sabato 15 agosto 2015

"Storie di Amsterdam" di Nescio



Japi non si dimentica facilmente. È il protagonista de “Lo scroccone” il primo racconto de “Le storie di Amsterdam” un libriccino di poco meno di duecento pagine scritto da Jan Hendrik Frederik Gronlob pubblicato nel 1933 sotto lo pseudonimo di Nescio, che in latino vuol dire “non lo so”.
Ed è stata una frase con un messaggio del genere che la casa editrice Iperborea ha stampato nell’edizione italiana in quarta di copertina ad attrarre la mia attenzione: “La vita, grazie a Dio, non mi ha insegnato quasi niente”. Questo è il nocciolo della filosofia di vita di Japi prima che gli venisse la folle idea di spezzarsi la schiena a lavorare come un dannato. Japi per buona parte della sua vita è stato un scroccone e non ha mai voluto essere niente di più di quel che era, un corpo che vive, che gode del sole, del venticello, di qualche fantastico panorama, ma possibilmente senza pensare.
“Lei è di Amsterdam?” domandò Bavink. “Sì, grazie a Dio” rispose Japi. “Anch’io” rispose Bavink. “Lei non dipinge?” gli chiese poi. Era una strana domanda piccolo borghese, ma Bavink continuava a chiedersi che tipo fosse mai quello. “No, grazie a Dio” rispose Japi, “E non compongo nemmeno poesie, non sono un amante della natura né un anarchico. Grazie a Dio non sono assolutamente niente” – pagina 12.
Qualsiasi cosa scegliesse di fare, non era motivata da niente:  “… domani parto in viaggio”. “Con Bavink?” domandai. “No, non con Bavink, da solo. Vado in Frisia”. “In pieno inverno?” Japi annuì. “A fare cosa?” Si strinse nella spalle. “Fare? A fare niente! Siete sempre così terribilmente ragionevoli, voialtri: tutto deve avere un motivo e uno scopo. Vado in Frisia a non fare niente, senza nessun motivo. Senza una ragione. Perché ne ho voglia!” – pagina 40.
Non era di peso al padre, e tutto quello che aveva o usava era dei suoi amici. E così viveva, vagabondando, parlottando, osservando il mondo che lo circonda senza intervenire, senza criticare, dicendo qualche battuta ogni tanto, ma finiva lì. 
Japi entra nell’immaginario del lettore guardando l’acqua e ne esce fissando il fango.
“Lo si trovava sempre da qualche parte vicino all’acqua. Se ne stava lì per ore, immobile. A mezzogiorno e alle sei rientrava in casa per un’oretta, a mangiare, il resto della giornata lo passava lì seduto” – pag 10.
“Nessuno aveva saputo più niente di lui fino al pomeriggio di novembre in cui lo vidi dietro l’argine di pietra del porticciolo di Wijk bij Duurstede. Era lì in piedi a contemplare il fango” – pagina 47.
Dopo una storia d’amore e un paio di viaggi, Japi cambia profondamente. Quando l’io narrante parla del loro incontro dopo tanti anni, si rende conto che qualcosa si è spezzato nel suo modo di approcciarsi alla vita,  estremamente armonioso. La sua mente non è più libera dai pensieri come una volta.
Nell’atto finale della sua esistenza, però, quando decide di gettarsi in acqua, sembra riacquisire il suo antico modo di essere. Japi non si butta in acqua come farebbe una persona che decide di suicidarsi. Japi fa un passo nel vuoto.
Questo libro composto da quattro titoli scritti in tempi diversi, sembra un unico romanzo poiché i personaggi sono sempre gli stessi, un gruppo di amici. Nella seconda storia, essi sono giovani e vogliono cambiare il mondo, ma anche qui la vita con la sua logica impenetrabile avrà la meglio sulle loro aspettative e ambizioni. Le conseguenze per i Giovani Titani saranno l’integrazione, ma anche la crisi di nervi.  
Molto intrigante è anche la terza storia, “Il piccolo poeta”, in cui il protagonista come il Bavnik dei “Giovani Titani” impazzisce soccombendo alla società borghese.  L’ossessione de “Il piccolo poeta” è: “essere un grande poeta e poi cadere”. Questa ossessione è in realtà una condanna a cui tutti in una maniera o nell’altra siamo destinati, nel bene e nel male, nelle nostre piccole cose e nei nostri grandi obiettivi. Non importano gli affanni, le preoccupazioni, le ambizioni, ma neanche le nostre lotte ideologiche, perché i fiumi continueranno a scorrere anche senza di noi, per millenni, così come hanno fatto in passato. “Fu un’epoca meravigliosa, anche se, a pensarci bene, è un’epoca che deve durare ancora adesso, è un’epoca che durerà finché ci saranno ragazzi di diciannove, di venti anni”.
La storia di questo libro è singolare. Nella sua postfazione del 2014, Cees Nooteboom, scrive qualcosa che rende benissimo  la stranezza del suo primo insuccesso quando apparve nelle librerie: “E’ un paragone un po’ azzardato, ma io la vedo così. Nel 1898 una ragazza in minigonna entra in un salone italiano in cui è riunita una compagnia elegantissima, e nessuno la nota. Questo più o meno è quanto accaduto quando sono apparsi in Olanda nel 1916, i primi tre racconti di Nescio”. Il quarto racconto, “Mene Tekel”, verrà infatti aggiunto in seguito. Delle cinquecento copie, ne vengono vendute solo duecento. Il libro verrà stampato nel 1933, ma l’autore ottiene il suo riconoscimento – con un premio – solo nel 1954. E i racconti di Amsterdam diventano un best seller solo tra gli anni sessanta e settanta. Oggi è un classico della letteratura olandese. Tutti in Olanda conoscono a memoria l’incipit de “Lo scroccone”:
“A parte l’uomo che riteneva Sarphatistraat il posto più bello d’Europa, non ho mai incontrato un tipo più strano dello scroccone”. 
E a proposito di Japi, quando è morto, hanno trovato nel suo appartamento il bastone che era appartenuto a Banvik.
Consiglio la lettura di questo libro.
Storie di Amsterdam
Nescio
Pagine 192
Iperborea

16 euro

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