sabato 15 agosto 2015

"Il sapere piccolo" di Normanna Albertini



“Il sapere piccolo” di Normanna Albertini, Garfagnana Editrice, è un libriccino di 119 pagine (12 euro) che può essere definito uno scrigno in cui sono riposte graziose fotografie di una Emilia che in gran parte non esiste più, un tentativo, tra l’altro magistralmente riuscito, di conservare la tradizione e allo stesso tempo i propri ricordi che per l’appunto appartengono a un tempo che via via si è andato sbriciolando. La penna della Albertini, come una paziente mano materna, raccoglie queste briciole di pane dalla tovaglia per evitare che vengano gettate nel rusco, per lanciarle invece nella stia così da salvarle in un ciclo che alimenti l’anima non solo dei figli di quella terra, ma un po’ di tutto il nostro bistrattato paese. Un’immagine per davvero bucolica, poetica, ed è questo lo stato d’animo in cui si troverà il lettore che voglia affrontare questa piacevole lettura.     
Questi racconti sono dieci dipinti, dieci storie di una tradizione contadina in cui il rapporto tra l’uomo e la terra assumeva il sapore e le sembianze di una ritualità arcaica, da una parte, e di una vera e propria epica,  dall’altra. Ad esempio, l’uccisione del porco viene riportata non solo in tutti i suoi passi rituali, ma introdotto dal racconto dell’arrivo dei maslin “non era il padrone del signor maiale a dargli la morte, erano i “maslin”, esperti macellatori che, in quel periodo dell’anno, andavano di casa in casa con tutto il loro armamentario di macchine da macinare (a mano), coltellacci, coltelli per scannare (“al burcaj”), che poi era un lungo punteruolo, coltelle e coltellini per tagliare e radere, perché il maiale andava pure depilato!” – pagina 25.

Il talento e la sensibilità della Albertini rendono piacevole questa lettura al più convinto degli animalisti.

Questo fantastico recupero della memoria viene effettuato – quasi si snocciola con magistrale eleganza – su di un tesoro di conoscenza che si potrebbe definire binaria: il sapere e il sapore. Scrive l’autrice a pagina 14: - Come non ricollegare, a questo punto, il nome “sapa” al concetto classico del verbo latino “sapio?” Dal latino volgare “sapere”, dal latino classico “sapere”, “sapere” significa, infatti, etimologicamente, “avere sapore”. Il sapere è qualcosa che, dall’esperienza dei sensi, dal sapore, dalla bocca, dalla lingua, sale fino alla mente e diventa pensiero, notizia, riflessione; tuttavia: “Il sapere partito dalla lingua, alla lingua deve poter ritornare, e chi non può esprimere bene quello che sa è come se non sapesse” (Giuseppe Manno). Quante volte ho sentito i vecchi dire “non sa né di me né di te”, che significa persona insulsa, di poca sostanza e poco interessante; una persona che non solo non ha sapore (né saperi) ma è pure incapace di stringere e coltivare relazioni, amicizie, amori.

L’Albertini non si è limitata a registrare le usanze del passato, bensì anche i primi cambiamenti di quella società. Ed è qui che forse la sua penna diventa un po’ più graffiante, comunque esilarante. “E per fortuna che li avevano  escogitati, i collant, e ci avevano liberate, noi ragazze, dal tormento del reggicalze; che sarà stato anche sexy, però fastidioso e scomodo lo era da morire” – pagina 127. “Andavamo in giro in minigonna con assoluta naturalezza come, con altrettanta naturalezza, quando arrivò l’atroce novità dei pantaloni a vita bassa, strettissimi, tanto stretti che dovevi sdraiarti sul letto per chiudere la cerniera lampo, uscimmo tutte con la pancia nuda e la maglietta striminzita toccante appena la cintura”.  Con i maschietti è andava anche più a fondo: “… e i maschi, fasciati nei pantaloni a zampa d’elefante beige (i colori del periodo erano nocciola chiaro, il grigio cenere, il marrone cammello, l’avana), sempre a vita bassa, incollati alla pelle fino all’assurdo, probabilmente rischiavano di autoevirarsi ogni volta che si piegavano, poveretti” – pagina 108.    

È veramente un bel libriccino e ne consiglio la lettura.  

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