reso pubblica online.
In pratica cercavo nuove notizie su di una delle storie criminali che di più ha “appassionato” l’opinione pubblica statunitense, e mi sono ritrovato tra le mani un saggio prezioso che qualsiasi genitore dovrebbe avere in casa. Perché? Perché parla di come i sistemi politici degli ultimi due secoli abbiano usato la giovinezza per i loro scopi politici, militari ed economici.
La giovinezza è la più ghiotta delle torte per chiunque volesse governare la massa – e di questo ne sono coscienti tutti coloro che propagandano idee o vendono merce, da sinistra a destra, passando per le mafie, le chiese e come dimostra la cronaca degli ultimi giorni anche per le moschee e per certi bizzarri centri di ortodossia ebraica.  
Quando il sistema capitalistico prese coscienza che la giovinezza era un pozzo di San Patrizio, inventò una parola, “teenager”, che stava a indicare i giovani dai 14 ai 18 anni ed era un termine specifico del marketing. Questa invenzione coincise con la vittoria degli Usa nella Seconda guerra mondiale. Da quel momento in poi, i Teenager americani e la loro cultura giovanilistica presero il sopravvento in tutto l’Occidente, un processo che continua ancora oggi sotto i nostri occhi.
Ma torniamo al titolo del primo capitolo. Chi era Marie Bashkirtseff? Era una adolescente che scrisse un diario in cui per la prima volta vennero a delinearsi tutti i caratteri salienti di quella età che oggi conosciamo come adolescenza: il bisogno di divertirsi, il bisogno di ballare, il bisogno di sentirsi importanti, la voglia di bere vino e fare baldoria, l’odio nei confronti del vecchio e dei vecchi, l’amore impossibile, il desiderio di diventare una “stella” (non nel senso di stella cinematografica, siamo nel 1875, probabilmente lei intendeva stella come luce che brilla e tutti possono ammirare), volere affermare il proprio ego a tutti i costi, l’impero di Narciso.
La ricerca di Jon Savage sull’origine dell’adolescenza parte quindi con due testi fondamentali e di una attualità incredibile: il primo è il diario moderno di una adolescente che vuole essere bella, una stella; il secondo è l’autobiografia di un adolescente che ha ucciso per piacere, per divertimento – un sadico. Non sono forse da sempre queste… le due facce della medesima gioventù? The beautiful and the Damned, per citare un altro libro.
Il giovane durante la sua pubertà ha una energia in eccesso, e le nuove libertà sociali che si andavano delineando nelle democrazie capitalistiche fungevano da miccia per una vera e propria esplosione che ben presto avrebbe visto il nascere di gang che avrebbero messo letteralmente a soqquadro dapprima le grandi metropoli, poi gli altri centri di grandezze più modeste. Jon Savage non lo dice esplicitamente ma fa intendere che probabilmente le scuole pubbliche siano nate proprio per incanalare questa energia in politiche militari giacché la nascente psichiatria stava dimostrando che il giovane non aveva paura della morte ed era potenzialmente un ottimo soldato. La scuola però alfabetizzò questi giovani i quali cominciarono a mostrare dei loro gusti. Nascevano così le prime riviste giovanili, la prima letteratura giovanile, la prima musica giovanile.
I giornalisti come sempre ci "nzupparono" il pane alla grande, e tentarono di indirizzare questi giovani con una nuova terminologia che andava a “confondersi” con gli slang di strada. Nasceva il “cool”.
Nel 1899 Clarence Rook diede alle stampe il romanzo “TheHooligan Nights”, in cui definiva il suo eroe come un diciassettenne (Alf!) pronto alla battaglia per strada e delineava anche il suo vestiario: “Intorno alla gola portava il fazzoletto azzurro con pallini bianchi che mi farà pensare sempre a lui e più sotto una giacchetta leggera, il robusto cinturone di cuoio” e sotto la giacca aveva mica un coltello, no, aveva una mannaia!
Alf disprezzava gli stranieri e anche se considerava gli sbirri in maniera positiva, alla fine non si fidava neanche di loro “fino alla prova del sangue”.
Altri due elementi importanti – che si riproporranno negli anni successivi, almeno una volta per ogni generazione – erano la musica e la droga. Nel 1900 vennero venduti due miliardi di spartiti della canzone “Afterthe Ball” di Charles K. Harrisl. Scrive Jon Savage: “una componente essenziale del sogno vitalistico americano era la nascente industria musicale. Dopo lo strepitoso successo milionario nel 1892 di After the Ball di Charles K. Harris, la Tin Pan Alley ,la via dei musicisti cominciò a espandersi in fretta…  Le canzoni popolari diventarono una parte importante della nuova identità nazionale americana. In questo universo, l’abilità musicale in senso stretto era meno importante dell’intensità espressiva e del senso del ritmo…”
L’autore di questo strabiliante e informatissimo saggio continua a riguardo delle droghe a pagina 73: “Le droghe erano una parte integrante della vita americana, il tonico ideale per i cittadini di un paese che esigeva doti sovrumane nella sua corsa a perdifiato verso la crescita economica. La guerra di Secessione aveva introdotto l’uso della morfina su scala nazionale, mentre gli immigrati cinesi avevano portato l’oppio nelle città. In quei giorni la cocaina era considerata la droga più povera di tutte, riservata a prostitute, gangster e bambini del ghetto, adatta alle loro vite dure, visto che aveva effetti sia stimolanti sia analgesici e rendeva immuni al dolore e scattanti. Comunque ai quei tempi la droga non era associata a un’ideologia critica generazionale, faceva piuttosto parte di una cultura del ghetto caratterizzata dalla dissolutezza estrema, che tutto sommato aderiva ai valori americani, anche se visti attraverso una lente deformante”.
Nella Coca-cola c’era la cocaina, e il medicinale Ryno’s contro il catarro era praticamente  cocaina pura da sniffare. “L’uso di queste droghe potenti era quanto mai adatto all’ambiente sovreccitato  della metropoli americana, oltre a rafforzare il desiderio smodato di sogni di ogni genere…” pag 74.  
La nuova economia del desiderio aveva iniziato a scavare nel mondo degli adolescenti, ma anche in quello dei bambini, nascevano infatti i cartoons.
Questo è un libro che io consiglio tantissimo. Reputo interessantissimi i capitoli dove Jon Savage spiega la maniera in cui i regimi fascisti, nazisti e comunisti hanno usato la gioventù, ma non nego che la mia attenzione è stata morbosamente attratta soprattutto dalle sue ricerche nell’ambito delle mode giovanili.
Quando nascono le mode dei metallari, dei Paninari, degli Indiani Metropolitani, dei Punk? E la roba? Ve la ricordate la roba?
Negli anni 60? Negli anni 70? Negli anni 80?
Ne siete proprio sicuri?
È minestra vecchia di almeno cento anni!

Ma soprattutto consiglio questa lettura a chi volesse scoprire musiche, libri, riviste dell’inizio del secolo scorso che hanno fatto saltare per aria intere generazioni, materiale elettrizzante per un vecchio fumatore di cannabis come me (in pensione!), roba che magari non aveva alcun valore artistico o letterario, ma che oggi sono comunque molto interessanti in quanto documenti storici che provano come…. “giri realmente la giostra”.    

mercoledì 24 settembre 2014

Breve trattato sulle coincidenze



Il “Breve trattato sulle coincidenze” è un libro magico. Per spiegare questa magia, niente di meglio che citare il pezzo a pagina 233: “… mancava la piccola lente d’ingrandimento… L’aveva trovata bambino in una scatola di scarpe ammucciàta sotto un comò. Per il bambino era un vetro strano, che da una parte ingrandiva le cose e dell’altra le rimpiccioliva, magico come tutti gli oggetti che recano in sé una proprietà e il suo contrario: possedere le estremità di una cosa, di un fatto, di un concetto, è come possederlo completamente, e la lente, che coglieva in sé il più vicino e il più lontano, possedeva lo spazio intiero”.  
A mio modesto avviso, questa è la chiave di lettura del romanzo perché questo lavoro contiene in sé tante estremità di tante cose. La fabula del libro è molto semplice: è la storia di un postino che legge la posta dei suoi compaesani. Nonostante ciò, il breve trattato è tante cose allo stesso tempo, dipende da come lo si vede, lo si legge, lo si sente: è una poetica riflessione sulla vita (“…non provò né odio né rancore, che la causa di tutto era un uomo sofferente e solo come lui, schiacciato anch’esso dalle ruote del Caso, le cui gioie la vita le aveva strappate una per una come petali di una margherita…”, pag 269), è una storia d’amore, è un giallo su di un antico misfatto che pende sulla comunità alla guisa di un peccato originale. 
Il teatro della vicenda è un paesino calabrese con tutte le caratteristiche di un Macondo nostrano, dove si consumano le esistenze e soprattutto i segreti di tanti personaggi diversi tra loro che hanno in comune una sola cosa: il postino. Il postino è un uomo molto particolare che ha fatto del suo mestiere non tanto una missione, quanto una filosofia di vita… per sopravvivere… che ha come epicentro le coincidenze. È un uomo che non rispetta il codice deontologico del proprio mestiere, legge la corrispondenza degli altri, un comportamento da biasimare. Tra l’altro fa cose ancora più strane, del tipo che si porta a casa le mutandine di una compaesana e ci dorme insieme sognandola (“E così come tante altre volte, la giornata del postino si concludeva là dove era iniziata, nel mezzo del sogno di una vita che apparteneva ad altri – pagina 241”). Ci troviamo di fronte a una persona dal comportamento morboso, fa venire i brividi, eppure proviamo simpatia per lui perché non è mosso da una semplice curiosità. Leggere i segreti degli altri per lui ha un significato molto più profondo, appartiene alla sua personalissima filosofia che ha come epicentro la coincidenza e che troviamo espresso perfettamente a pagina 57: “Al postino era sempre piaciuta la fiaba di Pollicino, soprattutto la trovata dei sassolini lasciati sul sentiero per trovare la strada di ritorno. Assillato dal dubbio se la vita che viveva era quella autentica, anche a lui gli sarebbe piaciuto rinvenire sulla strada i sassolini della giustezza. Di pietruzze, letteralmente parlando, non ne aveva trovate, tuttavia andò studiando e ponderando a cosa corrispondessero nella vita reale, quali fossero cioè gli indizi, le tracce, i segni che indicassero la strada da percorrere. ..  Il postino stabilì che i sassolini che tracciano e indicano il giusto cammino della nostra vita si chiamano coincidenze. La coincidenza è il sassolino lasciato sul sentiero per indicare la via del ritorno, l’incontrovertibile prova che noi ci troviamo nel punto in cui avremmo dovuto essere..”.        

Di fronte a un libro come quello di Domenico Dara una qualsivoglia recensione o definizione è un atto di violenza perché, come avrebbe detto Alberto Moravia, “ogni definizione equivale a un’amputazione”. Non è un caso, infatti, che io abbia usato tante citazione prese dal libro per rendere solo lontanamente la sua bellezza, la sua profondità. Comunque dovendo perpetrare necessariamente questa violenza perché è mio grande desiderio promuovere la lettura di questo capolavoro, posso dire in qualità di lettore che si è veramente appassionato a queste pagine, che il “Breve trattato sulle coincidenze” è forse uno dei romanzi più potenti in assoluto degli ultimi anni.  Appartiene a quegli strani oggetti frutto dell’ingegno umano che allo stesso tempo creano sentimenti opposti i quali per sussistere necessariamente devono andare a braccetto. 

La signora Rosetta

Tiziana Sferruggia è una chirurga della narrazione. Il suo stile mi ha ricordato lontanamente la Messina, ma ciò che mi ha davvero colpito è la serrata divisione concettualistica in brevi capitoli della storia di Rosetta, una donna molto particolare, una madre che “non era una madre, era solo un giudice che aveva un suo codice etico che applicava alla lettera”. Ogni capitolo ha un titolo che indica al lettore di cosa si parlerà: la giovinezza, il padre, il matrimonio, la maternità e così via dicendo, una tecnica avvincente, perché il lettore si sente realmente preso per mano e portato in quei luoghi in cui vuole l’autrice, senza possibilità di staccarsi. Un talento non comune. Calamita, magnete, un centro di gravità permanente per dirla alla Battiato – e d’altro canto è anche quello che cerca la protagonista, anche se in maniera discutibile.

La signora Rosetta Drago è una donna impossibile che non si augurerebbe in moglie al peggior nemico. Aspirante borghese ma “borghesissima” nella mentalità, bigotta, classista, una donna che ha preso marito non per amore, bensì per migliorare il suo status sociale giacché lei è la figlia di un fioraio, proviene da un quartiere popolare e per tutta la sua vita non ha desiderato altro che fuggire la gente del popolo, la sua maleducazione, i suoi cattivi odori. Sin dalla più tenera età lei non ha nutrito soltanto questo bisogno, ma ha anche sognato il denaro come testimonia un compito svolto in classe che lei ritrova quando oramai il sogno conquistato della ricchezza si è frantumato: “Io verso i venticinque anni m’immagino così: sarò certamente già sposata, una signora con molti gioielli perché mi piacciono tanto e avrò anche bei vestiti e scarpe e borse di vera pelle (…) Ecco io sarò così, poi mio marito ci raggiungerà con l’auto di lusso”. Non ci sono errori di grammatica in quel tema, ma solo una nota a piè di pagina dell’insegnante – una donna dalla Drago descritta come una “femminista degli anni Cinquanta, polentona e massiccia come una mula” – una nota che dice: “Perché tutto questo si realizzi, ci vuole almeno un industrialotto della Brianza. E qui chi ce lo porta? Studia e lavora e non avrai brutte sorprese”. La giovane Drago non capisce l’amaro sarcasmo e il genuino consiglio dell’insegnante, ma la vita sarà con lei crudele e solo alla fine comprenderà. La Drago è una donna che ha avuto da sempre una grande paura della miseria e questa paura condizionerà non solo la sua esistenza, ma le impedirà di vedere chi è realmente suo marito, le renderà impenetrabile la figlia che “non è una ragazza come le altre”, ma soprattutto questa paura ergerà un muro fra lei e il figlio che la signora arriverà a detestare profondamente considerandolo un uomo privo di virtù come il padre. E proprio l’essere vittima di questa paura fa della Drago un personaggio per il quale alla fine il lettore nutrirà una certa simpatia. Quando tutto sarà finito, quando gli eventi scaraventeranno la donna nei miseri quartieri da dove proviene, ecco che succede qualcosa, che se non proprio apre la sua mente, almeno… come dire, fa sperare in un minimo cambiamento. Prima che tutto ciò accada, però, sono tante le delusioni che la Drago dovrà avere, e una delle tante, forse la più toccante, è il dovere assistere al ritorno del figlio nei quartieri popolari prima che avvenga a lei. Non è forse quello che sta succedendo oggi in Italia? Quanti genitori che hanno raggiunto la dignità di una laurea grazie alla generazione dei nonni che hanno ricostruito questo paese, sono costretti oggi a vedere i propri figli alla stregua di reduci di un’ulteriore guerra perduti come sono nell’inferno del precariato e dei lavori più umili? È un libro che fa riflettere e ne consiglio vivamente la lettura. Non è un caso che sia stato segnalato alla XXVI edizione del Premio Calvino. 

sabato 20 settembre 2014

I suoi occhi erano come spugne




I suoi occhi erano come spugne
in un lavandino, assorbivano tutto
e prosciugavano il corpo.            

In non condivido i suoi valori

In non condivido i suoi valori
Non ho i suoi obiettivi
Non so fare i suoi calcoli
Non vedo con i suoi occhi
Non sento con le sue orecchie
Non provo con la sua pelle, bocca, cuore
Io non appartengo a questa società.

E forse neanche a questo tempo. 

Dove mi sono incamminato

Dove mi sono incamminato
non c’è aria e non c’è uscita
non c’è calore e non c’è montagna.
Dove mi sono incamminato
il rancore impasta il ricordo
la solitudine spezia la speranza.
Dove mi sono incamminato
non c’è strada né piazza né panchina,

bensì caduta libera e perpetua

venerdì 19 settembre 2014

TRE CROCI di Federigo Tozzi



È la storia dei fratelli Gambi, tre uomini che, a modo loro, commerciano nel mondo della cultura: Giulio ha una libreria antiquaria, Niccolò commercia dei falsi, ed Errico che è il fratello rilegatore. Tre caratteri ben distinti. Il fratello Giulio si assume tutte le responsabilità e mantiene in pratica la famiglia, compresa quella di Niccolò. Questi è invece il classico toscanaccio dal sarcasmo tagliente e con il naso per gli affari. Infine Errico che non gli va di lavorare e beve. Questi tre fratelli, però, non sono assolutamente degli stinchi di santo, anzi organizzano una truffa ai danni di un loro cliente, falsificando periodicamente la sua firma e prelevando così dei soldi sul suo conto in banca. È Giulio l’artefice di tutto ciò. Gli altri non sono propriamente d’accordo ma continuano comunque a mangiare nel piatto in cui sputano.
Da un punto vista stilistico il libro pare avere due anime. Fin quando la truffa funziona, il Tozzi riesce con la sua forte parlata toscana a creare degli ambienti, dei colori, delle situazioni che a me personalmente hanno ricordato il teatro pirandelliano. La sua vena narrativa è marcata però da un maggior sarcasmo, ne è prova questo simpaticissimo scambio di battute:
- Non capisco come si possano buttare via i denari per comprare la carta stampata! Io sto qui dentro, sacrificato tutto il giorno; non vedo mai di che colore è il cielo; m’è venuto a noia perfino a toccarli, i libri! Bella cosa sarebbe mandarli tutti al macero!
- ma lei è così intelligente, e parla sul serio a questo modo?
- Sono stato intelligente. Ora è finita. Ho quarant’anni.
Quando la truffa viene scoperta, la tonalità della narrazione cambia del tutto. Da quel momento in poi il testo diventa più cupo, triste, introspettivo. Giulio si ammazzerà impiccandosi nella libreria. Niccolò morirà poco dopo di un colpo apoplettico, mentre il terzo fratello diventerà un barbone.  Il libro è stato pubblicato nel 1920 dall'editore Treves. L'autore muore il 21 marzo di quell'anno e il suo valore non sarà mai riconosciuto dalla critica. Una copia del suo romanzo appena stampato fu messo nella sua bara al momento della sepoltura. Io considero questo libro una bella lettura e il Tozzi una grande riscoperta. Lo consiglio. 

Vorrei anche precisare che nel libro del Tozzi c'è un riferimento al Berenson e a un suo studio sul Sassetta. Chi volesse approfondire può cliccare qui

sabato 13 settembre 2014

Appunti sul whiskey/y e sul mito in generale

Qualche anno fa avevo un pub e mi misi a vendere whisky, o whiskey che dir si voglia. Feci una ricerca, una cosa simpatica. Ne feci un'altra anche sulla birra. La prima l'ho ritrovata per caso. L'altra purtroppo l'ho perduta. Grazie a questa ricerca ho venduto un sacco di whisky chiacchierando con gli avventori al bancone. Una buona parte però, l'ho tracannato, infatti poi il pub è andato a carte 48. E' chiaro che quando si cerca di vendere, non è importante la precisione, ma il mito. Il mito è sempre importante, a dire il vero, questa è la mia convinzione.Partii dagli egiziani e dalla Mezzaluna. Mi ascoltavano. Ero abbastanza bravo, soprattutto dopo il primo bicchierino.Volevo condividerla con voi:


Una delle parole più antiche in Egitto è il termine “kamt”, che vuol dire “nero”. E nera era la terra di ambedue le sponde del fiume Nilo, dopo che le acque annualmente sfociando lasciavano su esse il limo. Gli antichi, convertitesi al Cristianesimo, tramandarono questo termine ai Greci e ai Romani variato in “kheme”.
Secondo gli antichi autori greci, gli Egizi separavano l'oro e l'argento dal minerale originale. Da queste operazioni veniva fuori una polvere nera detta Kheme, ovvero una sostanza che si credeva possedesse i poteri più straordinari e contenesse le peculiarità dei vari metalli; in questa polvere nera si riconosceva misticamente il corpo che il dio Osiride possedeva nell'Aldilà, quindi a queste polveri venivano attribuite qualità magiche. L'arte di lavorare i metalli era consequenzialmente un'arte magica, detta khemeio. In seguito gli arabi apposero a questa parola l'articolo “Al”. Nasceva l'alchimia così come oggi la conosciamo noi. 
Cosa ha in comune l'alchimia con il whisky? E in generale con la distillazione dell'acqua di fuoco?
Pare abbiamo in comune uno strumento che gli arabi chiamavano al-anblq, cioè l'alambicco. E l'alambicco, come tutti sanno, è uno strumento usato dagli alchimisti nel Medioevo per ricercare   la “quinta essenza”, che doveva portali al dominio sulla materia, producendo, invece, un'acqua di fuoco. Già nell'articolo precedente sulle origini della birra, abbiamo riflettuto sulla possibilità che la birra possa essere più antica del vino. Lo stesso ragionamento lo si potrebbe fare confrontando whisky e grappa, essendo il primo un distillato d'orzo, il secondo di vinacce.   Abbiamo già visto, sempre nell'articolo precedente,  come la preparazione della birra fosse scritta nei testi sacerdotali e nelle legislazioni sumere, babilonesi ed egiziane.
La tradizione, però, vuole che il whiskey nasca il  tra il IV e V secolo dopo in Cristo in Irlanda per opera di San Patrizio. Tant'è vero che il termine deriverebbe dal gaelico usquebeaugh o uisge beatha. Queste parole si sarebbero poi trasformate in uisge o usque, che all'orecchio degli inglesi sarebbe suonato come uiski (da cui l'attuale whisky, dizione diffusa per i distillati britannici e canadesi), mentre agli irlandesi come uiskei (da cui l'odierno whiskey per i distillati dell'Eire e degli Usa). Che il whiskey possa essere d'origine egiziana o del Medio Oriente è una pura associazione di idee, una ipotesi debole. Che sia stata creata da un santo della tradizione cristiana, è indubbiamente anch'essa una forzatura, un tentativo di cristianizzazione di usanze pagane. La cosa certa, però, è che il whiskey – come la birra – è parte integrante della tradizione contadina, e risale al tempo in cui l'uomo uscì dalle foreste per passare alle pianure coltivabili, e questo perché il whiskey deriva dall'orzo.
Nel corso dei secoli il processo di distillazione è rimasto pressoché invariato. In questo processo l'importanza dell'alambicco è rimasto altrettanto immutata. Gli alambicchi hanno forme diverse, poiché la forma influisce sulla distillazione finale,  concentrando alcuni composti chimici piuttosto che altri. Ogni fabbrica, quindi, custodisce gelosamente il segreto della forma del suo alambicco.
Oltre agli alambicchi, esiste anche il distillatore a colonna che sarebbe un lungo cilindrico metallico per la distillazione continua soprattutto dei blended whiskey (cioè una miscelazione di whiskey di cereali diversi).
Parliamo ora del whiskey per antonomasia, il malt whisky, la cui attuale varietà è frutto di un  malcostume sociale: l'evasione fiscale. Nel 1707, durante il regno di Anna Stuart, l'Inghilterra e la Scozia si unirono in un solo stato: non vi furono più dogane, si stabilì un'unica moneta e tutti i nobili e la classe dirigente in generale confluirono in un solo parlamento con sede a Londra. Ma tra i due popoli ancora oggi vi è una fiera rivalità.
Quando a Londra si stabilì che solo i nobili potessero distillare senza essere tenuti a versare delle tasse, in tutto il paese, soprattutto in Scozia, si sviluppò una notevole attività clandestina. Per combattere questo fenomeno,  il governo decise di offrire una ragguardevole taglia a chi fornisse informazioni utili per scoprire le distillerie clandestine. E questa somma bastava per cambiare la serpentina di refrigerazione dell'alambicco, cioè il pezzo di facilmente soggetto ad usura e che spesso doveva essere sostituito. Gli stessi produttori clandestini, allora, quando avevano bisogno di una nuova serpentina, la smontavano, la sotterravano e denunciavano poi il falso ritrovamento dell'oggetto, intascando la taglia, comprando il pezzo nuovo e riprendendo la distillazione. Il prodotto finale di questa distillazione era spesso ruvido, aggressivo, e realmente vario da produttore a produttore.
La situazione mutò alla fine del XVIII secolo, quando il contrabbandiere George Smith cominciò a fare pressioni affinché la produzione venisse liberalizzata e soggetta a una tassazione equa. Nel 1824 il governo emanò una legge che permise di distillare in modo legale. Usciti dalla clandestinità, i distillati di whiskey conquistarono una maggiore fetta di mercato, migliorarono la propria qualità e conservarono la propria diversità da distilleria e distilleria. Ma anche se il malt whiskey migliorò di molto, il processo di distillazione rimaneva complesso, lungo e dispendioso. Fu l'ingegnere scozzese Enea Coffey a portare a termine una piccola rivoluzione che il suo paese di origine pagò a  caro prezzo permettendo agli Americani di irrompere nel mercato internazionale coi loro distillati. Enea Coffey inventò la distillazione continua. I due alambicchi collegati furono sostituiti da un'unica colonna che al suo interno conteneva lastre orizzontali perforate, posizionate in prossimità delle altezze corrispondenti alle temperature di evaporazione  dei vari tipi di alcool. In tal maniera si impediva  il passaggio a quelle sostanze che non potevano raggiungere temperature più elevate e che quindi erano costrette a condensarsi di nuovo.  Sicché, nel punto che corrispondeva alla temperatura di evaporazione dell'alcool etilico , veniva collegato un tubo di presa che, attraverso una serpentina refrigerata, condensava il distillato. Il vantaggio era nel fatto che si raccoglieva il prodotto finale partendo da una massa idroalcolica condensata senza interrompere e intervenire sulla produzione, tagliando tempi e costi. Il distillato così ottenuto si chiamò grain whiskey (grain sta indicare anche che si cominciò a usare cereali diversi dll'orzo). Il grain whisky risultò meno complesso, più delicato ma anche più alcolico. 
L'invenzione di Enea Coffey ebbe da subito un grande successo in America mettendo in discussione il primato dello scotch whisky. In Scozia il grain whisky non soppiantò il malt, ma ad esso fu miscelato, fu così che nacque il blended whisky. Oggi in Scozia sono tredici le distillerie che producono blended whisky di grande successo.


Quindi abbozzando una prima catalogazione  si può parlare del malt whisky, proveniente dalla maltazione di un solo tipo di orzo. Grain whisky che è la distillazione di diversi tipi di cereali. Il blended whisky, invece, è la miscela tra il malt e il grain. Poi abbiamo anche il blended malt whisky, che è la miscela di vari whisky provenienti dalla maltazione di un unico orzo, ed è detta anche vatted malt whisky. Premesso ciò, ci sono le scuole o tradizioni di whisky, che sono in linea generale quattro: la scozzese, la irlandese, la statunitense e la canadese.          



giovedì 11 settembre 2014

"Ho scelto la libertà" di Victor Kravchenko.






“Nel mio paese, coloro che hanno lavorato con me e mi hanno concesso la loro amicizia, senza parlare di quelli che mi hanno voluto bene, resteranno sempre sotto l’ombra del sospetto. Se vorranno sopravvivere, dovranno distruggere anche il ricordo che conservano di me. Per salvare la pelle saranno costretti a rinnegarmi, come io stesso dovetti fingere di rinnegare altri sciagurati che erano incorsi nella vendetta dello stato sovietico” – pagina 12. In queste poche parole, è sintetizzata tutta la tragedia di un popolo, quello russo, e di un uomo, Victor Kravchenko, diplomatico e defezionista sovietico che nel 1943, approfittando di una missione diplomatica in Usa, chiese l’asilo politico al governo statunitense, mentre l’altra parte del mondo lo condannava a morte per alto tradimento.
Nel 1945 veniva pubblicata la celebre novella di George Orwell, “La fattoria degli animali”, un capolavoro letterario che aveva un solo obiettivo: denunciare il “compagno” Stalin di avere tradito gli ideali socialisti creando la più grande e sanguinaria dittatura di tutti i tempi. L’anno successivo, uscivano negli Usa le memorie di Kravchenko, “I choose Freedom”, pubblicate in Italia nel 1948 dalla casa editrice Longanesi, con il titolo “ho scelto la libertà”. Un beste seller… poi dimenticato.
L’opera di Kravchenko forse fu il più grande affronto che un ex cittadino sovietico avesse potuto fare contro il dittatore Stalin. “In tutta la storia dell’umanità non conosco nulla che, anche dal solo punto di vista dell’estensione, sia paragonabile alla spietata persecuzione che volontariamente, direttamente o per riflesso, venne inflitta a milioni di Russi. Accanto a Stalin, lo stesso Gengis Khan non è se non un apprendista, un dilettante… Una guerra selvaggia contro il suo stesso paese e il suo stesso popolo, è quella che la cricca del Cremlino ha condotto tenacemente fino alla fine” – pagina 549. Una ventina di anni fa, avrei bollato le suddette frasi come la solita propaganda americana contro il comunismo e lo stesso Kravchenko una specie di voltagabbana. Molte delle mie amicizie probabilmente oggi, leggendo sempre questi due passi, potrebbero dire la stessa cosa… lo stalinismo è stato selvaggio, ma non ha niente a che fare con il comunismo e comunque Kravchenko doveva farsi amico il nuovo paese che aveva scelto.
Detto francamente questo pensiero l’ho avuto anch’io prima della lettura del libro.
Ma il problema di Kravchenko è il libro in sé, come oggetto, perché è introvabile. Io ho l’edizione del ’48, comprata per puro caso su di una bancarella. L’ho letto tutto, il libro. E sono convinto che se venti anni fa non avessi letto solo le due frasi suddette, ma tutto il libro di Kravchenko, questi mi avrebbe convinto: il comunismo e lo stalinismo coincidono, e sono una follia.
Questa opera dimenticata è stramaledettamente convincente.
Leggendola vi commuoverete, vi arrabbierete ma soprattutto rimarrete folgorati da una domanda: com’è stato possibile? Se si va ad analizzare gli obbrobri del nazismo, si giunse alla conclusione che il nazismo è stato possibile perché il genocidio, la guerra, l’antisemitismo sono sempre esistiti. Il nazismo ha aggiunto a questi tre elementi la tecnologia, dando vita allo sterminio industriale di una etnia. Ciò che invece io personalmente non riesco a spiegarmi è come sia stato possibile che una rivoluzione nata per liberare il proletariato e le masse contadine dalla tirannia degli Zar, abbia poi dato vita alla schiavitù di quelle stesse masse. Sì perché questo ha fatto il comunismo, ha legalizzato la schiavitù. Nel libro di Kravchenko tutto ciò è spiegato nei minimi dettagli perché lui era un ingegnere, un dirigente industriale, cioè comandava 1500 operai se non di più.
Il suo racconto comincia con la rivoluzione del 1905, a cui partecipò il padre Andrei Fiodorovic Kravchenko. Questi era un rivoluzionario socialista, ma essenzialmente un libero pensatore, che non volle mai prendere nessuna tessera di alcun partito. Combatté sulle barricate, subì il carcere zarista, la deportazione, evase più volte, fu ripreso, ma infine poté godere della grazia e tornare dalla sua famiglia. “Durante i primi nove anni della mia vita, mio padre restò per me uno straniero, un eroe da leggenda (…) Le visite che ci faceva tra una evasione e l’altra mi riempivano di un’animazione febbrile; io le attendevo, anticipavo con impazienza il loro rinnovarsi, quasi che avessero fatto parte del ciclo normale della nostra esistenza” – pagina 21. Stiamo parlando del periodo degli Zar, noti per essere stati poco teneri con i propri sudditi. Ebbene, il padre dell’autore in quel periodo issava barricate, organizzava scioperi, veniva arrestato, torturato, evadeva, veniva catturato ancora, ma alla fine fu graziato e tornò a casa. Scorriamo le pagine del libro: “Al principio del 1929, uno dei vecchi bolscevichi più in vista, Cristiano Rakowski, tenne un discorso nella nostra fabbrica. Fu l’ultima volta che fu permesso a un nemico di Stalin di parlare in pubblico. Alcuni giorni dopo mio padre mi parlò di quella riunione e solo allora capii la tristezza che l’opprimeva da qualche tempo: Rakowski ha criticato i dirigenti del partito, mi disse. Non so se devo mettermi dalla sua parte, e non so nemmeno se la massa dei lavoratori lo farà. In ogni modo, ascoltandolo, si è capito che è cominciata una lotta per il potere e che Stalin vincerà. Alcuni ascoltatori sembravano dar ragione a Rakowski; gli posero delle domande e gli applaudirono… Poi Rakowski se ne andò. Ebbene, figliolo, il giorno dopo, quegli operai che gli avevano mostrato la loro simpatia, sono stati convocati dalla G.P.U.” (la Ceka di Lenin, acronimo per “Comitato Straordinario di tutta la Russia per combattere la Controrivoluzione ed il Sabotaggio”, divenuto poi Kgb… fate attenzione alla parola “sabotaggio” perché sarà la paranoia portante di tutta la dittatura comunista) – pagina 103.
Qualche pagina dopo, Kravchenko parla dell’affare Shakhty… l’inizio della grande paranoia. “Un gruppo di ingegneri dell’industria olearia fu mandato sotto processo a Mosca, alla presenza dei corrispondenti della stampa sovietica e straniera; le sedute furono riprese con documenti cinematografici e la radio propagò l’eco delle discussioni in tutto il paese. Ecco le ragioni, dichiarava il poche parole il Kremlino al popolo, per cui la nostra produzione subisce tanto spesso dei gravi inceppi: agenti capitalisti, agenti dell’antico regime, complottano e provocano deliberatamente degli incendi sabotando le nostre industrie” – pagina 111.
Vediamo invece che aria tirava sotto il regime sovietico per i presunti colpevoli che venivano incarcerati. Lo facciamo per far intendere che il regine zarista, a confronto, era decisamente il meno peggio e che la rivoluzione comunista in Russia può essere riassunta nel proverbiale “dalla padella alla brace”.
“Il primo dicembre del 1934, nella lontana Leningrado… un colpo di rivoltella era stato tirato nell’atrio del vecchio istituto Smolni, allora sede del partito a Leningrado, da un giovane comunista, di nome Nicolaiev, contro Sergei Kirov, membro del Politburo, praticamente il vero dittatore della Russia del Nord. L’eco di quel colpo di pistola continuò nel nostro paese per molti anni e costò parecchie centinaia di migliaia di vite umane (…) Benché la stampa non ne avesse mai fatto cenno, tutti noi sapevano che migliaia di studenti erano stati arrestati in seguito all’affare Kirov e che erano stati giustiziati parecchie centinaia. D’altronde, bastava ben poco per destare i sospetti del G.P.U. Se alcuni studenti, una sera, si riunivano tra di loro per ballare o divertirsi fra amici, erano giudicati subito sospetti” – pagina 307/309, e come più volte l’autore dice in seguito, sparivano nel nulla. Sotto gli Zar, il padre dell’autore tornò e come lui tanti agitatori politici. Sotto Stalin, non si tornava. Sotto gli Zar, si andava dentro per politica, con Stalin si rischiava di sparire perché ci si riuniva tra amici… per ballare.
Kravchenko ha vissuto in prima persona tutti gli orrori del comunismo sovietico, dalla guerra in Persia alla collettivizzazione. Ha subito due epurazioni. Il suo processo alla seconda epurazione durò diciotto mesi, e consisté in interrogatori notturni a cui doveva presentarsi lui “spontaneamente” e firmare poi un documento che lo obbligava a non parlare con nessuno dell’interrogatorio subito. Dopo la nottata passata negli uffici della polizia politica, doveva andare a lavorare per dodici ore perché la sua assenza poteva essere denunciata come un tentativo di sabotaggio.
Le pagine però che mi hanno colpito di più sono state quelle riguardanti la scoperta della schiavitù. Ogni singolo membro del Politburo, aveva sotto di sé una piramide di protetti. Quando il membro del Politburo cadeva in disgrazia, quando cioè non piaceva più Stalin, cadeva lui con tutti i suoi protetti e le famiglie dei protetti. Per ogni bolscevico che veniva condannato e giustiziato, sparivano fette di popolazione, perché da lui partivano catene di “clientelismi” e amicizie che giungevano fino al più disperato e povero contadino ucraino o chissà di dove. Tutti i dirigenti industriali, per forza di cose, dovevano avere un protettore, quindi quando questi veniva arrestato, loro cominciavano a subire interrogatori. La pressione della polizia segreta sui dirigenti, creava problemi in fabbrica. Diminuiva la produzione, quindi spuntava l’accusa di sabotaggio. Assieme al dirigente e alla sua famiglia, sparivano anche i collaboratori. Poteva anche succedere che il collaboratore sparisse prima del dirigente, e quando si trattava di un collaboratore importante era difficile rimpiazzarlo, allora ecco che c’era un calo nella produzione e il dirigente veniva accusato di sabotaggio – sparendo, ribadisco sparendo, nella nulla con moglie, figli, fratelli, parenti. In sostanza si era creata una industria carceriera. Questa gente andava a finire nei campi di concentramento e veniva usata per i lavori forzati presso le industrie che pagavano gli “affitti dei corpi” alla polizia segreta che prosperava né più né meno dei mercanti di schiavi. E parliamo di milioni di persone. Kravchenko ha testimoniato nelle sue pagine di avere visto morire di lavoro – sotto i suoi occhi! – decine di persone. Per morire di lavoro si intende: denutrizione e lavoro forzato al gelo, vestito di stracci, fino al collasso delle funzioni vitali. Queste unità di produzione creavano torba, che andava a bruciare per dare luce e riscaldamento alle fabbriche, ma non alle baracche dove vivevano gli operai “liberi”. Riscaldamento e luce giungevano nelle case dei nuovi padroni – politici e militari – ma non nelle stamberghe del proletariato in nome del quale era stata fatta la maledetta rivoluzione.
Io mi rendo conto che per un giovane idealista l’idea di rivoluzione coincida con quella di speranza, e non voglio toccare le speranze di nessuno, ma credo fermamente che la rivoluzione russa sia stata una maledizione, una scomunica, una sciagura… e che i miei cari amici ebrei mi perdonino, ma dopo la lettura di queste pagine, anche l’olocausto sembra essere stata una passeggiata, in fondo durò poco tempo, mentre l’orrore comunista è durato decenni… bambini nati nell’orrore, cresciuti nell’orrore e morti nell’orrore, una vita – che è una sola! – sprecata per le paranoie di un gruppo di sanguinari filibustieri di cui Stalin era il degno maestro.
Kravchenko spiega nei minimi dettagli come funzionasse lo spionaggio (spie che spiano spie), descrive i lussuosissimi ambienti dei gerarchi, potremmo stare per delle ore a parlare di questo libro, ma voglio lasciarvi con la storia di un poeta di cui non abbiamo la foto, non abbiamo il nome, non abbiamo il cognome, non abbiamo neanche un suo verso, bensì solo l’eco vecchia di settanta anni di un pettegolezzo che una donna fece a Kravchenko: “Non aveva diciassette anni quando si innamorò di un poeta di mezza età e se ne andò a vivere con lui. I pochi mesi passati con lui, mi disse, furono i più felici della sua vita, ma il poeta scomparve all’improvviso, e non si seppe mai più nulla di lui. Egli era ostile al nuovo regime, e Claudia supponeva che, seppure era scampato alla morte, doveva trovarsi in qualche campo di concentramento”. Ecco qual è l’eredità dello stalinismo, la possibilità di creare un nuovo tipo di monumento che non sia dedicato al milite ignoto, bensì al poeta ignoto.
A detta dei figli di Kravchenko – che in America si sposò e visse sotto falsa identità – il padre non morì suicida come fu creduto da tutti. Fu il Kgb a sparargli un colpo alla tempia.

Consiglio vivamente la lettura di questo libro – se lo trovate.    

mercoledì 10 settembre 2014

Da un commento a un post di Veronica Tomassini (riflessioni sulla noia?)

Dopo 40 anni di esistenza in questo paese, mi sono reso conto che le cose cambiano un po' (nel tuo cervello) dopo un bicchiere di vino. Per quanto riguarda la politica, poi, l'unico modo per nutrire un po' di speranza è sviluppare una sorta di bipolarismo. Insomma, questo paese è buono per pazzi e 'mbriaconi. Se sei normale è una palla. Ma di che si stava parlando?






martedì 9 settembre 2014

Murales e i Musicalia



Il testo poetico che il Tenore Murales di Orgosolo ha dedicato a iMusicalia e che ha cantato a Guardia Sanframondi, Benevento, Sassinoro e Morcone. Un grande onore per noi.

lunedì 8 settembre 2014

Il mio nome è Nedo Ludi.



La cosa negativa di questo libro è che parla di calcio ed io lo detesto. La cosa positiva, però, è che l’autore me l’ha fatto piacere svelando dei retroscena che non mi sarei mai sognato che esistessero. È la storia del calciatore Nedo Ludi che non si vuole adattare al nuovo calcio, in cui le individualità sono oppresse dagli schemi di zona. Lui sta vivendo sulla sua pelle il colossale cambiamento dello sport italiano, cosa che coincide tra l’altro con il cambiamento dell’economia nazionale. Siamo alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, le piccole aziende della grande produzione di qualità, in altre parole il Made in Italy, possono decidere tra dislocarsi in paesi in cui la mano d’opera è a un basso costo oppure unirsi in una produzione industriale dozzinale che non punta più alla qualità ma ai numeri. Occhio ragazzi, perché ci troviamo di fronte a un romanzo dal forte retrogusto anarchico e l’autore a mio avviso ha avuto un colpo di genio nello scegliere il calcio, lo sport popolare per eccellenza, al fine di denunciare la presa del potere da parte di ciarlatani, di persone che non sono quel che pretendono di essere ma lo sanno apparire alla grande (e qui c’è una certa eco de “la società dello spettacolo” di Guy Debord). Nedo Ludi è uno con il quale “bisogna parlare potabile” perché non è propriamente un pozzo di scienza, anzi ha l’approccio tipico del contadinotto di provincia che al mercato in città non appena sente qualcuno parlare difficile subodora qualche fregatura. Quanti venditori di pozioni magiche abbiamo visto in questi ultimi anni! Nedo Ludi va nel panico quando il suo allenatore parla del progetto. Lui non riesce a capire cosa l’allenatore intenda con quella parola. Come ogni buon operaio, cerca di adattarsi al cambiamento e dà il meglio di sé, ma nonostante ciò va in crisi fin quando non entra in scena… lo scemo del villaggio. A questo punto amo sempre ricordare che se ogni villaggio ha uno scemo, è anche vero che ogni scemo ha un intero villaggio intorno. Chi ascolterebbe mai uno scemo? Be’, questo scemo (guarda caso studia filosofia) un bel giorno grida al calciatore che deve fare come Nèllàdd. Chi è mai questo individuo? Nedo resta ossessionato da quello che sembra un insulto, acchiappa letteralmente lo scemo per il colletto e si fa spiegare tutto. Questa è la scintilla che dà una svolta al romanzo. Credo di avere detto abbastanza sulla trama, mi fermo qui. Lo consiglio… decisamente!

ALABAMA



Gli svaghi del mio cane sono i rumori. Non appena ne sente uno schizza come pazzo. Non è un cagnetto, è grosso, quindi quando schizza muove un sacco di cose. Ed è gay. Il mio cane è gay. Ora vi spiego cosa è successo questa mattina, ma devo partire da più lontano. Il mio cane si chiama Alabama ed un cacciatore di lupi irlandese specializzato in lucertole. Non ne ha mai presa una. Qualche anno fa cadde in amore per la celeberrima Ciaccarella, una cagnetta tutta scassata che batteva i poggi qui intorno fin quando non giunse da noi. Grande storia d’amore con tutti i clichè: lui, lei, il fottuto cancello. Alabama cominciava dalle cinque del mattino a piangere che voleva uscire. E finiva alle quattro del mattino successivo. In pratica una ora di sonno a notte il che è molto stressante. Anche la cagnetta doveva essere innamorata di brutto, perché era sempre lì a stropicciare il culetto sul cancello, sperando che “super lipstick” facesse il suo dovere, ma la cosa era complicata. Nonostante Alabama ce la mettesse tutta a prendere misure e a calcolare angoli, non beccava un bel niente. È andata avanti così per un po’ fin quando non è arrivato lui, lo storpio del cimitero, un cagnone bianco, storpio per l’appunto e “decisamente deciso” nell’ottenere quel che voleva. Lui e Ciaccarella gliela fecero sporca ad Alabama, proprio davanti al cancello. Fatto il fatto, la “spruzzaprofumi” si chiuse e Alabama perse l’amore serbando solo rancore. Dopo un po’ nacquero dei cani, erano i figli dello storpio del cimitero. Morirono tutti, tranne quello che poi fu chiamato Nuvola perché era tutto bianco.
Quando Alabama comprese come scappare dal giardino, era troppo tardi. Il solito bastardo aveva preso in pieno Ciaccarella. Secca sul colpo. Alabama rimase con il figlio. Se l’è cresciuto anche se uno al di qua e l’altro al di là del cancello. Lo storpio invece era scomparso. Ma credo che Alabama ci sia rimasto male per quella cosa lì, perché da allora non ne ha voluto sapere più niente di cagne e in quanto a cani, eccezion fatta per Nuvola, era pronto a ucciderli tutti.

Bene questa mattina è arrivato Leo. Un cane di poco più piccolo di Alabama. Lì ho trovati alle cinque del mattino nella piazzola del paese, di fianco al pozzo. Alabama sopra e lui sotto. Non credo che il fatto sia stato consumato, ma erano tutti e due felice con le banderuole ai quattro venti. Ne concludo che non credo che l’omosessualità sia contro natura. Birra numero tre, e sono le cinque. Ma è anche vero che è sabato. 

Una nuova immagine della lettura (un commento a un post di Gian Paolo Serino)

(primo commento)

Caro Gian, quello della lettura in Italia è un problema serio. Purtroppo la maggior parte della popolazione vede la lettura come: 1) una perdita di tempo; 2) una cosa per ricchi; 3) perdita di tempo tipica di un perdente. Quando vivevo negli States ho avuto la fortuna di penetrare diversi strati sociali di quella babele della società americana e ho notato come le persone che meglio riuscivano nel proprio lavoro erano i lettori forti. Il capo della Teleplan (che mi prese in simpatia e con il quale andavo a lavorare part time nei coffee shop - lui aveva la passione del caffè, guadagnava milioni di dollari all'anno, ma la domenica lavorava in un coffee shop, cioè faceva caffè) mi disse il suo segreto: "sono le idee. Faccio soldi perché ho idee e non sono neanche mie. Le prendo dai libri. Dopo il caffè la mia grande passione sono i libri". Ecco, forse se incominciassimo a diffondere questo punto di vista, magari guadagneremmo lettori. Il cervello va nutrito. Io personalmente non leggo per prendere idee e arricchirmi, però credo che vada cambiata l'idea e l'immagine del lettore che ha la collettività. la lettura fa bene! Fa bene allo spirito, fa bene alla relazione di coppia e se ci sai fare, fa bene anche alla saccoccia. Leggere è vivere.


(Secondo commento)
Continuo a infastidirvi con un esempio. Qualche tempo fa, Facebook ci ha "dato la possibilità" (prego notare virgolette) di creare una video sui nostri primi dieci anni in Facebook: c'è la musichetta, ci sono i post più cliccati, ci sono le foto. Una specie di file video della nostra biografia in Facebook. Un paio di settimane fa, manco a farlo apposta, ho avuto la fortuna di leggere un bellissimo libro "La memoria dei pesci" di Pippo Russo Bis (che invito nella discussione) e ho scoperto che un bel po' di tempo prima questa idea ce l'aveva avuta proprio Pippo, infatti nel suo libro parla di un uomo che per mestiere fa il compilatore di biografie virtuali riassunte in tre parole, una foto e la musichetta: il biofile. Pippo ed io ci scherzavamo in chat, ma considerando l'altissimo livello di controllo in Facebook.... ci sta pure che l'idea gliel'hanno fregata  . Scherzo, ma sta di fatto che se un informatico cinque anni fa avesse letto quel libro, avrebbe potuto mettere in pratica questa idea: biofile, cioè business card virtuali da trasmettere da uno smart phone all'altro. E' chiaro che il sottoscritto parla da ignorante in materia informatica, cioè non so se l'idea magari è già stata realizzata in America e lo stesso ha ammesso Pippo. Riportavo questa cosa solo per dare un esempio di quanto sia importante leggere per avere idee nella vita, e le idee - al di là dei soldi - sono sempre importanti.

Iperlucidi

Ero in macchina con mio padre, lo stavo accompagnando giù in città, quando a un certo punto ha bestemmiato. Ha detto: certo che la massificazione della cultura ha distrutto questo paese. Io ho sentito una piccola fitta al costato. Perché? Perché se una cosa del genere fosse stata detta alla televisione da uno dei campioni della politica italiana, Pdl o Pd-ue che fosse, non mi sarei preoccupato. Normale gestione della disinformazione di massa pagata dalla massa stessa. Ma mio padre no, lui è uno degli ultimi mazziniani in circolazione, un democratico di ferro, uno che la costituzione la conosce, che ha studiato. Come è possibile allora che abbia detto una cosa del genere? È anziano, mio padre, e credo che alla fine quella cassetta parlante che noi tutti abbiamo in casa, la tv per l’appunto, l’abbia spuntata. A furia di sentire la stessa cosa, te ne convinci. Mi sono detto che forse un giorno anche io mi convincerò di cose aberranti del tipo… l’unica maniera per terminare una guerra, è far sì che una delle due parti venga sterminata. Ai tempi degli States, quando vivevo lì, era questo il messaggio che martellava la gente riguardo alla guerra in Iraq: sì, è stato un errore, ma a questo punto tanto vale sparare al cavallo che soffre. Questi tipi di messaggi aberranti li riesci ad arginare solo se la popolazione che non gestisce la cosa pubblica e che esercita il diritto al voto ha una coscienza critica. La coscienza critica di una popolazione la crei con la scuola. Lasciamo perdere che la scuola oggi è un mondo corrotto e che le accademie hanno poco a che invidiare alle repubbliche delle banane. La scuola in linea di principio serve a questo: a far sì che il tessuto sociale in tutte le sue sfaccettature si possa rigenerare con persone competenti, che abbiamo il senso del bene comune, che provino sentimenti e soprattutto serve a far sì che anche il più povero, con una buona preparazione pagata dallo stato, possa aspirare a divenire un politico, un direttore di banca, un ferroviere, un professore. Se si elimina la scuola, è molto più semplice governare. Inoltre chi è al potere va a minare la concorrenza ai propri figli. Sì, sì, io sono convinto che senza la scuola si rischia l’oligarchia, nel senso che vedremo i figli degli attuali dirigenti ai posti dei padri con buona pace di tutti gli altri che “non ce l’hanno fatta” (leggi, che non ce la devono fare). La scuola negli ultimi anni è stata oggetto di centinaia di attacchi terroristici di tipo economico da parte dei nostri governanti (sinistra e destra). Già la DC ne aveva minato la professionalità di buona parte dei docenti con il sistema clientelare permettendo all’ultimo dei ciucci di insegnare educazione tecnica, inglese, educazione artistica e via dicendo. Ricordo che la mia insegnante di educazione artistica alle medie, era pagata per farci fare i disegnini. Mai che ci avesse fatto vedere un quadro, niente, solo disegnini. Quello era un bel campanello di allarme, ma avevo undici, dodici anni, che ne volevo capire. Poi ci fu il periodo del salto di qualità. I ciucci hanno cominciato a insegnare materie più importanti, come l’Italiano, la storia. Al liceo ho avuto la fortuna di avere ottimi insegnanti, ma già qualche anno dopo la mia licenza, mi è stato raccontato che il popolo dei raccomandati ha conquistato anche cattedre di filosofia, greco, latino. Quindi il sistema clientelare non è servito solo a raccogliere voti ma anche a svuotare le potenzialità della scuola di rigenerare il tessuto sociale in cui viviamo. È così che si spiega anche l’attuale stato delle lettere patrie che come uno Spartacus impazzito Pippo Russo continua a denunciare sul suo blog. I nostri scrittori non sanno scrivere e i nostri editor non sanno correggere. Ma giustamente dice un editore (che probabilmente ha ereditato dal padre la sua casa editrice) se in Italia non leggono o non sanno leggere, che senso ha perdere tempo sui contenuti? Bisogna spendere sulla copertina e sulla pubblicità. Per sopravvivere il libro deve trasformarsi in un oggetto bello che faccia la sua figura a Natale o per qualche compleanno. 
La caduta della scuola non ha portato solo alla caduta delle patrie lettere. La caduta della scuola ha segnato tutti i campi del vivere di questo benedetto paese, voglio dire… medici che non sanno operare, vigili che non conosco il codice stradale, automobilisti che non conoscono la segnaletica (anche la scuola guida!) e uomini che scambiano uomini in difficoltà per bestie e che preferiscono sparare piuttosto che curare perché soffrono meno. Questa è l’era del cowboy. Io ce l’ho a morte con il mondo accademico perché “ho visto cose che voi umani non potete minimamente immaginare” (suona così la frase di Blade Runner, giusto?) ma per me l’idea dell’accademia resta sacra, come l’idea del tempio. Ce l’hanno tolta.  Quando questo governo porterà a termine il suo piano diabolico di eliminare quella che già è diventata una buffonata, il rito del voto, punterà a smantellare del tutto la scuola pubblica. Le chiamano riforme e sono queste le riforme che chiede l’Europa, perché questo è il cammino intrapreso dalle democrazie occidentali, dove democrazia non sta più a significare potere del popolo, ma potere sul popolo. Oh, oh, ho detto la parola sbagliata, popolo, quindi verrò liquidato come populista. Volete riformare la scuola, vi do un consiglio su come riformarla.  L’Europa ha imposto ai paesi membri dell’Unione Europea (da cui Pd-ue, e voi malpensati avete creduto che facessi dell’ironia sulla P2) la dematerializzazione  del cartaceo nella Pubblica Amministrazione. Non ci sono figure professionali e si parla di possibili 200.000 posti di lavoro. Fate in modo che gli istituti tecnici possano sfornare questa figura professionale. No, loro si scornano per decidere quale azienda privata deve cuccarsi la torta.

Siamo governati da psicopatici, sono iperlucidi, non provano più sentimenti. 

sabato 6 settembre 2014

Christiane deve morire



L’incipit di questo libro è un pezzo di pane caldo. Ne puoi sentire l’odore. È avvincente non perché si rifaccia chissà a quale diavoleria pubblicitaria utilizzata spesso di questi giorni come tecnica per attrarre l’attenzione del lettore. No. È avvincente perché è di una tenerezza disarmante. “Nutrivo solo una speranza: poterlo riabbracciare. Parlo di mio marito”. Quando l’ho letto non ho visto il volto di una donna matura abbandonata dal suo uomo, ma la sagoma di una bambina, sola in mezzo a una piazza deserta. È l’intenzione dell’autrice, si capisce poi leggendo la storia, ne fa degli accenni penetranti… proprio come un coltello che entra nel pane appena sfornato, lentamente ma con decisione.
È la seconda volta che il pane entra in questa riflessione su “Christiane deve morire” e c’è un motivo anche per questo perché il pane, il panettiere (l’uomo del pane fece finta di niente, era una canzone), Alfredo (sempre colpa sua, un’altra canzone) Christiane dello Zoo di Berlino (best seller da cui fu tratto anche un celebre film), brown sugar, sono tutti elementi di un pantheon di mitologia da strada molto diffuso negli anni ottanta al nord d’Italia e a fine anni ottanta inizi novanta al sud, quando nel nostro stivale ci fu il boom dell’eroina. E chi se lo ricorda?, è passata una vita. Sono convinto che chi ha vissuto la strada di quegli anni, se lo ricorda perfettamente. Per me questa storia è stata un calcio nel culo indietro nel tempo, nella preistoria della mia adolescenza.
Sono tornato spesso sui passi in cui il personaggio principale, la giornalista Varrani – il cui capo manda spesso in un campo rom ossessionato da notizie che potessero infangare gli apolidi – parla di questo suo marito. Quest’uomo l’ha abbandonata per un’altra donna, ma se sfogliate il libro non troverete una sola mala parola contro di lui (forse all’ultimo, un idiota? Il lettore attento si renderà contro che la mia è solo una supposizione – un giallo del subconscio? Cara Tomassini, c’ho pensato tutta la notte!).
Varrani parla di quest’uomo come di un’età dell’oro perduta, facendo quasi intendere che probabilmente questo marito non è altro che una sorta di amico immaginario. Questa è l’impressione, poi i pezzi si assemblano verso la fine (la mia supposizione!).
Fermo restando che la parte in cui l’autrice parla dei rom (e del degrado e del pregiudizio nei loro confronti ma anche di quanto le loro abitudini siano effettivamente assurde) è importante nella struttura complessiva del romanzo, io credo comunque che sia propedeutico alla vera intenzione dell’autrice il cui obbiettivo in realtà è dare vita a un personaggio, la Varrani, che con la maturità, e il distacco che caratterizza questa età, cerca di comprendere il proprio passato o meglio un’assurda adolescenza vissuta ai margini della società, in una vallata di degrado in cui si snocciolano le vite di Alfredo, U pazzu, Cetty e infine Massimo, che era il suo fidanzato e soprattutto Christiane, l’eroina, il libro che ha sconvolto l’adolescenza della Varrani, la chimica che ha ucciso buona parte dei suo amici. È Christiane che le ha portato via Massimo – ed è Christiane che deve morire! L’ossessione deve finire.  

La tecnica che utilizza la Tomassini, questa sua maniera superba di impastare (di nuovo il pane!) diversi dialoghi, pensieri, immagini e situazioni nella stessa logica narrativa, mi ha ricordato un piccolo capolavoro di tanti anni fa, “La foresta della notte” di Djuna Barnes. La Tomassini però ha una maggiore considerazione del lettore e si riesce a seguirla con più chiarezza. Questa creanza cementifica dei passaggi lirici che appaiono come scolpiti sulla roccia, semplici, profondi, eterni. Un libro che consiglio con tutto il cuore. 

venerdì 5 settembre 2014

I dieci libri della mia vita (prima versione)


Ho penetrato la letteratura come un pirata traversa il mare, un’ossessiva ricerca del solo tesoro delle emozioni, lanciandomi da un vascello all’altro senza curarmi di coltelli, insulti o pallottole politiche, dilaniando testi senza alcun progetto di studio e riscaldando battigia, panchine e banconi di mezzo mondo. Alcuni li ho spolpati fino al midollo, altri li ho abbandonati alla terza pagina perché sterili o perché c’era qualcosa di meglio da fare tipo carpire i segreti idraulici di un bagno o comprendere i misteri chimici dell’attrazione. Il primo è stato un corpo nudo (era una mappa scritta con dei nei, lievi rughe, capelli rossi come il fogliame in autunno e una cicatrice di cui non mi è stata mai narrata la storia). Il secondo, Fame di Hamsun – è da allora che vivo nel terrore che la matita con cui scrivo possa essere l’ultima. Il terzo, un mucchietto di carne simile a un fagiolo sputatomi tra le braccia da un infermiere che aveva, lo giuro, una toppa sull’occhio destro. Il quarto libro è stato Storie di Ordinaria Follia di Bukowsky, che ha bruciato tutto. Il quinto, Alabama, il mio cane attualmente ricoverato – la sua assenza mi deprime molto. Il sesto libro è Altri Libertini di Tondelli perché mi ha fatto sentire libero. Il settimo libro è l’albero di Giuda che ho di fronte casa mia (ogni giorno mi mormora: a tutto c’è rimedio). L’ottavo libro è Una Banda di Idioti di Toole. Al nono posto non so, sono indeciso tra Lo Straniero di Camus, Viaggio al Termine della Notte di Celine, Il Signor delle Mosche di Golding, Full of Life di Fante, Cento Anni di Solitudine di Marquez e Delitto e Castigo di Dostoevskij.

Il decimo libro sono tutti i libri che ho letto di cui mi sono rimaste atmosfere, frasi, respiri. Li ho prima masticati, poi li ho inghiottiti, poi li ho digeriti, poi si sono trasformati in sangue, tessuti, ossa e ancora pensieri, e ancora frasi, e ancora atmosfere fino alla carta finale, che un giorno assieme al corpo che mi compone sarà… umido

My son barmitzva (with a Zelda's poem)

Today is a great day, son. You’ll have a new name and you’ll get new home. I’m proud of you… and… you know it’s not easy for me to explain what I feel in this moment because English is not my first language and sometime what a word means in one culture, it means something else in another language…. But, it is so big the love that I feel for your that I’ll accept this challenge… and let’s go see what happens. I perfectly remember when you were born. The first thing I thought “This guy looks like a bean!”
Son, you were so soft, and cute… and of course so small. And I remember that you did something that usually a newborn doesn’t do: You opened your eyes. Your sight was not good yet, but you looked at me… and I felt like illuminated by something magical: a new energy was just born. When you were born, son, for the first time I felt part of all this. Until then, there was only me. Now, There were you and you connected me to the rest of the world. That’s why I say, for the first time I felt part of something.
I have to say thanks, son.

There was something amazing about you when you were a little baby. More than one actually, but one in particular kept my attention. It was your memory. Any single thing that I used to do or that I used to say, you were able to memorize and repeat in the fallowing days. I thought this baby is a kind of computer, whatever we say, he kept inside him as a software. That capacity didn’t come from me, you know that. Probably what come from me is your approach when you say “oh, I forgot”. You don’t forget anything, I know that.

You always been a brave boy. Do you remember that time when we went up that hill to see the ruins of the old town of your grandfather village? There were you, your cousin and I. It was night. We had just e flashlight. I started to talk about ghost and monsters. I said that inside that ruin there was the infamous “Elephant Vampire”. Your cousin get scared, but you said “really? I want to see that, give the flashlight, I’m first!” and you went in the ruins by yourself. It was really dangerous, so don’t’ say anything your mom.

You always been a honest guy. How many times I tried to steel grandmother Barbara cookies and you said: dad, you should ask. I know for sure, son, that you are a honest guy because you never took somebody else things and you always said what you were thinking without be rude with anyone.

You are a hard-worker and a great student. You helped me a lot of times with manual work and sometime we went to read books together at the coffee shop, and often I have seen you with a book, and this is really important for me, and this is reason of huge pride for our family.   

You always been competitive with sports. And this is the part that I really like of you. When I was a little boy like you, I was tortured by a question: why we have to follow this ball? This is not normal nor natural. I just didn’t understand the concept of team, cooperation and competition. You look like you born for this. And this is a good because I think that a human being he can’t never been a human being without a honest competition and an healthy cooperation. I know your dream is to be a great soccer player and I’m sure you can do it.

Son, you always been sensitive and generous. I’m sure this dirt world needs a sensitive soul like yours. I have seen you look at the poor people and ask yourself “how is possible that?” I have seen you heard bad news on tv about bad people and ask yourself “I will never accept that”. I heard you say “America is my home and it’s a big home for everyone”.

So, son, you get everything you need to face the world and make him a better place for the future.  
You are brave, honest, hard-worker and a great student, competitive and cooperative, sensitive and generous. And today you reborn as a man. I’m sure you are going to be a great man.
You’ll be competitive and cooperative man like grandma Barbara
You’ll be a great worker like Uncle Jordon and grandpa Don
You’ll be an honest man like grandma Adriana and grandpa Silvio
You’ll be a brave man like mom.
And now I would like to finish my speech with poem. This is a woman from Israel. I found her lyrics on Facebook, I know nothing about her, but her words somehow touched my heart and I would like share this with you. The poet name is Zelda. Today you are going to choose your new name and this poet his about name. I’m going to read for you a little part:  



Each of Us Has A Name

Each of us has a name

given by God

and given by our parents
given by our stature and our smile
and given by what we wear
given by the stars
and given by our neighbors
given by our enemies
and given by our love
given by our celebrations
and given by our work
given by the seasons
and given by our blindness
given by the sea
and given by
our death.



Each of us has a name


~ Zelda ~


I dieci libri della mia vita (o meglio seconda versione - i libri della mia vita)

Ho penetrato la letteratura come un pirata traversa il mare, un’ossessiva ricerca del solo tesoro delle emozioni, lanciandomi da un vascello all’altro senza curarmi di coltelli, insulti o pallottole politiche, dilaniando testi senza alcun progetto di studio e riscaldando battigia, panchine e banconi di mezzo mondo. Alcuni libri li ho spolpati fino al midollo, altri li ho abbandonati alla terza pagina perché sterili o perché c’era qualcosa di meglio da fare tipo carpire i segreti idraulici di un bagno, comprendere i misteri chimici dell’attrazione, annusare le luci dell’alba, contare le corde prima del tramonto.
Il primo libro che ho letto è stata una mappa con sopra disegnate delle rughe, dei nei, dei capelli rossi come il fogliame d’autunno e una cicatrice sul volto di cui non mi è stata mai narrata la storia. Il secondo libro è stato di rimanere senza matita nella fredda città di Christiania. Il terzo, un mucchietto di carne soffice simile a un fagiolo, sputatomi tra le braccia da un infermiere che aveva, lo giuro, una toppa sull’occhio destro. Il quarto libro era composto da ordinaria follia e bruciò tutto. Il quinto era il mio cane, Alabama. Il sesto è stato forse una notte dentro una bottiglia. Il settimo è un albero di Giuda che ho di fronte casa mia. L’ottavo è lo scemo del villaggio, che a onor del vero ha intorno un villaggio intero. Il nono è uno straniero insieme al signore degli eserciti che combatte il suo nemico, quello delle mosche.
Il decimo libro sono tutti i libri che ho letto di cui mi sono rimaste atmosfere, frasi, respiri. Li ho prima masticati, poi li ho inghiottiti, poi li ho digeriti, poi si sono trasformati in sangue, tessuti, ossa e ancora pensieri, e ancora frasi, e ancora atmosfere fino alla carta finale, che un giorno… assieme al corpo che mi compone, sarà umido.

Il fanatismo religioso

Il fanatismo religioso in qualsiasi formula monoteistica si presenti, va a minare l’istinto primordiale dell’uomo verso l’attaccamento alla vita. Egli non ha paura di morire. Se muore torna da Dio, tanto la vita terrena è solo di passaggio. E disintegra, tra l’altro, il valore stesso della vita poiché se uccido in nome di Dio, io non uccido, bensì do a Dio ciò che gli appartiene, una vita.
Il comunismo e la guerra fredda, credo che a confronto siano state una passeggiata.
Il fanatismo religioso, scatenato e armato dall’Occidente, costringerà l’Occidente stesso ad eliminare ogni singolo jihadista. Spero di sbagliarmi, vedo all’orizzonte un’altra vergogna che penderà sulla storia già schifosa delle nostre presunte democrazie occidentali. Un nuovo tentativo di soluzione finale.

"La Memoria dei Pesci" di Pippo Russo

Non credevo potesse essere stato dato alle stampe un libro così bello considerando le deludenti letture degli ultimi tempi. Sui nuovi autori italiani mi ero rassegnato. E invece ecco che sbuca Russo. Una storia commovente su di una persona che per lavoro chiude in tre parole le biografie dei suoi clienti al fine di creare dei biofile, una sorta di business card da far girare negli smart phone. Per forza di cose il protagonista Brando, un appassionato di nuove narrazioni, è una sorta di profiler, e riesce perfettamente a "leggere" nei meandri più complessi della personalità che gli è di fronte. Un professionista nel suo campo, ma non si può dire lo stesso nella sua vita privata. Non capisce la sua fidanzata, non capisce cosa accada sul posto di lavoro tra i suoi colleghi che conosce da anni, non capisce neanche la decennale crisi matrimoniale tra i suoi genitori. Un giorno però giunge nel suo sito in Second Life una frase che lo risveglia. Lui è certo che quella frase l'ha pensata, ma non l'ha mai detta a nessuno. Come fa il misterioso mittente a conoscerla? Chi è il mittente? Da questo mistero, Brando ricostruisce la sua vita e comprende (conosce) lati oscuri del suo carattere che fino allora aveva ignorato. Mi ha talmente colpito questa storia che ne sono ancora entusiasta, e ne sono trascorsi di giorni dalla lettura! Ragazzi, io adesso non voglio esagerare, ma un pugno nello stomaco di siffatta portata (essì, quando si parla di conoscere se stessi, a me fa sempre questo effetto, un pugno nello stomaco), dicevo... sensazioni del genere le ho provate da giovane quando lessi Il Ritratto di Dorian Gray. Lo consiglio con tutto il cuore.
 

giovedì 4 settembre 2014

NO NEL NOME DI MIO FIGLIO

Mio figlio è ebreo. Ha quattordici anni, vive a Minneapolis e ogni estate viene da noi. Questa è un'estate particolare per lui e credo che la ricorderà almeno per tre motivi. Primo, ha quattordici anni anni, cioè si trova nel cuore di quell'età dove cominciano i cambiamenti, le cellule impazziscono - ha energie da spendere il ragazzo. Secondo, quest'estate butta giù acqua tutti i giorni e fa freddo, sembra di essere in un film apocalittico. Io non so voi dove viviate, ma noi qui siamo nel cuore del Mediterraneo, abituati ad avere la maglietta strisciata di sudore da giugno ad agosto. Terzo, mio figlio è partito dall'America con la paura che Hamas gli facesse saltare l'aeroplano o che ad Amsterdam qualche musulmano lo sgozzasse nei bagni (in America si ha questa strana idea che in Europa le autorità siano troppo tenere con i musulmani, non chiedetemi perché, ma il mio luogo di valutazione culturale di un paese, il bar, mi ha fatto registrare queste costatazioni - ho vissuto negli States per una decina di anni).
Dicevo, mio figlio è stato convinto fino a qualche settimana fa di certe cose. Invece, ora sta scoprendo il sionismo, la sua storia. Soprattutto sta capendo perché è difficile fotografare una palestinese sorridente durante una manifestazione (in un post è stato chiesto agli utenti di notare la differenza tra i sorrisi dei pro sionisti durante una manifestazione per la pace, e la rabbia del popolo palestinese durante il medesimo tipo di manifestazione).
Mio figlio è veramente sconvolto per questa manifestazione di Gaza, perché da lui gli hanno insegnato che gli arabi li vogliono tutti morti, che sono nazisti, e che fanno tante storie per un pezzettino di terra e loro invece ne hanno tanta. Gli ho spiegato che gli arabi sono gli abitanti dell'Arabia Saudita e che il resto del mondo che lui chiama arabo è in realtà il mondo musulmano composto da tanti paesi e tante etnie. Così come in Europa siamo bene o male tutti cristiani, ci dividiamo però in tedeschi, italiani, francesi e ognuno ha il suo fazzoletto di terra che purtroppo alcuni chiamano nazione, quando in realtà si dovrebbe (a mio modesto avviso) chiamare Patria, che è un neutro plurale latino della parola pater, padre, e sta a significare "le cose dei padri", nel caso specifico la terra.
Questa cosetta qui la feci notare anche al tempo de "La rabbia e l'orgoglio" della Fallaci la quale si lamentava (almeno nello scritto originale che diffuse il Corriere della Sera in formato pdf e che io ho) che in italiano non vi fosse un termine come nell'inglese per "Fatherland" e questo era indicativo della mancanza di amor patrio dell'italiano medio.
Mah! Comunque, proseguiamo.
Insomma, ho spiegato a mio figlio che quel pezzettino di terra fino al 1948 era palestinese e che poi c'è stata la Nakba, "la Catastrofe", durante la quale l'esercito israeliano ha invaso, colpito e distrutto ogni singolo villaggio palestinese provocando la più grande emigrazione di massa non volontaria del secolo scorso (non chiamatela esodo perché il significato di esodo è emigrazione volontaria).
Gli ho chiesto, prova a immaginare se gli spagnoli facessero qualcosa del genere contro i francesi e li mandassero tutti qui da noi, in fondo siamo cugini e cristiani, che male c'è?
C'è di male, figlio, che a un popolo sono state tolte le cose dei loro padri e che ora sono costretti a vivere sparsi per il mondo, non ti ricorda niente questo? Lui mi risponde che duemila anni fa quella terra era degli ebrei. Certo, duemila anni fa. Ma questa legittimazione della "proprietà privata" basata sul fatto che duemila anni fa fossero lì, non esiste in nessun codice, in nessun diritto. Anche Mussolini vantava diritti sul Mediterraneo e su mezza Europa perché secoli prima era roba romana. Te li immagini gli inglesi cacciati a calci nel culo perché lì c'erano i romani almeno fino ai confini con l'odierna Scozia?
A volte sento dire dai sionisti scettici (esistono anche i sionisti scettici) che il più grande delitto nazista sia stato quello di "trasformarci (noi ebrei) come loro". Ragazzi, l'effetto c'è, è una bella frase, ma qui mancano proprio le basi, l'ABC della storia. Il sionismo - che è stato osteggiato in massa dagli stessi ebrei fino alla Seconda guerra mondiale e che niente ha a che fare con l'ebraismo - il sionismo, dicevo, inteso come ideologia per il ritorno al monte di Sion, è nato almeno cinquanta anni prima del nazismo inteso come ideologia della supremazia della Germania e della razza tedesca sugli altri popoli "per diritto divino" (quest'ultima parte viene sempre dimenticata, ma Hitler lo ripeteva in ogni discorso). Io ora non voglio dire che il nazismo sia figlio del sionismo, ma posso dire (perché è storia) che Hitler ha approfittato delle aberrazioni sioniste per legittimare le proprie. Anche per quanto riguarda la Soluzione Finale, lui ha cercato "legittimazione" con i suoi nel genocidio armeno ("lo hanno fatto gli armeni, nessuno ha detto niente, possiamo farlo noi agli ebrei"). Quello che voglio dire è che il sionismo è un'ideologia nazionalista che ha come basi culturali (e legittimazione all'esistenza!) l'antico testamento. Avete mai letto l'antico testamento? Quando dico Mosé, cosa pensate? Pensate alle acque che si aprono? Andate a leggere l'antico testamento. Gronda sangue. E' il libro più razzista che io abbia mai letto in vita mia. Nel Tempio non possono entrare gli infedeli, gli storpi, i diversi - anche le donne non potevano arrivare fino al cuore del Tempio! Mosè era un condottiero e nell'antico testamento per suo ordine vengono distrutti villaggi, stuprate donne e uccisi uomini e bambini. Leggetevi l'antico testamento, andate a vedere a cosa si rifanno i sionisti. Tempo fa Saviano diceva qualcosa del tipo che i profeti per lui (nella sua infanzia) erano un pò come i supereroi Marvel. non toccarmi Spiderman! Almeno lui.
E l'ebraismo? L'ebraismo no. L'ebraismo parte dall'antico testamento però poi ci sono state le interpretazioni dei rabbini e oggigiorno lo si può definire una religione votata alla pace e all'amore come il cristianesimo. Voglio dire che il sionismo è un ritorno alle origini dell'ebraismo nel vero senso della parola (come certi cristiani fanatici che rapiscono i giovani gay portandoli non so dove per insegnare loro il cristianesimo delle origini - roba da pazzi, a mesi uscirà un film a riguardo).
Gli ortodossi ebrei che si prendono le colpe degli eccidi sionisti sono quotidianamente perseguitati perché loro accusano Israele di "esistere" ... perché secondo l'ebraismo Dio ha negato al popolo ebraico di avere non solo uno stato ma anche la proprietà. Quello che a me fa incazzare delle comunità ebraiche italiane è che stanno facendo il medesimo errore dei cristiani italiani quando fecero coincidere il fascismo con l'Italia e suo suo popolo. Gli ebrei italiani dovrebbero alzare la testa  e dire: quello che state facendo abbiate il buon gusto di non farlo nel nostro nome. Il nemico è sempre lo stesso, ragazzi, il nazifascismo, solo che ha cambiato simboli, lingua e area geografica, ma è il solito antico male dell'uomo: l'eliminazione del diverso e di chi disobbedisce.
Hamas spara i razzi. Dobbiamo difenderci.
Ricomincio con i punti che mi aiutano a essere chiaro.
Punto primo, l'utilizzo della forza è il fallimento dell'ingegno umano.
Punto secondo, Hamas è una merda ed io in qualità di laico non posso che sperare che ogni singolo membro di quel gruppo di terroristi venga catturato e condannato da un tribunale internazionale per crimini innanzitutto contro il proprio popolo.
Punto terzo, oggi esiste tutta la tecnologia possibile per intercettare un missile e neutralizzarlo in aria prima che cada in terra. Israele è in guerra da cento anni, leader mondiale dell'high tech, non ditemi che non ha questa tecnologia per salvare la pelle dei suoi cittadini. Io vengo da un paese, l'Italia, in cui la sua classe dirigente è stata abbastanza chiara con il proprio popolo: non ci importa nulla di voi, vi teniamo sulle palle e vi mettiamo tutte le bombe che vogliamo (e ovunque, aggiungerei). La stagione delle stragi era (è!) un libro aperto. Poi se gli italiani non sanno leggere, non possono farci niente. Voglio dire, io credo che ci sia un calcolo politico nel non volere intercettare i razzi.
Punto quarto, qual è la causa di questo ennesimo scontro? La terra di Israele. Io non sono per la cacciata degli ebrei da Israele, sarebbe aggiungere sangue ad altro sangue. Gli ebrei sono lì, quella è ormai la loro terra, se la sono conquistata per diritto di guerra. Il discorso è chiuso.
Qui il problema è la striscia di Gaza. I tre adolescenti uccisi non c'entrano niente, è solo un pretesto. Il vero problema sono gli immensi giacimenti di gas naturale scoperti al largo delle coste di Gaza, forse i più grandi della regione. Infatti, la tecnica sionista è il roof-knoking o come diavolo si scrive, cioè granata sui tetti, attesa di un minuto e poi, infine, missile che distrugge la palazzina. Cioè stanno distruggendo le case perché una volta che non hai casa, non sai dove tornare. Qualcuno può dire che non sia vero, in quelle case ci sono i terroristi con i razzi. E allora perché l'RK? Per dare la possibilità ai terroristi di scamparla? Ancora una cosa. L'Italia ha perso la Libia, cioè l'accesso diretto ai giacimenti. Tace su Gaza, dove ce ne sono di nuovi. Questo non vi fa pensare a niente? Veniamo ai nostri intellettuali: ho notato che negli ultimi tempi c'è il culto del politicamente scorretto - come dire, è molto cool. Io credo che non si è politicamente scorretti chiamando gli omosessuali "froci" - lo dico per fare un esempio. A casa mia questa è solo maleducazione. Vi piace essere politicamente scorretti? Bene, c'è solo una maniera oggi di essere politicamente scorretti.
Si chiama onestà intellettuale.
E un'ultima cosa desidero dirla agli ebrei di questo paese. Il fratello di mio nonno era un fascista, un convinto fascista che passò alla Repubblica Sociale. Oggi, nell'anno 2014, ogniqualvolta vedo le foto dei sopravvissuti ai lager nazisti, mi viene un nodo alla gola. Sapete perché? Perché il sangue del mio sangue ha contribuito a quell'orrore. E' una sensazione profonda e viscerale, un dolore misto a un estenuante senso di colpa che toglie il respiro. Un dolore nell'animo che non augurerei al mio peggior nemico.
La verità verrà fuori e i nostri figli proveranno una grande vergogna, la stessa che provo io. Nel frattempo, sono costretto ancora una volta a vedere i fascisti nostrani godere perché si sentono legittimati.
Non vedete che l'odio è un'infezione?
Per risolvere il nostro fascismo, dobbiamo agire contro il sionismo, denunciarlo, gridare "no nel nostro nome" e ho utilizzato la prima plurale perché è qualcosa d'istintivo, un padre si sente sempre dalla parte del figlio. No nel nostro nome!

Gianpaoloferrara 2014copyright

Il pezzo è stato pubblicato la prima vola su SATISFICTION