venerdì 14 agosto 2015

"Il genio dell’abbandono" di Wanda Marasco

Ci sono delle regole per scrivere una recensione. Io non scrivo recensioni. Io scrivo storie e sento i libri dentro di me, come le voci. Sì, i libri io li sento perché sono voci. Mi riscaldano, mi fanno sognare, mi fanno arrabbiare, a volte piangere, mi danno i consigli, mi fanno un sacco di cose. Intendo dire che mi fanno vivere. Quando leggo un libro – un libro! – io sono. Poi c’è l’intrattenimento. Io posso averlo, un intrattenimento, possederlo, ma non posso esserlo, salvo che non decida di fare il clown, l’attore, il politico. Ed è così che io divido i libri che reputo buoni da quelli che reputo non buoni. Alla fine del libro, se sono quel libro, per me quel libro ha funzionato. Alla fine del libro, se io non sono quel libro, ho semplicemente un oggetto in più in casa a testimoniare che non produciamo solo immondizia, ma siamo anche dei compulsivi raccoglitori della medesima. Questa introduzione è doverosa perché stiamo parlando di un delitto e voglio che sia da subito ben chiaro che non voglio partecipare a questo misfatto.
Io dico no.
Mi rendo conto che l’Italia ha una lunga tradizione di delitti, in tutti i campi. La nostra letteratura ad esempio parte con Dante, scacciato da Firenze, la sua patria, preso a calci nel sedere, morto a Ravenna, poi divenuto sommo poeta e papà di tutti. Pare che in Italia debba essere proprio questa la strada. Non un semplice “nemo profeta in patria”… qualcosa di più… qualcosa che abbia a che fare con l’umiliazione. 
Perché Wanda Marasco è stata umiliata e ci dobbiamo vergognare tutti. Parlo de “Il Genio dell’Abbandono”, settimo, è arrivato settimo! Poi dice che non è vero che un qualsiasi diritto al voto non debba essere legittimato da un lungo periodo di studi! (Sto facendo sarcasmo, lasciatemelo spiegare, sennò passo per esaltato – che un po’ ci sta pure).
La sorte del “Il genio dell’abbandono” al premio Strega, o meglio la maniera in cui l’opera della Marasco è stata accolta nella manifestazione dello Strega, è stata parzialmente e profeticamente descritta dal libro stesso, un’opera d’arte di valore inestimabile declassata da dei libri neanche lontanamente paragonabili. Lo Strega ha agito come Vicienzo stesso, quando cade il telone e si rovina il dipinto: “Il disastro lo avrebbe spacciato come moda di un’arte nuova”. Un po’ come dire: “E la pagina bianca fu chiamata mainstream”. 
Nonostante ciò, noi vogliano bene a quelli del Premio Strega (questa è ironia), vogliamo bene ai giurati, ai vincitori ma soprattutto ai perdenti… perché se il vincitore vince, alla fine è il vinto che conquista! E a Vicienzo Gemito lo immaginiamo che ci fa il segno dell’ombrello, mentre la sua fantastica storia resa magistralmente immortale dalla penna della Marasco, tornerà a conquistare la Francia, e poi giungerà in Germania e nel resto d’Europa, mentre noi saremo ancora qui, nel triste bianco del nostro mainstream nazionale (altro che reddito di cittadinanza; mainstream di cittadinanza per tutti! Bianco, piatto, asettico e senza avverbi).  
“Il genio dell’abbandono” rimarrà, mettetevelo in testa. È letteratura pura e se l’ha capito un asino come me, ci può arrivare anche un mulo.
Il libro narra la storia dell’artista napoletano Vincenzo Gemito, quasi illetterato, autodidatta, pazzo e geniale. Che guarda caso sentiva le voci (libri scritti nell’aria). Figlio di enne enne, quindi di un abbandono, quest’uomo farà del suo stato di necessità una virtù giacché, dalla consapevolezza del suo abbandono, nascerà quel genio che tramuta lo squallore, la miseria, le avversità… in arte, bellezza. Gli scrittori partenopei spesso fanno coincidere la vita del protagonista con la vita dell’intero popolo napoletano e della città tutta.  Lo aveva già spiegato egregiamente Curzio Malaparte nel suo celebre “La pelle”; la Marasco lo conferma, ma con una prosa che ha delle altissime punte di lirica, come ad esempio alle pagine 129/130: “A Napoli, dai secoli dei secoli, il primo buio è preceduto da una malattia dei colori. Nascono screziatura viola ‘e ffenestre, strisciate blu sopra gli astici, macule rossigne a ogni purtone. S’appìcciano fanali e lumi (…) In cielo la luna cresce continuamente, come un pane largo e appiattito. Iesceno ‘e vizius, ‘e mariuole, ‘e femminielle, le ronde ubriache (…). Stanno in uno squilibrio di collera, malaffare e debolezza. Con mani, cosce, sanghe, sforzo dei muscoli, purchiacchie, mascelle, rabbiosamente a mostrare affetto per questa luce ammiscata ‘o nniro, sotto minaccia. A Napule l’ultima luce mescola morte e resurrezione”. Ecco, la “luce che mescola morte e resurrezione”, in questa frase è sintetizzata tutta la tragedia del protagonista giacché la sua luce, l’arte, è anche la sua follia.
La follia del Gemito, però, è qualcosa di serio. Non è una semplice schizofrenia che gli fa sentire voci. La sua malattia rasenta quasi la scissione della personalità. Inoltre è luetico. Non è facile comprendere come funzioni una mente fuori del normale, come si snocciolino i pensieri, i sentimenti, ma neanche le altre funzioni legate ai cinque sensi. Grazie alla potenza dell’espressività della Marasco, al “buio di quella lingua napolitana” che sembra essere stata creata proprio per scavare nell’animo del protagonista (dell’uomo!) è possibile farsi un’idea abbastanza precisa su certi meccanismi psichici che aggrovigliano Gemito.  Questa folgorazione la si comincia a subire proprio all’inizio del libro, quando Vicienzo scappa dal manicomio: “Aveva ragionato per fuggire. Se invece di risalire la collina fosse sceso per la via dei Pontirossi, lo avrebbero subito acchiappato e riportato al manicomio. In quella direzione non vi erano vichi e palazzi in cui nascondersi, solo burroni e campagna scoscesa dove s’acquattavano i mastini liberati di notte. Bestie alla catena per tutto il giorno, affamate di libertà”. Questa non è la descrizione di un narratore esterno, bensì il ragionamento di Gemito. Lui sta pensando ai mastini tenuti in catena tutto il giorno e che sono affamati di libertà. Io qui ho letteralmente subito l’immagine, l’impressione, di una fortissima dissolvenza: il mastino messo in libertà nella notte e Vicienzo fuggitivo alla stessa maniera ora è in libertà nella notte, ma è la notte del suo animo. Vicienzo vuole scappare, ma ha paura non del mastino, bensì di sé tenuto in catene e affamato di libertà. Tanto è vero che: “Quella era una notte senza proibizioni per l’inferno. L’inferno poteva venire all’attacco sotto forma di bava e di mandibole spalancate”. Ecco, questa è l’immagine del pazzo, che a differenza di una persona normale, è paradossalmente consapevole dei luoghi più oscuri del proprio animo…. “una notte senza proibizioni per l’inferno”, e teme prima di tutto se stesso, ma è un timore che dura una frazione di secondo, un timore profondo quanto la colpa perché lui sa cosa è stato capace di fare: ha quasi ucciso la figlia per averla sbattuta contro un muro. Per lui non può esserci che il manicomio ed è dal manicomio, come già detto, che comincia la sua storia, una fuga rocambolesca, il ritorno a casa, i parenti lo accolgono, lui comincia a pensare alla vita passata.
Questo libro è il preciso specchio dell’animo del suo protagonista, e allora ecco che a pagine tragiche si alternano momenti di tutt’altra natura in cui è concentrato il meglio dell’humour partenopeo, che nella sua tradizione più nobile è sempre caratterizzato dalla tenerezza che non provoca la risata, bensì il sorriso. Ad esempio, dopo che Giuseppina Baratta prende il Vicienzo in fasce alla Ruota dell’Annunziata e lo porta a casa, ha una breve discussione riguardo al bambino con il marito Bes che è qualcosa di unico. Per lei il figlio adottato è già suo, carnale, l’ha fatto lei: “Giosefì’, secondo te è napolitano o straniero?”, “Straniero, napolitano, e che me ne ‘mporta? È figlio a me”. “Giosefì’, qua ci sta la descrizione, te la leggo?”, “E liegge, liegge” (…), “Dice che è maschio”, “E ce mancava!”, “Tiene il colore olivastro”, “Ma qua’ olivastro. L’auliva o è nera o è verde. Vicienzo tiene carne dorata”, “Occhi castani…”, “E chesta è n’ata fessaria! ‘O culore ‘e ll’uocchie si deve ancora fare. A me me parano verde e celeste ammiscate. Vicie’, a’ mammà, na monaca ‘mbriaca t’ha pittato?” – pagine 113.     
La bravura della Marasco sta anche nell’essere riuscita a ricreare con le parole, la grandezza dell’arte scultorea del Gemito. Riguardo alla celebre opera che l’artista fece di Giuseppe Verdi con la testa inclinata, scrive l’autrice partenopea a pagina 156: “Vicienzo c’era riuscito. Dietro giorni di abbattimento aveva creato il pensiero nel bronzo, la sintesi tra genio e concentrazione nella fronte del Maestro, colta mentre si abbassava sulla partitura diventando quello che era, movimento delle idee, movimento intimo in posa titanica”. Riguardo alle pagine in cui Gemito esprime il proprio pensiero sulla moglie di Verdi, le lasciamo alla curiosità del lettore – sono esilaranti!
Interessante è da sottolineare, invece, il contrasto che i due maestri ebbero riguardo al denaro. “Il maestro Verdi se credeva ca Gemito Vicienzo ieva a caccia ‘e denare? Ora gli avrebbe dimostrato di che cosa è capace uno nato povero, cresciuto annanz’ o sciuscio del genio dell’abbandono, gli avrebbe fatto capire che l’arte non ha prezzo e che l’artista vero dona più che vendere” – pagina 158. 
Ed è il danaro il problema di tutto. In un paese in cui vige la regola non scritta (ma fra poco diventa legge, secondo me – non è sarcasmo, non è ironia, questa è profezia) dicevo, la regola non scritta della raccomandazione, dell’inciucio, dell’amico dell’amico, il danaro non premia chi merita come nei paesi anglosassoni, bensì incorona il furbo. I grandi libri in America hanno successo e vendono, qui da noi c’è il mainstream… e l’opera d’arte, per la grande opera… ci sono solo umiliazioni e mortificazioni. Lo Strega ha avuto l’opportunità di uscire da quello stabbiolo in cui si è conficcato negli ultimi anni. Non ha gettato nel cesso il genio dell’abbandono che, ripeto, resterà. Ha gettato al cesso se stesso. Complimenti. 
(Se qualcuno di voi mi potesse spiegare cosa cavolo significhi mainstream, gliene sarei grato)


Gianpaolo Ferrara

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