sabato 15 agosto 2015

"Il sapere piccolo" di Normanna Albertini



“Il sapere piccolo” di Normanna Albertini, Garfagnana Editrice, è un libriccino di 119 pagine (12 euro) che può essere definito uno scrigno in cui sono riposte graziose fotografie di una Emilia che in gran parte non esiste più, un tentativo, tra l’altro magistralmente riuscito, di conservare la tradizione e allo stesso tempo i propri ricordi che per l’appunto appartengono a un tempo che via via si è andato sbriciolando. La penna della Albertini, come una paziente mano materna, raccoglie queste briciole di pane dalla tovaglia per evitare che vengano gettate nel rusco, per lanciarle invece nella stia così da salvarle in un ciclo che alimenti l’anima non solo dei figli di quella terra, ma un po’ di tutto il nostro bistrattato paese. Un’immagine per davvero bucolica, poetica, ed è questo lo stato d’animo in cui si troverà il lettore che voglia affrontare questa piacevole lettura.     
Questi racconti sono dieci dipinti, dieci storie di una tradizione contadina in cui il rapporto tra l’uomo e la terra assumeva il sapore e le sembianze di una ritualità arcaica, da una parte, e di una vera e propria epica,  dall’altra. Ad esempio, l’uccisione del porco viene riportata non solo in tutti i suoi passi rituali, ma introdotto dal racconto dell’arrivo dei maslin “non era il padrone del signor maiale a dargli la morte, erano i “maslin”, esperti macellatori che, in quel periodo dell’anno, andavano di casa in casa con tutto il loro armamentario di macchine da macinare (a mano), coltellacci, coltelli per scannare (“al burcaj”), che poi era un lungo punteruolo, coltelle e coltellini per tagliare e radere, perché il maiale andava pure depilato!” – pagina 25.

Il talento e la sensibilità della Albertini rendono piacevole questa lettura al più convinto degli animalisti.

Questo fantastico recupero della memoria viene effettuato – quasi si snocciola con magistrale eleganza – su di un tesoro di conoscenza che si potrebbe definire binaria: il sapere e il sapore. Scrive l’autrice a pagina 14: - Come non ricollegare, a questo punto, il nome “sapa” al concetto classico del verbo latino “sapio?” Dal latino volgare “sapere”, dal latino classico “sapere”, “sapere” significa, infatti, etimologicamente, “avere sapore”. Il sapere è qualcosa che, dall’esperienza dei sensi, dal sapore, dalla bocca, dalla lingua, sale fino alla mente e diventa pensiero, notizia, riflessione; tuttavia: “Il sapere partito dalla lingua, alla lingua deve poter ritornare, e chi non può esprimere bene quello che sa è come se non sapesse” (Giuseppe Manno). Quante volte ho sentito i vecchi dire “non sa né di me né di te”, che significa persona insulsa, di poca sostanza e poco interessante; una persona che non solo non ha sapore (né saperi) ma è pure incapace di stringere e coltivare relazioni, amicizie, amori.

L’Albertini non si è limitata a registrare le usanze del passato, bensì anche i primi cambiamenti di quella società. Ed è qui che forse la sua penna diventa un po’ più graffiante, comunque esilarante. “E per fortuna che li avevano  escogitati, i collant, e ci avevano liberate, noi ragazze, dal tormento del reggicalze; che sarà stato anche sexy, però fastidioso e scomodo lo era da morire” – pagina 127. “Andavamo in giro in minigonna con assoluta naturalezza come, con altrettanta naturalezza, quando arrivò l’atroce novità dei pantaloni a vita bassa, strettissimi, tanto stretti che dovevi sdraiarti sul letto per chiudere la cerniera lampo, uscimmo tutte con la pancia nuda e la maglietta striminzita toccante appena la cintura”.  Con i maschietti è andava anche più a fondo: “… e i maschi, fasciati nei pantaloni a zampa d’elefante beige (i colori del periodo erano nocciola chiaro, il grigio cenere, il marrone cammello, l’avana), sempre a vita bassa, incollati alla pelle fino all’assurdo, probabilmente rischiavano di autoevirarsi ogni volta che si piegavano, poveretti” – pagina 108.    

È veramente un bel libriccino e ne consiglio la lettura.  

"Storie di Amsterdam" di Nescio



Japi non si dimentica facilmente. È il protagonista de “Lo scroccone” il primo racconto de “Le storie di Amsterdam” un libriccino di poco meno di duecento pagine scritto da Jan Hendrik Frederik Gronlob pubblicato nel 1933 sotto lo pseudonimo di Nescio, che in latino vuol dire “non lo so”.
Ed è stata una frase con un messaggio del genere che la casa editrice Iperborea ha stampato nell’edizione italiana in quarta di copertina ad attrarre la mia attenzione: “La vita, grazie a Dio, non mi ha insegnato quasi niente”. Questo è il nocciolo della filosofia di vita di Japi prima che gli venisse la folle idea di spezzarsi la schiena a lavorare come un dannato. Japi per buona parte della sua vita è stato un scroccone e non ha mai voluto essere niente di più di quel che era, un corpo che vive, che gode del sole, del venticello, di qualche fantastico panorama, ma possibilmente senza pensare.
“Lei è di Amsterdam?” domandò Bavink. “Sì, grazie a Dio” rispose Japi. “Anch’io” rispose Bavink. “Lei non dipinge?” gli chiese poi. Era una strana domanda piccolo borghese, ma Bavink continuava a chiedersi che tipo fosse mai quello. “No, grazie a Dio” rispose Japi, “E non compongo nemmeno poesie, non sono un amante della natura né un anarchico. Grazie a Dio non sono assolutamente niente” – pagina 12.
Qualsiasi cosa scegliesse di fare, non era motivata da niente:  “… domani parto in viaggio”. “Con Bavink?” domandai. “No, non con Bavink, da solo. Vado in Frisia”. “In pieno inverno?” Japi annuì. “A fare cosa?” Si strinse nella spalle. “Fare? A fare niente! Siete sempre così terribilmente ragionevoli, voialtri: tutto deve avere un motivo e uno scopo. Vado in Frisia a non fare niente, senza nessun motivo. Senza una ragione. Perché ne ho voglia!” – pagina 40.
Non era di peso al padre, e tutto quello che aveva o usava era dei suoi amici. E così viveva, vagabondando, parlottando, osservando il mondo che lo circonda senza intervenire, senza criticare, dicendo qualche battuta ogni tanto, ma finiva lì. 
Japi entra nell’immaginario del lettore guardando l’acqua e ne esce fissando il fango.
“Lo si trovava sempre da qualche parte vicino all’acqua. Se ne stava lì per ore, immobile. A mezzogiorno e alle sei rientrava in casa per un’oretta, a mangiare, il resto della giornata lo passava lì seduto” – pag 10.
“Nessuno aveva saputo più niente di lui fino al pomeriggio di novembre in cui lo vidi dietro l’argine di pietra del porticciolo di Wijk bij Duurstede. Era lì in piedi a contemplare il fango” – pagina 47.
Dopo una storia d’amore e un paio di viaggi, Japi cambia profondamente. Quando l’io narrante parla del loro incontro dopo tanti anni, si rende conto che qualcosa si è spezzato nel suo modo di approcciarsi alla vita,  estremamente armonioso. La sua mente non è più libera dai pensieri come una volta.
Nell’atto finale della sua esistenza, però, quando decide di gettarsi in acqua, sembra riacquisire il suo antico modo di essere. Japi non si butta in acqua come farebbe una persona che decide di suicidarsi. Japi fa un passo nel vuoto.
Questo libro composto da quattro titoli scritti in tempi diversi, sembra un unico romanzo poiché i personaggi sono sempre gli stessi, un gruppo di amici. Nella seconda storia, essi sono giovani e vogliono cambiare il mondo, ma anche qui la vita con la sua logica impenetrabile avrà la meglio sulle loro aspettative e ambizioni. Le conseguenze per i Giovani Titani saranno l’integrazione, ma anche la crisi di nervi.  
Molto intrigante è anche la terza storia, “Il piccolo poeta”, in cui il protagonista come il Bavnik dei “Giovani Titani” impazzisce soccombendo alla società borghese.  L’ossessione de “Il piccolo poeta” è: “essere un grande poeta e poi cadere”. Questa ossessione è in realtà una condanna a cui tutti in una maniera o nell’altra siamo destinati, nel bene e nel male, nelle nostre piccole cose e nei nostri grandi obiettivi. Non importano gli affanni, le preoccupazioni, le ambizioni, ma neanche le nostre lotte ideologiche, perché i fiumi continueranno a scorrere anche senza di noi, per millenni, così come hanno fatto in passato. “Fu un’epoca meravigliosa, anche se, a pensarci bene, è un’epoca che deve durare ancora adesso, è un’epoca che durerà finché ci saranno ragazzi di diciannove, di venti anni”.
La storia di questo libro è singolare. Nella sua postfazione del 2014, Cees Nooteboom, scrive qualcosa che rende benissimo  la stranezza del suo primo insuccesso quando apparve nelle librerie: “E’ un paragone un po’ azzardato, ma io la vedo così. Nel 1898 una ragazza in minigonna entra in un salone italiano in cui è riunita una compagnia elegantissima, e nessuno la nota. Questo più o meno è quanto accaduto quando sono apparsi in Olanda nel 1916, i primi tre racconti di Nescio”. Il quarto racconto, “Mene Tekel”, verrà infatti aggiunto in seguito. Delle cinquecento copie, ne vengono vendute solo duecento. Il libro verrà stampato nel 1933, ma l’autore ottiene il suo riconoscimento – con un premio – solo nel 1954. E i racconti di Amsterdam diventano un best seller solo tra gli anni sessanta e settanta. Oggi è un classico della letteratura olandese. Tutti in Olanda conoscono a memoria l’incipit de “Lo scroccone”:
“A parte l’uomo che riteneva Sarphatistraat il posto più bello d’Europa, non ho mai incontrato un tipo più strano dello scroccone”. 
E a proposito di Japi, quando è morto, hanno trovato nel suo appartamento il bastone che era appartenuto a Banvik.
Consiglio la lettura di questo libro.
Storie di Amsterdam
Nescio
Pagine 192
Iperborea

16 euro

venerdì 14 agosto 2015

L'orrore di Cohen e "Il futuro" di De Gregori



Francesco De Gregori ha tradotto The Future di Leonard Cohen e lo ha cantato il 25 marzo del 2015 al Nelson Mandela Forum a Firenze. Prima di interpretare il grande poeta canadese (Cohen nasce come poeta, poi diventa cantante) dice queste testuali parole: “… è stata tradotta da una canzone di Leonard Cohen che si chiama “The future”…. cioè “Il futuro”….. perché ve lo dico…. perché la canzone è una canzone terribile, è una canzone che dice cose abbastanza dure allora non vorrei che voi pensate che queste cose le ha scritte Francesco che è così buono (ride)… di Leonard Cohen… io ho solo tradotto”.
Il Futuro di Leonard Cohen è una canzone pubblicata nel 1992, forse uno dei più bei pezzi della canzone nordamericana, ed è stata usata anche come colonna sonora del film Natural Born Killer di Oliver Stone. È un pezzo apocalittico, la cui narrazione si sviluppa su due livelli, crisi dell’individuo quindi crisi dell’umanità intera – e ancora, da una parte l’artista, dall’altra parte l’assassino, che nel medesimo corpo si alternano come due demoni o magari sono solo frutto di una “più semplice” scissione della personalità.
L’artista, perduti i valori e in balia di un relativismo estremo, confonde l’arte con la morte lasciando spazio all’assassino. Non è un caso che un verso citi Charlie Manson, che si credeva poeta e cantante, profeta, e via dicendo, noi tutti conosciamo la sua storia. L’elemento politico in Cohen è sempre molto presente assieme a quello religioso – lui è un ebreo convertitosi al buddismo.
Cohen proviene da un secolo in cui i colori erano ben distinti. Certo, c’era la guerra fredda, c’erano i nazisti, i comunisti, c’erano state due guerre mondiali ma esisteva comunque un ordine di valori. In questi giorni, invece, i nostri giorni, pare che questo ordine sia caduto e abbia trasformato la guerra tra nazioni in guerra tra persone. Eravamo ragazzi quando il male assoluto percepito dalle masse, almeno qui da noi in Italia, era il nazista… che uccideva i popoli. Oggi c’è il serial killer… che seleziona gli individui. La grandiosità di questo pezzo sta nel fatto che dai suoi versi scaturiscono sempre due immagini.
Il primo verso, “Give me back my broken night” che ricorda la frase idiomatica “broken sleep” sta ad indicare una notte in cui non si è dormito bene, quindi da una parte la nottataccia dell’individuo perverso e dall’altra un riferimento agli anni passati della Guerra Fredda. “Restituiscimi la mia nottataccia”, restituiscimi il mio tempo, con un riferimento agli specchi e alla vita segreta, cioè alla ricerca di sé e del senso segreto della vita, ma allo stesso tempo è la descrizione del luogo oscuro dove l’assassino agisce e soddisfa le sue pulsioni omicidiarie.
“It’s lonly here”, vuole indietro il suo tempo andato perché adesso si sente solo. Si passa dai ricordi del passato alla scena attuale in cui non riesce a vivere e vuole uccidere. La fine del secolo scorso, e dei suoi sistemi, ha lasciato un buco che lui cerca quotidianamente di colmare con il suo lavoro che – vivendo noi in una società capitalistica che si ciba del mondo – non può che essere sporco: “there's no one left to torture”.
La consapevolezza che non ci sia più nessuno da torturare, risveglia in lui l’istinto di volere di più… il perpetuo desiderio di ogni cosa… e nella sua follia (della quotidianità) sembra quasi invocare il diavolo: “Give me absolute control over every living soul”. Non è forse questo il fine ultimo di ogni rispettabilissimo businessman di questo mondo (occidentale)? Il controllo totale delle anime, dei loro desideri, con una lucidità estrema, cioè una mancanza di sentimento che è tipica dell’omicida seriale, psicopatico per definizione.
Nella scena in cui lui vive questa sofferenza, questo vuoto, immagina un’anima, che chiama baby, è una donna, e le ordina di stendersi al suo fianco e di farlo perché, per l’appunto, è un ordine, il suo ordine, che controlla le anime del mondo. E ancora le dice di dargli il suo crack e il sesso anale e di afferrare (un bellissimo riferimento al problema della deforestazione) l’ultimo albero rimasto con un chiaro riferimento al proprio sesso e finisce con un intraducibile e precisissimo “and stuff it up the hole in your culture”.
Il contenuto politico di cui abbiamo parlato all’inizio è chiarissimo nei seguenti versi: “Give me back the Berlin wall, give me Stalin and St Paul, I've seen the future, brother: it is murder”. Lui vede il mondo oggi come gira e chiede indietro il muro di Berlino, addirittura Stalin ma soprattutto San Paolo che è per gli ebrei un po’ come Giuda per i cristiani, il grande traditore. E li vuole indietro perché ha visto il futuro: è un assassinio perpetuo e ormai insensato perché il nostro Occidente non uccide più per sopravvivere, bensì per soddisfare desideri superflui: cellulari, vacanze, macchine superpotenti. E ciò per Cohen è come gli omicidi dei serial killer i: essi uccidono perché provano piacere, un piacere per davvero superfluo, che non ha senso, il sangue degli altri.
A questo punto Cohen usa un verbo inglese molto bello, che significa sia “scorrere” che “cadere” : to slide.
“Things are going to slide, slide in all directions, Won't be nothing, Nothing you can measure anymore”. Tento una traduzione: le cose scorreranno, cadranno in tutte le direzioni… e non ci sarà più niente che tu possa misurare.
Il relativismo assoluto ha vinto. Il grande freddo ha penetrato l’uscio, è dentro di noi, e ha capovolto i nostri valori, ha dilaniato l’anima. “E quando mi chiedono di pentirmi”, infatti, “non capisco a cosa si riferiscano”. Ecco, l’individuo non comprende il proprio delitto, proprio perché la vita dell’altro ha perduto ogni valore, è semplicemente un prodotto per soddisfare i suoi bisogni sessuali.
Qui agisce di nuovo una sorta di doppio: “You don't know me from the wind
you never will, you never did”.
Ogni qualvolta ha tirato questo vento, tu non mi hai mai riconosciuto, non hai mai capito cosa stesse accadendo.
C’è forse qualcuno di noi che riconosce o sente la terza guerra mondiale che ci circonda?
Ci siamo nel mezzo, ma nessuno la vede.
“I'm the little jew who wrote the Bible”… e risponde che lui è il piccolo ebreo che ha scritto la Bibbia, quasi a dire “io di queste cose me ne intendo, la puzza di morte, il suo vento, la sento”. Io, in qualità di ebreo – dove ebreo a mio avviso non sta più a indicare solo l’ebreo, ma la vittima in generale – io ho veduto nascere e cadere nazioni, ho sentito le loro storie, e mi hanno raccontato che l’amore è il solo motore della sopravvivenza (“I've seen the nations rise and fall, I've heard their stories, heard them all, but love's the only engine of survival).
E allora ecco che l’artista che si era smarrito torna in sé: “Al tuo servo è stato detto di dirlo chiaramente”.
Cosa? “Che il vento sta arrivando”. Ma l’assassino prende di nuovo il sopravvento: “It's over, it ain't going any further, And now the wheels of heaven stop, you feel the devil's riding crop, Get ready for the future: it is murder”.
È finita, le strada che porta al paradiso è chiusa, puoi sentire il frustino del diavolo. Preparati per il futuro… è solo omicidio.
E continua dicendo: “L’antico codice occidentale – che è un codice di guerra – prenderà il sopravvento su tutto, entrerà nella tua vita privata, in essa esploderà all’improvviso, e ci saranno spettri e fuochi in strada…. ed ecco l’uomo bianco danzare mentre tu vedrai la tua donna appesa a testa in giù, i suoi lineamenti coperti da una vestaglia e tanti piccoli poeti fastidiosi tutti intorno che si atteggeranno in squalificanti imitazioni di Charlie Manson. Quindi ridatemi il muro di Berlino, Stalin, San Paolo, Cristo, ma anche Hiroshima – e distruggilo ora un altro feto! Fallo! Tanto a noi i bambini non piacciono più. Ho visto il futuro, è solo omicidio.
Ci sono ritornelli, e poi la canzone finisce. Vediamo invece come è stato tradotto da Francesco De Gregori:
Give me back my broken night / Prendimi la mia sigaretta
my mirrored room, my secret life
it's lonely here, / e stanza, la mia vita vuota
there's no one left to torture / Senza niente più da torturare
Give me absolute control
over every living soul / Dammi un’assoluta maestà su tutti
And lie beside me, baby, / E stenditi vicino a me
that's an order! / e fa come ti ho detto!
Give me crack and anal sex / Dammi fumo sesso estremo
Take the only tree that's left / e che mi resti pulito
and stuff it up the hole
in your culture / E ficcalo nel buco del tuo ego
Give me back the Berlin wall / Prendimi Berlino, il Muro,
give me Stalin and St Paul / Stalin con il suo breviario
I've seen the future, brother: / Il futuro
it is murder / è tutto nero
Things are going to slide, / È tutto, tutto sempre
slide in all directions / perdersi del tutto
Won't be nothing / E niente, niente
Nothing you can measure anymore / si può misurare più
The blizzard, the blizzard of the world / E tutto il tempo
has crossed the threshold / bussa alla finestra e
and it has overturned / la tempesta non la
the order of the soul / puoi fermare più
When they said/ Tutti dicono pentiti
REPENT REPENT / pentiti, pentiti
I wonder what they meant / Ma cosa dicono?
When they said / Tutti dicono pentiti
REPENT REPENT / pentiti, pentiti
I wonder what they meant / Ma cosa vogliono?
When they said /…
REPENT REPENT /…
I wonder what they meant /…
You don't know me from the wind / Tu non puoi
you never will, you never did / confondermi con il vento
I'm the little jew / Tu lo sai che io sono l’angelo
who wrote the Bible / del vecchio testamento
I've seen the nations rise and fall / Ho visto il mondo nascere e cadere
I've heard their stories, heard them all / so la storia,
but love's the only engine of survival / il motore della vita è l’amore
Your servant here, he has been told / …
to say it clear, to say it cold: /…
It's over, it ain't going /…
any further /…
And now the wheels of heaven stop /…
you feel the devil's riding crop / …
Get ready for the future: / …
it is murder / …
Things are going to slide / ...
There'll be the breaking of the ancient / Vederla forte e chiaro quella
western code / nostra civiltà
Your private life will suddenly explode / La privacy fra poco esploderà
There'll be phantoms / …
There'll be fires on the road / ci saranno fuochi accesi
and the white man dancing / Per la via ed un bianco ballerino
You'll see a woman / Vedrai una donna
hanging upside down / appesa a testa in giù
her features covered by her fallen gown / La faccia non si riconosce più
and all the lousy little poets / E giovani poeti
coming round / tutti intorno fare
tryin' to sound like Charlie Manson / Il verso all’assassino
and the white man dancin' / …
Give me back the Berlin wall / Prendimi Berlino, il Muro
Give me Stalin and St Paul / Stalin con io suo rosario
Give me Christ / Dammi Cristo
or give me Hiroshima / e dammi il suo calvario
Destroy another fetus now / Uccidi un’altra vita,
We don't like children anyhow / l’occasione è il tuo lavoro
I've seen the future, baby: / Il futuro l’ho veduto
it is murder / è tutto nero
Io adesso mi rendo conto che per necessità anche musicali, quando si traduce una canzone, ci debbano essere delle forzature. Oltre a far notare che lì dove vedete i puntini i versi non sono stati tradotti, devo aggiungere che ci sono due punti, a mio avviso due errori grossi, che fanno crollare del tutto questo tentativo di riprodurre in italiano il pezzo di Cohen. Un errore riguarda il messaggio del testo, un altro il pensiero di Cohen.
Il pensiero di Cohen riguardo all’aborto è il seguente: non è d’accordo. Per lui ogni scintilla di vita è sacra. Lui in fatto dice: “Destroy another fetus now” e non destroy another life now. Se ami Cohen tanto da tradurlo non puoi toccare un punto essenziale del suo percorso religioso.

Il significato della canzone è il seguente: oggi l’orrore si snocciola senza una motivazione, il secolo scorso almeno aveva una motivazione, dei valori, quindi dammi indietro il Muro di Berlino, Stalin, San Paul, Hiroshima e non “prendimi” come ha tradotto De Gregori perché così casca tutto, crei un altro significato, quindi un’altra canzone.
Consequenzialmente , questa terribile canzone (la traduzione) non l’ha scritta Cohen, bensì Francesco De Gregori.

"Il genio dell’abbandono" di Wanda Marasco

Ci sono delle regole per scrivere una recensione. Io non scrivo recensioni. Io scrivo storie e sento i libri dentro di me, come le voci. Sì, i libri io li sento perché sono voci. Mi riscaldano, mi fanno sognare, mi fanno arrabbiare, a volte piangere, mi danno i consigli, mi fanno un sacco di cose. Intendo dire che mi fanno vivere. Quando leggo un libro – un libro! – io sono. Poi c’è l’intrattenimento. Io posso averlo, un intrattenimento, possederlo, ma non posso esserlo, salvo che non decida di fare il clown, l’attore, il politico. Ed è così che io divido i libri che reputo buoni da quelli che reputo non buoni. Alla fine del libro, se sono quel libro, per me quel libro ha funzionato. Alla fine del libro, se io non sono quel libro, ho semplicemente un oggetto in più in casa a testimoniare che non produciamo solo immondizia, ma siamo anche dei compulsivi raccoglitori della medesima. Questa introduzione è doverosa perché stiamo parlando di un delitto e voglio che sia da subito ben chiaro che non voglio partecipare a questo misfatto.
Io dico no.
Mi rendo conto che l’Italia ha una lunga tradizione di delitti, in tutti i campi. La nostra letteratura ad esempio parte con Dante, scacciato da Firenze, la sua patria, preso a calci nel sedere, morto a Ravenna, poi divenuto sommo poeta e papà di tutti. Pare che in Italia debba essere proprio questa la strada. Non un semplice “nemo profeta in patria”… qualcosa di più… qualcosa che abbia a che fare con l’umiliazione. 
Perché Wanda Marasco è stata umiliata e ci dobbiamo vergognare tutti. Parlo de “Il Genio dell’Abbandono”, settimo, è arrivato settimo! Poi dice che non è vero che un qualsiasi diritto al voto non debba essere legittimato da un lungo periodo di studi! (Sto facendo sarcasmo, lasciatemelo spiegare, sennò passo per esaltato – che un po’ ci sta pure).
La sorte del “Il genio dell’abbandono” al premio Strega, o meglio la maniera in cui l’opera della Marasco è stata accolta nella manifestazione dello Strega, è stata parzialmente e profeticamente descritta dal libro stesso, un’opera d’arte di valore inestimabile declassata da dei libri neanche lontanamente paragonabili. Lo Strega ha agito come Vicienzo stesso, quando cade il telone e si rovina il dipinto: “Il disastro lo avrebbe spacciato come moda di un’arte nuova”. Un po’ come dire: “E la pagina bianca fu chiamata mainstream”. 
Nonostante ciò, noi vogliano bene a quelli del Premio Strega (questa è ironia), vogliamo bene ai giurati, ai vincitori ma soprattutto ai perdenti… perché se il vincitore vince, alla fine è il vinto che conquista! E a Vicienzo Gemito lo immaginiamo che ci fa il segno dell’ombrello, mentre la sua fantastica storia resa magistralmente immortale dalla penna della Marasco, tornerà a conquistare la Francia, e poi giungerà in Germania e nel resto d’Europa, mentre noi saremo ancora qui, nel triste bianco del nostro mainstream nazionale (altro che reddito di cittadinanza; mainstream di cittadinanza per tutti! Bianco, piatto, asettico e senza avverbi).  
“Il genio dell’abbandono” rimarrà, mettetevelo in testa. È letteratura pura e se l’ha capito un asino come me, ci può arrivare anche un mulo.
Il libro narra la storia dell’artista napoletano Vincenzo Gemito, quasi illetterato, autodidatta, pazzo e geniale. Che guarda caso sentiva le voci (libri scritti nell’aria). Figlio di enne enne, quindi di un abbandono, quest’uomo farà del suo stato di necessità una virtù giacché, dalla consapevolezza del suo abbandono, nascerà quel genio che tramuta lo squallore, la miseria, le avversità… in arte, bellezza. Gli scrittori partenopei spesso fanno coincidere la vita del protagonista con la vita dell’intero popolo napoletano e della città tutta.  Lo aveva già spiegato egregiamente Curzio Malaparte nel suo celebre “La pelle”; la Marasco lo conferma, ma con una prosa che ha delle altissime punte di lirica, come ad esempio alle pagine 129/130: “A Napoli, dai secoli dei secoli, il primo buio è preceduto da una malattia dei colori. Nascono screziatura viola ‘e ffenestre, strisciate blu sopra gli astici, macule rossigne a ogni purtone. S’appìcciano fanali e lumi (…) In cielo la luna cresce continuamente, come un pane largo e appiattito. Iesceno ‘e vizius, ‘e mariuole, ‘e femminielle, le ronde ubriache (…). Stanno in uno squilibrio di collera, malaffare e debolezza. Con mani, cosce, sanghe, sforzo dei muscoli, purchiacchie, mascelle, rabbiosamente a mostrare affetto per questa luce ammiscata ‘o nniro, sotto minaccia. A Napule l’ultima luce mescola morte e resurrezione”. Ecco, la “luce che mescola morte e resurrezione”, in questa frase è sintetizzata tutta la tragedia del protagonista giacché la sua luce, l’arte, è anche la sua follia.
La follia del Gemito, però, è qualcosa di serio. Non è una semplice schizofrenia che gli fa sentire voci. La sua malattia rasenta quasi la scissione della personalità. Inoltre è luetico. Non è facile comprendere come funzioni una mente fuori del normale, come si snocciolino i pensieri, i sentimenti, ma neanche le altre funzioni legate ai cinque sensi. Grazie alla potenza dell’espressività della Marasco, al “buio di quella lingua napolitana” che sembra essere stata creata proprio per scavare nell’animo del protagonista (dell’uomo!) è possibile farsi un’idea abbastanza precisa su certi meccanismi psichici che aggrovigliano Gemito.  Questa folgorazione la si comincia a subire proprio all’inizio del libro, quando Vicienzo scappa dal manicomio: “Aveva ragionato per fuggire. Se invece di risalire la collina fosse sceso per la via dei Pontirossi, lo avrebbero subito acchiappato e riportato al manicomio. In quella direzione non vi erano vichi e palazzi in cui nascondersi, solo burroni e campagna scoscesa dove s’acquattavano i mastini liberati di notte. Bestie alla catena per tutto il giorno, affamate di libertà”. Questa non è la descrizione di un narratore esterno, bensì il ragionamento di Gemito. Lui sta pensando ai mastini tenuti in catena tutto il giorno e che sono affamati di libertà. Io qui ho letteralmente subito l’immagine, l’impressione, di una fortissima dissolvenza: il mastino messo in libertà nella notte e Vicienzo fuggitivo alla stessa maniera ora è in libertà nella notte, ma è la notte del suo animo. Vicienzo vuole scappare, ma ha paura non del mastino, bensì di sé tenuto in catene e affamato di libertà. Tanto è vero che: “Quella era una notte senza proibizioni per l’inferno. L’inferno poteva venire all’attacco sotto forma di bava e di mandibole spalancate”. Ecco, questa è l’immagine del pazzo, che a differenza di una persona normale, è paradossalmente consapevole dei luoghi più oscuri del proprio animo…. “una notte senza proibizioni per l’inferno”, e teme prima di tutto se stesso, ma è un timore che dura una frazione di secondo, un timore profondo quanto la colpa perché lui sa cosa è stato capace di fare: ha quasi ucciso la figlia per averla sbattuta contro un muro. Per lui non può esserci che il manicomio ed è dal manicomio, come già detto, che comincia la sua storia, una fuga rocambolesca, il ritorno a casa, i parenti lo accolgono, lui comincia a pensare alla vita passata.
Questo libro è il preciso specchio dell’animo del suo protagonista, e allora ecco che a pagine tragiche si alternano momenti di tutt’altra natura in cui è concentrato il meglio dell’humour partenopeo, che nella sua tradizione più nobile è sempre caratterizzato dalla tenerezza che non provoca la risata, bensì il sorriso. Ad esempio, dopo che Giuseppina Baratta prende il Vicienzo in fasce alla Ruota dell’Annunziata e lo porta a casa, ha una breve discussione riguardo al bambino con il marito Bes che è qualcosa di unico. Per lei il figlio adottato è già suo, carnale, l’ha fatto lei: “Giosefì’, secondo te è napolitano o straniero?”, “Straniero, napolitano, e che me ne ‘mporta? È figlio a me”. “Giosefì’, qua ci sta la descrizione, te la leggo?”, “E liegge, liegge” (…), “Dice che è maschio”, “E ce mancava!”, “Tiene il colore olivastro”, “Ma qua’ olivastro. L’auliva o è nera o è verde. Vicienzo tiene carne dorata”, “Occhi castani…”, “E chesta è n’ata fessaria! ‘O culore ‘e ll’uocchie si deve ancora fare. A me me parano verde e celeste ammiscate. Vicie’, a’ mammà, na monaca ‘mbriaca t’ha pittato?” – pagine 113.     
La bravura della Marasco sta anche nell’essere riuscita a ricreare con le parole, la grandezza dell’arte scultorea del Gemito. Riguardo alla celebre opera che l’artista fece di Giuseppe Verdi con la testa inclinata, scrive l’autrice partenopea a pagina 156: “Vicienzo c’era riuscito. Dietro giorni di abbattimento aveva creato il pensiero nel bronzo, la sintesi tra genio e concentrazione nella fronte del Maestro, colta mentre si abbassava sulla partitura diventando quello che era, movimento delle idee, movimento intimo in posa titanica”. Riguardo alle pagine in cui Gemito esprime il proprio pensiero sulla moglie di Verdi, le lasciamo alla curiosità del lettore – sono esilaranti!
Interessante è da sottolineare, invece, il contrasto che i due maestri ebbero riguardo al denaro. “Il maestro Verdi se credeva ca Gemito Vicienzo ieva a caccia ‘e denare? Ora gli avrebbe dimostrato di che cosa è capace uno nato povero, cresciuto annanz’ o sciuscio del genio dell’abbandono, gli avrebbe fatto capire che l’arte non ha prezzo e che l’artista vero dona più che vendere” – pagina 158. 
Ed è il danaro il problema di tutto. In un paese in cui vige la regola non scritta (ma fra poco diventa legge, secondo me – non è sarcasmo, non è ironia, questa è profezia) dicevo, la regola non scritta della raccomandazione, dell’inciucio, dell’amico dell’amico, il danaro non premia chi merita come nei paesi anglosassoni, bensì incorona il furbo. I grandi libri in America hanno successo e vendono, qui da noi c’è il mainstream… e l’opera d’arte, per la grande opera… ci sono solo umiliazioni e mortificazioni. Lo Strega ha avuto l’opportunità di uscire da quello stabbiolo in cui si è conficcato negli ultimi anni. Non ha gettato nel cesso il genio dell’abbandono che, ripeto, resterà. Ha gettato al cesso se stesso. Complimenti. 
(Se qualcuno di voi mi potesse spiegare cosa cavolo significhi mainstream, gliene sarei grato)


Gianpaolo Ferrara

American Sniper (L’età del cecchino).

Ho visto “American Sniper” ieri sera, ho visto il vuoto. Pensateci un attimo, quando si è nel vuoto, come si fa a tornare indietro? Il vuoto è assenza di tutto, direzioni, oggetti, cos’è sopra, cos’è sotto.
Ne ho sentite di tutti i colori riguardo all’ultima patacca di Eastwood,  un film di guerra, un film patriottico, un film di destra, il nuovo Rambo, ma non ho sentito la verità. Adesso mi salta qualcuno a chiedermi cos’è la verità. Io sono uno di quelli che crede nella verità. Se esiste un fatto perché accaduto, esso esiste indipendentemente dalle valutazioni di noi umani. È un fatto, non è una opinione, e quel fatto ha in sé una verità: è successo. Punto. Avete mai notato come funziona una clessidra? Lo sappiamo tutti a cosa serve, granello dopo granello quel piccolo aggeggio tenta di contare il tempo. Ma come funziona? Funziona con il capovolgimento della stessa. L’atto e l’oggetto sono simbolici: capovolgere per andare avanti. Questo è American Sniper: il capovolgimento della realtà e dei valori umani per permettere a una società che oramai ha perduto agli occhi della storia di perpetrarsi nel suo unico rito o ultima religione che gli è rimasta: il consumo per il rimpiazzo dell’oggetto consumato. Ora, sull’ara metteteci quello che volete, il rito non cambia: una vettura, una birra, un proiettile. L’importante è che venga consumato perché se non viene consumato il sistema si inceppa. Questo è l’unico motivo per cui ci sono le guerre nel mondo. American Sniper serve a nascondere questa verità, a capovolgere le cose come sono realmente andate. Fate attenzione perché con questo film la propaganda militare è andata oltre. Fino ad oggi si è sempre parlato di interpretazione o versione dei vincitori. America Sniper è diverso, America Sniper serve a nascondere la storia. E dal momento che il 9/11 ha inaugurato una serie di guerre diffuse, un fronte liquido asperso nel mondo, il cui fine ultimo è solo ed esclusivamente la vendita delle armi, preparatevi alla scomparsa della storia. Lo abbiamo visto con l’Isis: a un certo punto l’Occidente è andato nel panico perché nei paesi arabi non c’era un nemico degno d’essere chiamato nemico, quindi il senatore Macain (ci sono online le sue foto con quelli dell’Isis) è andato lì giù a creare un esercito per salvare almeno la facciata di una guerra agognata (non ci sono più nemici!) perché ormai queste nuove guerre consistono nel tiro al piccione: passa il civile, bang, proiettile consumato, posso sentire il registratore di cassa.
Ma veniamo al film. Dal punto di vista della sceneggiatura, credo che l’apice sia stata una battuta, l’unica cosa degna di essere sottolineata e ricordata. Lei dice: “ho paura che mi porti al bar”, lui risponde: “credo che sia il bar ad avere paura di te”. Più o meno queste le parole e questo è il massimo che lo sceneggiatore sia stato capace di espellere dalle sue cervella per andare a stuzzicare un eventuale intelletto del telespettatore ma non per farlo pensare, bensì solo per faro leggermente sorridere. Clint Eastwood in passato ha girato capolavori in cui è riuscito a creare personaggi sempre in bilico tra il bene e il male, personalità combattute. Niente di tutto ciò in American Sniper. Il protagonista è un cowboy che decide di salvare la patria e va in guerra per salvare soldati americani. Ed è qui che si capovolge la clessidra: lo strizzacervelli gli chiede se prova rimorsi per le uccisioni, lui risponde che prova rimorsi per quelle vite americane che non è riuscito a salvare. Questo è un capolavoro, se proprio vogliamo usare questa parola, di propaganda militare. Occhio, qui non si parla della Seconda guerra mondiale dove c’era un nemico Nazista. Qui parliamo di un paese che è stato ingiustamente invaso dall’esercito militare con prove che farebbero ridere i polli (ve la ricordate la fialetta di crac alle Nazioni Unite? Vi ricordate le buste con l’antrace partite da basi americane per far credere che fossero attacchi terroristici non di Al Qaeda ma di SADDAM HUSSEIN? Vi ricordate che questo losco individuo – Saddam – spedì all’Onu tutta la documentazione possibile per dimostra che in Iraq non si produceva antrace e le i militari americani circondarono il palazzo dell’ONU per sequestrare la documentazione? Vi ricordate tutte le porcate che sono state fatte per far credere al mondo – ai futuri telespettatori del film – che l’Iraq andava invasa?)
Bene. La domanda è semplice: come si può fare un film patriottico su una infame vicenda del genere?
Ma poi dico io, un cecchino! Quando ero ragazzino io, e si giocava al campetto del GS, per offendere qualcuno lo si chiamava cecchino, cioè uno che colpisce di nascosto se rischiare il culo, è questo un cecchino, uno che non si sporca le mani (cioè se le sporca, ma in maniera diversa). Bene, questo film fa di un cecchino (il diavolo di Ramadì, mi pare lo chiamassero) un eroe nazionale, cosa che la dice lunga sullo stato dei valori negli Stati Uniti d’America, un popolo che ahimé (e lo dico da cittadino statunitense) cresce la maggior parte dei suoi bambini senza scuola pubblica e con i video games. Il cecchino come traslazione della ludopatia nel campo di guerra. FANTASTICO!!!!! Clint Eastwood ha dimostrato in questo film di essere talmente tagliato fuori dal Real World (cioè tutto ciò che è al di fuori dei confini degli Stati Uniti d’America) da non rendersi conto che è veramente poco credibile la scena del bimbo con le cervella frullate da trapano per mandare il messaggio agli abitanti di Bagdad che con il nemico il nemico non si parla. Chiaramente il terribile trapanatore di teste infantili si chiama…..THE BUTCHER… il macellaio (piccolo contributo al True Crime e all’Horror in generale) e sia ben chiaro che non trapana solo teste, ma anche la sua celletta frigorifera zeppa di teste, arti, e via dicendo (cazzo il nemico è un serial killer!)
E ancora a parlare? E ancora a dire stronzate sugli orrori di guerra?
Ho la vaga impressione che molte persone intorno a noi siano cecchini, gente che non ha il coraggio di mettere in discussione, che campa di nascosto sulle malefatte degli altri. Richard Wright ci ha insegnato che una parola può essere un’arma. Clint Eastwood ci ha fatto capire che il Novecento dei diritti civili e delle guerre di liberazione si è tramutato nell’èra dei cecchini.
Voglio dare sfogo alla mia strisciante vena mistica/bipolare: possiate essere maledetti fino alla terza generazione!

PS: avrei potuto parlare anche della International Craft con il teschietto di Punisher presente ovunque nel film (altro che messaggi subliminali, è chiaro, alla luce del sole). Ma tutti i calzini hanno un limite. I miei sono pure bucati.